Non di soli soldi

Verso la fine degli anni Novanta lavorai come grafico editoriale in un giornale di annunci immobiliari. Risposi a un’inserzione su Porta Portese e mi fissarono un colloquio. Due giorni dopo mi presentai al terzo piano di un bel palazzo umbertino nel quartiere Prati. Era un bollente pomeriggio di luglio e c’erano due uomini, uno piemontese e l’altro romano. Lessero il curriculum e mi dissero che secondo loro ero la persona giusta per quel posto, aggiunsero che intendevano assegnarmi il ruolo di coordinatore dell’ufficio grafico. Erano gli anni in cui cominciavano a spuntare i primi free press, e il nostro era appunto un free press. Ci rivedemmo a fine agosto per la prima riunione di redazione. In quell’occasione ci annunciarono che il numero zero doveva essere pronto per metà settembre e che la prima uscita in edicola era programmata per ottobre.

 

Il giornale era di proprietà di una società di Biella. L’amministratore delegato viaggiava ogni settimana, restava a Roma dal lunedì al giovedì, era un rugbista gioviale e determinato, il classico dirigente da “prima fase”. Il direttore commerciale invece era un tizio perennemente abbronzato, aveva una vaga somiglianza con lo stilista Valentino, usava il pugno di ferro con la squadra di agenti pubblicitari che dirigeva, e pretendeva che sul biglietto da visita il suo cognome comparisse prima del nome – “alla fascista”, come diceva lui.

 

Poiché ero giovane e con una scarsa conoscenza della disciplina dei rapporti di lavoro, mi convinsero ad accettare un contratto da freelance. Non sapevo un accidente di cosa significasse lavorare come freelance. A quel tempo andavo ancora all’università, trascorrevo tanta parte delle mie serate in un famoso centro sociale di Roma, leggevo pochi giornali e molti libri e avevo un’idea sommaria del mondo. In realtà avevo quasi mollato l’università, in virtù di una mia personale forma di protesta rivolta contro i docenti che avevano solidarizzato con i due ricercatori accusati di aver sparato a Marta Russo (la mattina del 9 maggio 1997, mentre ammazzavano Marta Russo, io me ne stavo sulle scale del Rettorato de La Sapienza a leggere Il cavaliere e la morte di Sciascia). Mi ero detto semplicemente: «Se queste sono le autorità accademiche che devono giudicarmi, preferisco non essere giudicato». Allora, tra i pochi amici che avevo all’università, c’era una ragazza che lavorava come fotografa. Le chiesi che mi spiegasse cosa fa di preciso un freelance, e lei mi rispose: «Si fa fregare».

 

A ogni modo, sentivo che quella qualifica avrebbe aggiunto un po’ di charme alla mia incerta identità sociale. Immaginavo che non sarebbe stato poi così male annunciare con disinvoltura ai miei amici che lavoravo come grafico freelance. Ero però un freelance sui generis, poiché il mio interesse economico era legato a un solo committente, e il lavoro che ero chiamato a svolgere era totalizzante, con turni cioè che sfioravano anche le sedici ore consecutive.

 

 

Nell’ufficio grafico eravamo in due. L’altra era una donna che veniva in redazione il mercoledì e il giovedì e mi aiutava per la chiusura del giornale. Lei – sì – era una vera freelance. Aveva numerose collaborazioni e si vantava di poter gestire liberamente il proprio tempo. Presto venni a sapere che il suo contratto prevedeva un compenso doppio rispetto al mio, nonostante svolgesse un terzo delle ore di lavoro che svolgevo io. Mi spiegarono che quell’accordo era il frutto di una negoziazione, mentre io avevo accettato la loro prima offerta senza battere ciglio. Ero insomma il coordinatore di un ufficio composto da due soli collaboratori: tra i due, però, io ero quello che guadagnava meno. Ripensai allora alla definizione di freelance che aveva dato la mia amica fotografa. Convenni che… sì, mi ero fatto fregare.

 

La redazione era composta da una squadra di sei dattilografi addetti a trascrivere gli annunci immobiliari, due segretarie, e una dozzina di venditori di spazi pubblicitari. Tutti avevano contratti da collaboratori, a eccezione delle segretarie, che invece godevano di contratti a tempo indeterminato. Tra i venditori di spazi pubblicitari c’era un uomo che ogni giorno veniva a lavorare perfettamente rasato, con l’abito, la camicia, la cravatta, l’orologio da polso, la borsa in pelle e tutto il resto. Faceva i suoi giri presso i clienti, rientrava in ufficio a pomeriggio inoltrato e si fermava fino a sera per lavorare al computer. Era un vero stakanovista, senza dubbio il migliore della squadra di venditori di cui faceva parte, e il direttore commerciale stravedeva per lui. Quest’uomo non viveva in un appartamento normale, ma in un box auto di quindici metri quadri nel quale faceva ritorno ogni sera. Per l’igiene personale usava i gabinetti della stazione. I sabati, le domeniche e i giorni di festa li passava in giro per le vie del centro. Il suo stato di indigenza era originato da un pesante assegno di mantenimento che doveva versare alla ex moglie, e dalla totale incertezza data dai suoi redditi (guadagnava un fisso ridicolo a cui sommava le provvigioni per la vendita degli spazi pubblicitari).

 

Il grado di stress a cui quella vita lo sottoponeva finì per spezzargli i nervi. Una mattina si scagliò contro la segretaria, rimproverandole un certo lassismo derivante dal vantaggio di avere, al contrario di lui, un contratto sicuro. La lite degenerò in un’aggressione fisica in piena regola, che gli costò il licenziamento in tronco e una damnatio memoriae che perdurò fintanto che fu mantenuta in vita quella redazione. Un professionista che si rispetti, disse l’amministratore delegato, non può scadere in simili comportamenti (il che lasciava intendere che un non-professionista – per paradosso – poteva ritenersi autorizzato a prendere a schiaffi le segretarie assunte a tempo indeterminato!).

 

Era proprio in quegli anni che la parola precariato iniziava ad assumere una certa rilevanza sociale. Fino ad allora il termine veniva usato per i soli lavoratori non ancora definitivamente inseriti nei ranghi della pubblica amministrazione; tutti gli altri, con contratti provvisori e privi di garanzie, erano lavoratori in nero, o liberi professionisti. Era cioè il tempo in cui nel mondo del lavoro iniziavano a essere inoculati procedimenti e terminologie accattivanti, per lo più di origine inglese, che servivano a mascherare la nozione di incertezza.

 

Qualche anno più tardi lessi un famoso saggio di Richard Sennett, L’uomo flessibile (Feltrinelli 2001), che trattava delle conseguenze sulla vita personale dei lavoratori asserviti a parole come flessibilità, mobilità, rischio. “Flessibilità”, per esempio, era definita la capacità dell’albero di resistere alla furia del vento e di essere in grado di ritornare alla posizione di partenza; così, l’uso di questo termine, riferito a un contratto di lavoro, implicava che il lavoratore flessibile sapesse adattarsi al mutare delle circostanze, senza farsi spezzare. Spiegava Sennett che la più importante conseguenza psicologica che subisce un lavoratore flessibile – precario, autonomo o freelance che sia – è la “mancanza di leggibilità” della propria vita lavorativa. Una carriera non lineare, spesa a transitare attraverso un arcipelago di esperienze, rende difficoltosa la narrazione di sé, e quindi la costruzione di un’identità sociale che, in particolari momenti di crisi, può rendere il lavoratore estremamente vulnerabile.

 

Questa lettura mi fece tornare alla mente il caso del venditore di spazi pubblicitari. Do per scontato che la natura umana sia variegata e che la sostanza dei nostri comportamenti abbia origini multiformi, tuttavia non seppi resistere dal cercare una seppur minima porzione di spiegazione a quel comportamento nella condizione di totale incertezza in cui versava allora quell’uomo, condizione a cui, per tanta parte, contribuiva proprio il suo inquadramento contrattuale. In sostanza, il saggio di Sennett mi rese chiaro, per la prima volta in vita mia, quali fossero le conseguenze che i sistemi e i modi di produzione del neocapitalismo hanno sulla vita quotidiana degli individui nelle società avanzate. Ciò che allora si andava delineando era un furfantesco tentativo di rendere attraente un sistema di lavoro che invece stressava i lavoratori al di là di ogni limite. Il futuro del lavoro è autonomo, si sentiva urlare ai quattro venti, sottolineando la natura libertaria di quelle forme di lavoro svincolate e indipendenti. Ciò che si taceva era quanto, invece, tutta quella libertà di cui in teoria poteva disporre un lavoratore freelance, fosse una libertà fittizia, che sottostava al ricatto del motto Più lavoro, più guadagno, laddove il guadagno, nella maggior parte dei casi, si traduceva in una retribuzione media che poneva in ogni caso il lavoratore al di sotto della soglia di povertà.

 

A quasi vent’anni di distanza da questa storia mi è venuta voglia di cercare in rete notizie di quell’uomo. Oggi lavora per una società di servizi transazionali hi-tech, su Facebook ha come foto profilo un’immagine di Paperino, è un accanito giocatore di Dino Hunter, Deadly Shores (che ho scoperto essere un gioco in cui si spara ai dinosauri), è appassionato di birre artigianali, ascolta musica folk, ed è iscritto a un gruppo che organizza incontri di guerra simulata nei boschi. Si tratta di dati marginali che non mi chiariscono se col tempo sia riuscito a venire a patti con la ex moglie, se abbia poi trovato il modo di traslocare in un appartamento normale, se il suo tasso di stress perduri oltre il livello di guardia e se abbia ancora il dente avvelenato con i lavoratori col posto fisso. Per qualche misteriosa ragione ho però associato queste notizie al contenuto di un articolo che avevo letto su Wired qualche tempo prima. L’articolo era intitolato Freelance: 15 regole per avere successo. Al punto 8 c’era scritto: “Valutate l’intangibile. Non c’è solo il vile denaro a rallegrarci la vita”.

 

 

Twitter: @andreapomella

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