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Da Biagi al deserto

Quando entrò in vigore la legge Biagi io lavoravo da tre anni come creativo pubblicitario in un’agenzia e, come moltissimi, fino a quel momento ero andata avanti con il contratto co.co.co.: una forma di collaborazione continuativa che ti durava circa sei mesi e te ne faceva vivere uno di passione, per cui alla fine saresti stato graziato con un nuovo contratto, o crocifisso senza. La pubblicità era uno dei settori mobili per eccellenza in campo lavorativo, chi ci lavorava lo sapeva già. Così, quando il boss, a galoppo del nostro contabile, se ne uscì con questo bouquet di nuovi contratti da proporre a noi collaboratori, lo fece occhieggiandoci con la stessa retorica di un brainstorming. Contratto a progetto, ragazzi miei: non è un nome bellissimo? Non è un’idea splendida? Apre la strada a tantissime opportunità! Già dopo il primo di questi discorsetti, ci fiondammo tutti su internet a cercare di capire dove fosse la magagna. La facevano sporca a partire dal nome, ché in realtà dovevamo avere un progetto, per fare un contratto a progetto. E questo progetto potevamo svolgerlo in modo autonomo, sì, come i freelance, ma era pure un contratto, quindi no, non come i freelance con cui lavoravamo noi, quelli che venivano chiamati come supporto per lavori grossi, ma se le proposte di campagna non convincevano il boss, venivano depennati senza pietà al primo giro. «Patrizia? Chi, quella che ha studiato a Londra per tornare qui a farmi la predica sulle donne nelle pubblicità delle auto? Cos’aveva proposto? La moto in un mercato ortofrutticolo? Via, per carità». Noi saremmo stati meglio dei freelance, avremmo avuto dei diritti: c’era il contratto di mezzo. Il contratto valeva qualcosa, o no? No. Lo posso dire per esperienza mia e di moltissimi altri che alla domanda: per quale progetto saremo chiamati a fare il contratto, si sono sentiti rispondere parole simili a quelle che con estrema pazienza, come se fossimo un branco di rincoglioniti, il nostro capo utilizzò con noi:
«Come, quale progetto? Il progetto di lavorare qui, in ufficio!».

Dunque, addio autonomia. Ma erano tempi d’oro, rispetto a questi. Negli anni successivi il nuovo sport è diventato quello di spingere i lavoratori ad aprirsi la partita IVA. Lavoravo ancora nella stessa agenzia di pubblicità, quando, un anno dopo il pacco del contratto a progetto, il boss, sempre in sella al contabile, cercò di convincere chi aveva contratti a progetto ad aprirsi una partita IVA. Contratti a progetto? Pfui. E progetto di che, poi? Svecchiamo le regole, rendiamo questo lavoro autonomo al cento per cento e al diavolo i contratti! Con la partita IVA saremmo diventati come i dentisti, gli architetti e i chirurghi plastici! Potevamo vantarcene con gli amici. I nostri genitori non avrebbero più detto di avere un figlio laureato ad amici e parenti, la laurea ce l’avevano già in troppi, anche due o tre lauree, ma si sarebbero fatti vanto di avere un figlio con partita IVA. Non era un’idea splendida?


Un’idea che mi ha perseguitato in quello come in tantissimi altri uffici. Uffici in cui entravo con la promessa di un contratto ma in cui i titolari mi chiedevano se piuttosto non ero interessata ad aprirmi la partita IVA, e quando esclamavo no grazie mi guardavano come se loro fossero George Carlin e io l’ottusa qualunque che cercava le certezze della vita nel posto sbagliato: prenditi un cavolo di rischio, dicevano. Ho avuto anche chi, proprio sulla storia delle certezze, pur di non farmi il contratto ma lasciare che io me la sbrigassi da sola con lo Stato, mi faceva discorsi esistenziali. Perché chiedere l’assunzione? Chissà quanto ci staremo ancora in questa Terra. Perché attaccarsi alle piccole cose? Perché non gioire dell’aria, del sole sulla faccia, di google?

 

E se pensate che sia solo perché lavoravo nel campo della pubblicità, ebbene, mi duole dirvi che nel corso degli anni le sabbie mobili della flessibilità hanno risucchiato tutti i settori, così che l’altra sera ho conosciuto una ragazza che per fare la segretaria in uno studio dentistico si è dovuta aprire la partita IVA. Come il dentista per cui lavora, ma a 500 euro al mese per otto ore, ovviamente lordi, anzi, senza alcuna specifica perché è così di cattivo gusto parlare di soldi, oggi anche il panettiere lavora per nobiltà d’animo.

 

La leggerezza con cui le persone si aprono la partita IVA di questi tempi è direttamente proporzionale alle pressioni che ricevono dai loro datori di lavoro. E il lavoro? Il lavoro cambia nome, ma la forma è la stessa: l’autonomia di lavorare in un ufficio, facendo orari di ufficio e straordinari che non vengono conteggiati perché tanto, su cosa vuoi grattare, hai la partita IVA, in teoria non dovresti nemmeno stare in ufficio, ma in pratica ci stai, e dai quasi la metà del tuo stipendio a un ente previdenziale che, se chiuderai la partita iva, non considererà quei soldi per la tua pensione.


E sì, ripetete tutti con me e con il mio ex boss: non è un’idea splendida?

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Philippe Petit in cima alle Torri Gemelle, New York 1974