Partite partita IVA

La parola freelance (lo dice la Rete) deriverebbe da certi soldati di ventura così appellati da un famoso scrittore in un famosissimo romanzo del diciannovesimo secolo. Ebbene, anch’io sono stato uno di loro, un tempo, armato di partita iva e pronto a vendermi al miglior offerente. Un tempo acerbo, in cui con ogni probabilità le mogli dei miei conterranei ancora credevano ai mariti quando questi partivano per il fine settimana di lavoro a San Pietroburgo. Un tempo in cui in giro c’era ancora quel tale con la chitarra in mano che ci suggeriva di trasformarci in imprenditori di noi stessi. Un tempo, infine, nel quale il numero degli avvocati nelle aule del tribunale non aveva ancora superato quello degli animali domestici, cardellini e pesci rossi compresi. Un tempo nel quale con la luce lavoravo come perito, con il favore delle tenebre scrivevo per un giornale (spero che la differenza tra i due verbi si noti). E all’alba, all’alba sognavo. Perché di questo era fatta la mia esperienza quando ero un soldato di ventura. Sogni. Tutto il resto del tempo era un tempo dove semplicemente non esistevo, ero attaccato a un computer. E perciò di sogni vi racconterò. Sognavo scadenze, per lo più. Ma ogni tanto faceva capolino Lance Freedom. Dotato di un generatore di alea Inps (per dirottare gli implacabili bollettini verso una cassetta delle lettere sita in una terra parallela) e di crono-iban (che gli permetteva di pagare l’anticipo iva con i soldi che avrebbe ricevuto anni dopo), Lance Freedom e la sua compagna, Lavinia Leasing, non si alzavano mai prima delle dieci, lavoravano quando volevano loro e riuscivano sempre a fare marameo al loro arcinemico: Sciur Bonaventura.

 

Sciur Bonaventura era uno di quei perdigiorno che affollano le sale con le slot machine. Poi un giorno aveva trovato per terra un assegno da un miliardo di euro. Aveva alzato gli occhi e don Pippo aveva riposto il marranzano nel taschino: “Bravo picciotto. Prendili, fai come se fossero tuoi. Ma non sono tuoi”. E il signor Bonaventura era diventato un imprenditore: un allevatore di partite iva. Le catturava con una rete che gettava su di un open space con mobilia di gusto minimale dove aveva sminuzzato un po’ di avena bio insaporita con una spruzzata di birra artigianale. I creativi ci si posavano a frotte. Chi gloglottava, chi razzolava, chi mostrava la coda, chi le sneaker e la barba, ci cascavano tutti e finivano nelle voliere di Sciur Bonaventura. Tutti tranne Lance Freedom, un creativo così creativo che sarebbe stato in grado di tirarti fuori un personal brand con progetto multimediale e finanziamento europeo dal portfolio di una seduta di laurea triennale in scienze della comunicazione. Ma erano proprio i suoi successi ad aver fregato gli altri, convinti che sarebbe bastato un computer bianco per eguagliarne le gesta. Purtroppo ci siamo ubriacati dell’idea che in ognuno di noi si nascondesse, che so, un Mark Twain, e abbiamo ignorato che il genio creativo è l’entità meno democratica del mondo. Invece di impiegare il tempo in occupazioni dignitose, come il tressette a perdere, ci siamo dedicati al nulla. Come definire altrimenti tutti quegli inutili corsi di laurea in discipline umanistiche i cui contenuti si sono diluiti inesorabilmente? Non vi ricordano uno di quei tonici che nel Far West i venditori ambulanti vendevano ai gonzi? Questo è l’orrore. E io c’ero. Lance Freedom non mancava mai di ricordarmelo. Di ricordarmi di essere un laureato-sfigato con un inutile massimo dei voti conseguito nella facoltà più inutile di tutta quell’inutile fabbrica di disoccupazione, disperazione e miseria morale & materiale di cui ho appena parlato.

 

Ma non una notte, però, non la notte in cui Lance invece di presentarsi con Lavinia Leasing apparve con un pallottoliere e un commercialista abbarbicato su di una spalla,  a mo’ di pappagallo. Lance mi fece segno di stare buono e i due si misero a far di conto. Rimasi in attesa, ma con un certa ansia perché alle sei del mattino sarebbe suonata la sveglia. Entro mezzogiorno: consegna perizia. Poi due recensioni per il giornale. Di pomeriggio nuova perizia fino a tardi. A notte fonda, revisione e consegna degli articoli del mattino. Soldi guadagnati per questo grottesco sbattimento: zero. Si avvertiva solo l’eco dell’iva che avrei dovuto anticipare. Santa pazienza. Lance Freedom, finiti i conti, diede un biscottino al commercialista e scrollò le spalle. Subito un raggio trattore lo tirò su verso una Lamborghini volante guidata da Lavinia Leasing.

«Un attimo, e quindi?», la buttai lì.

«E quindi… compra.»

«Compro.»

«Devi comprare», ripeté il commercialista, prima di spiccare il volo con un bel colpo d’ali.

 

La parola “comprare” era diventata un mantra. Comprare comprare e comprare. Più confuso che persuaso, buttai giù una lista di cose che avevo comprato in quei mesi. Un paio di dischi indie-rock che non ho mai sentito per intero. Cinque-sei libri pubblicati da case editrici grandi e piccole. Una maglietta di Flash. Un’altra di Star Wars. Qualche albetto di Ratman e altri fumetti, per un totale di una ventina circa, forse meno. E i biglietti del cinema. Pochi, per altro, perché non ne avevo il tempo e perché nella mia città quando vai al cinema ti viene il dubbio che sia sempre lo stesso film a cui hanno cambiato il titolo. Roba mia vientene con me, diceva qualcuno privo di lauree ma non di una sua Weltanschauung destinata ad andare per la maggiore. Io invece me ne sarei liberato senza troppi patemi. Tutta roba, la mia, che non sarebbe servita a granché, non solo nella vita, intendo, ma pure per la dichiarazione dei redditi. Comprare comprare comprare. Comprare la mia libertà. Questo era il vero messaggio di Lance Freedom. In un momento di eccitazione di cui non avrei mai smesso di pagare le conseguenze, dissi addio alla partita iva e al futuro. Esultai intimamente e mi ripromisi di non lavorare più gratis. A ripensarci adesso, che dormo meglio d’un tempo e continuo ad avere il portafogli vuoto, la sensazione è stata come perdere sette a uno in casa durante i campionati del mondo. Ma a differenza dei calciatori della nazionale brasiliana, le lacrime le avevo finite tutte prima.

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