Se freelance è donna

Le riflessioni condotte in questi anni sul tema della femminilizzazione del lavoro sono penetrate all’interno dei discorsi politici, sociali e accademici attraverso rivoli diversi. Non saprei dire se è il caso di pensarci pienamente proiettati in una società post-patriarcale, ma è innegabile che le donne rappresentino uno dei fulcri dei processi bioeconomici attuali. La questione va inquadrata tenendo conto del fatto che la “precarietà" è precisamente il più forte dispositivo di genere – e di discriminazione del genere – degli ultimi decenni. E poiché il genere è, come ritengo, costruito socialmente e storicamente, anche la condizione di precarietà ha indubbie responsabilità nel tentare di imprimere un segno preciso a quel “divenire donna del lavoro” che abbiamo osservato in questi anni. Ciò, ovviamente, non elide del tutto il movimento potenziale che sottostà alla dinamica del “divenire donna” indicata da Gilles Deleuze, la quale indica una inclinazione decostruttiva che potrebbe sempre portarci fuori dai meccanismi di assoggettamento impliciti anche nella identità precaria.

 

 

Reputation e protesi contemporanee

 

Ricostruendo a ritroso quanto è stato elaborato sul tema del lavoro contemporaneo da una parte del femminismo italiano, segnatamente legato al pensiero della differenza sessuale, il lavoro autonomo e la figura della freelance sono stati interpretati come una rottura, calcando sul potenziale sovversivo delle nuove forme di organizzazione del lavoro all’interno di un nuovo paradigma produttivo, più accogliente per le donne e capace di spazzare via il patto fordista basato sulla divisione sessuale del lavoro: finalmente lo spazio pubblico, sclerotizzato su ruoli da sotterrare senza rimpianti (il male breadwinner), si dischiude. Tale visione, per certi versi condivisibile, non ha mancato, dal mio punto di vista, d’ingenuità, visto l’apparato discorsivo che nel frattempo veniva predisposto dal neoliberismo, con strategie di esternalizzazione che hanno determinato l’imporsi di un’organizzazione flessibile con contrattazioni individuali e ricadute di ogni incertezza sulla singola e sul singolo lavoratore. Mentre in Occidente declina la grande fabbrica, nei contesti metropolitani di tutto il globo si espande il settore dei servizi e aumenta il peso del cosiddetto lavoro cognitivo o creativo, il quale per sua stessa natura si presta a forme di organizzazione individuali del lavoro, sparpagliate sul territorio, dentro le case. In tutto questo, la predetta possibile inserzione, sul terreno del lavoro, di “simbologie alternative” annaspa: non solo la figura del freelance, vista nella sua singolarità, non riesce a intaccare divisioni e gerarchie che permangono poiché permangono immutati la centralità del profitto e le forme di eterodirezione del lavoro, ma viene plasmata su nuovi imperativi, tra i quali spicca l’orizzonte solipsistico della reputation, come è stato notato da Tiziano Bonini.

 

Nelle lande del lavoro autonomo si vive attaccati alle protesi contemporanee rappresentate da computer, smartphone e tablet, per non perdere un contatto, si consumano occhi sul video mentre i muscoli si atrofizzano alla scrivania, si inviano mail dal treno o dalla metropolitana, si prendono appunti in tram, si sperimenta sul proprio corpo la grande gamma dei sintomi legati all’ansia del dover esserci sempre o viceversa del non riuscire a esserci. In tutto questo, non può più darsi separazione tra il “tempo della necessità” e il “tempo della libertà”: al centro della dinamica di sparizione del tempo sta la crescita del ruolo della responsabilità individuale di ogni singolo lavoratore e lavoratrice che rafforza la vulnerabilità del soggetto e la sua disponibilità a darsi sempre, costantemente, interamente, al lavoro.

Essere riconosciuti nell’ambito del lavoro è una nuova forma di invisibile contratto con invisibili committenti che consente di esistere oggi, cioè di essere (forse) pagati domani. Una riconoscibilità che diventa la forma dell’inclusione temporanea-contemporanea del singolo, mentre il quadro complessivo del sistema di welfare della collettività viene progressivamente eroso.

 

 

Innamorate del lavoro

 

Al di là delle difformità tra scuole di pensiero, le donne immerse nella loro vita precaria, intermittente, da partite Iva, hanno avuto una funzione nel conferire una valorizzazione estrema al lavoro, in questa fase del capitalismo. Ognuna di noi lo ha direttamente sperimentato. «È curioso che siano state proprio le donne» – scriveva Lia Cigarini nel libro La rivoluzione inattesa (Pratiche editrice, 1997) – «a dare così tanta importanza al lavoro. Non tanto, però, se si pensa che sono entrate nel mondo del lavoro in modo massiccio, di colpo, negli ultimi dieci anni. Questo evento è vissuto come una nascita collettiva delle donne nel fare mondo. Le nascite sono eventi felici, nonostante la fatica, la sofferenza. Ma soprattutto la nascita comporta una valorizzazione, un innamoramento». Su un altro fronte, ho ripreso in mano il documento a firma Immaterial Workers of the World Che le te lo dico a fare, pubblicato nel 1999 (“DeriveApprodi”, a. VIII, n. 18). In quel testo si legge: «Nel bacino dell’intellettualità di massa è impossibile scindere l’attitudine lavorativa dal “mondo della vita”. In questo senso, il bacino rende universali e paradigmatiche le caratteristiche tradizionali del lavoro femminile».

 

Da qualsiasi angolazione la si guardi, nella costruzione della psicologia del freelance contemporaneo, le donne sono state una fonte di ispirazione sia dal lato della inclinazione da imprimere al nuovo modello di ri-produzione come da quello delle modalità di azione e di comportamento da immettere dentro le organizzazioni.

 

Nella costruzione biopolitica della soggettività precaria si fa appello al lato femminile, certamente un femminile stereotipato, disincarnato e costruito astoricamente, plasmato socialmente, il quale tuttavia agisce, in parte in maniera inconsapevole, come su una sorta di palcoscenico, accettando regole di ingaggio precise. Questo “femminile” sollecitato, addirittura riesumato dalle profondità di ataviche costrizioni, non è tanto della “donna” presente, non è una categoria che definisce chi è “donna”, ma è proprio del freelance reso obbediente e flessibile a ogni mansione da una ineludibile insicurezza e dall’assenza di possibilità di confronto con un circuito più largo: la solitudine, insieme all’ansia, è un sentimento che ritorna, riaffiora quasi come retaggio della casalinghitudine oggi tradotta in domestication del luogo di lavoro, che rende difficili i contatti con altri esseri della stessa specie. Un universo costruito sull’imposizione della “dipendenza” dal processo nonostante l’apparente “indipendenza” e che si spinge fino a comprendere il paradigma della gratuità del lavoro. Proprio mentre le donne provano a liberarsi in massa da ruoli tradizionali, il fantasma del femminile le insegue e le riacchiappa attraverso precarietà. Il privato messo al lavoro irrompe nello spazio pubblico, a partire da uno stato di “minorità” del freelance femminilizzato, tipica della fase postwelfare.

 

 

La precarizzazione dei movimenti

 

Adam Arvidsson ha scritto su queste pagine di come il frastagliato mondo del lavoro precario o autonomo sia connotato da una “solidarietà debole”. In realtà vorrei aggiungere qualcosa di più: i movimenti che hanno lavorato sulla precarietà e che hanno fornito le più acute chiavi di lettura rispetto al paradigma di precarietà (penso al collettivo San Precario ma non solo) sono stati messi in difficoltà proprio dalla logica lavorista, esibitoria e meritocratica che hanno combattuto. Le università, i giornali, le istituzioni sindacali e politiche, una gerontocrazia consolidata, hanno succhiato fino in fondo ciò che è stato prodotto, spuntando, infine, fuori l’osso. Senza fare panegirici, pur vedendo limiti, autoreferenzialità e leaderismi, tali circuiti sono stati, a differenza degli altri citati, gli unici in grado di partorire, in questi anni, forme di pensiero e perciò di lotta potenzialmente all’altezza della complessità del presente. Ma hanno visto ridurre le proprie fila tra obbligate emigrazioni all’estero e bisogno di reddito, accademizzazione del discorso, traduzione e ricomprensione di multiformi elaborazioni e pratiche all’interno del sistema della riconoscibilità e dell’attribuzione. Tutto ha contribuito a normalizzare e a disciplinare, forse perfino il timore di taluni di vedere usurpato il proprio ruolo di “intellettuali” nel crescere del ruolo del lavoro della conoscenza in una società completamente intrisa di conoscenza.

 

Insomma, mi domando: se non si riesce a tenere sui modelli alternativi, come si potranno dare esempi di solidarietà? Come si potrà dare una exit strategy alla logica persecutoria del riconoscimento obbligato che spinge sulla gratuità del lavoro se non si trovano le modalità per dare maggiore valore ad altre forme di riconoscimento da noi stessi stabilite, inconoscibili al capitale, e perciò ad esso antagoniste? Quali strategie mettere in campo per resistere o meglio per contrastare tanta pericolosa pervasività? Il confronto orizzontale ha trovato nel femminismo sorprendenti anticipazioni spesso disconosciute, occultate, relegate a margine. Di questa modalità si parla oggi poco, prevalgono il verticismo e l’applicazione a tutti gli individui di quei dispositivi di assoggettamento che sono stati usati innanzitutto sulle donne, nonché il dirottamento e l’integrazione di un tipo di valorizzazione che passa, crudamente, anche dalla sfera degli affetti e dalla cooperazione, intesa come esteriorità radicale al mondo del lavoro produttivo. Prevale il lato deteriore del “divenire donna del lavoro” mentre per cambiare ci vuole un’idea di immanenza radicale, un’idea di condivisione tra corpi che punti ad andare oltre i confini sempre più ipertrofici dell'Io attraverso una rete di incontri-confronti con altre e altri, dove parti di sé contaminano e influenzano altre parti di sé.

Campagna pubblicitaria Eram, 2001

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