Alfabeto Pasolini

Le "frontiere" della psicoanalisi

Qual è il rapporto che la psicoanalisi intrattiene con la storia? Attraverso quali sentieri, faglie, tracce, la storia penetra e condiziona la teoria e la pratica psicoanalitica? È questo il tema centrale intorno al quale si confrontano i contributi raccolti nell’ultimo numero di «Frontiere della psicoanalisi» (Storia, memoria, deformazioni, n. 1/2021, Il Mulino), la rivista diretta da Massimo Recalcati e Maurizio Balsamo. Si tratta di una domanda di ricerca che interroga non solo la pratica della clinica psicoanalitica rispetto al posto che la storia – singolare e collettiva – occupa nella relazione terapeutica, ma anche il rapporto che la teoria psicoanalitica intrattiene con la società e con il proprio tempo. Di seguito, proverò a illustrare le tematiche e gli interrogativi di maggior rilievo che, a mio avviso, rendono questo numero della rivista particolarmente rilevante e, dal momento che sarebbe impossibile, nello spazio di una breve recensione, restituire al lettore l’intero spettro dei contributi presenti, proverò a suggerire delle ipotesi di lettura, richiamando in parentesi il riferimento all’autore.

 

Inizierei innanzitutto dal tema portante della rivista, ovvero il rapporto tra psicoanalisi e storia, per poi spostarmi verso i territori che ne esplorano le frontiere con incursioni che eccedono i confini disciplinari senza tuttavia far perdere l’orientamento al lettore, ma anzi offrendogli una bussola che punta verso nuove ipotesi di ricerca.

È noto il fatto che la psicoanalisi è nata sul terreno della cura dell’isteria, ovvero come trattamento di una storia singolare, quella del paziente, ma anche di una storia collettiva, quella dell’autoritarismo sessuale dell’epoca vittoriana. Ciò che la pratica della clinica confermerà a Freud è infatti che il passato traumatico del paziente – la sua storia – sospeso nel non-detto e nel non-dicibile della memoria in un processo di deformazione di ciò che non può essere ricordato, condiziona la sua vita presente nella forma del sintomo. Il sintomo, come manifestazione di una storia che si ripete trasfigurata e deformata, blocca la vita del soggetto all’interno di una ripetizione che appare senza scampo. È questo il primo punto di contatto tra psicoanalisi e storia, che gli autori evidenziano interrogando le origini, i fondamenti e gli sviluppi della teoria e della pratica psicoanalitica e cercando di evidenziare alcune delle traiettorie che l’impatto di questo fondamento originario produce con l’esperienza del tempo che condiziona il vissuto della società occidentale contemporanea. 

 

La pratica clinica psicoanalitica coincide con il trattamento di una storia singolare, attraverso il quale l’analista opera come una «funzione di montaggio» per la riscrittura soggettiva, da parte dell’analizzando, delle scene del vissuto sedimentate in frammenti di memoria scomposti (Maurizio Balsamo). La storia – intesa come storia singolare, vissuto soggettivo del paziente – è dunque elemento costitutivo della pratica clinica psicoanalitica fin dalle sue origini. E tuttavia, all’interno di questa dimensione della storia individuale, dai suoi bordi più distanti fino alle sue profondità più insondabili, c’è sempre un problema di civiltà, una dimensione collettiva della storia che non può essere elisa, ma solo a propria volta singolarizzata.

 

 

Qui sorge un primo elemento problematico, segnalato, con gradazioni e punti di vista diversi, dagli autori: che ne è infatti di questo nesso stringente e costitutivo tra psicoanalisi e storia nel nostro tempo, un tempo che elide la storia come esercizio critico e monumentalizza il passato come reperto anacronistico? Il nesso stringente e costitutivo che lega psicoanalisi e storia appare oggi sempre più sfilacciato e la psicoanalisi sembrerebbe condividere, da questo punto di vista, il destino che accomuna le discipline storiche in epoca contemporanea, ovvero un oblio nel tempo dell’accelerazione universale. Un tempo che offre, paradossalmente, grazie ai nuovi dispositivi tecnologici, possibilità di memorizzazione di dati pressoché infinite e che pure fatica a fare un buon uso della storia. La nostra epoca appare infatti segnata da un particolare “regime di storicità”, ovvero da un certo modo di vivere l’esperienza del tempo, che lo storico François Hartog ha definito come “presentismo”.

 

Presentismo non vuol dire soltanto che l’esperienza del tempo che condiziona le società contemporanee sia esclusivamente orientata verso l’attuale, ma anche che la rimozione della storia provoca una museificazione della memoria (Valentina Pisanty): perdita di capacità di invenzione, di rinnovamento, di differenza, sono tutti sintomi di una elaborazione del passato che blocca ogni possibile apertura verso ciò che è di là da venire. Se la modernità è stata segnata, come vuole Koselleck, dall’«orientamento al futuro», la postmodernità sembra invece chiudersi in una dimensione claustrofobica del presente. È ciò che accade, in un certo senso, affermano gli autori, anche nella psicoanalisi: l’elisione della storia dalla pratica clinica implica infatti il blocco dei processi trascrittivi che consentirebbero al soggetto di agire la propria storia in direzione di un rilancio critico della propria vita. Così come la scomparsa della storia critica fonda, nell’esperienza del tempo tipica della nostra società, gli “abusi della memoria” (per usare l’espressione di Todorov), allo stesso modo l’elisione della storia dalla pratica clinica sembra compromettere l’accesso singolare a una possibilità di riscrittura del proprio vissuto, sulla quale si fonda l’impresa psicoanalitica (Maurizio Balsamo, Massimo Recalcati).

 

La storia diventa in questo modo «eccesso paralizzante di memoria» che impedisce ogni rilancio: è ciò che accade nella singolarità della cura, ma che è allo stesso tempo un tratto caratteristico dei nostri tempi. Da un lato, infatti, l’attuale malessere psichico sembra ricercare dimensioni di cura in cui la storia viene rimossa per far posto ad approcci terapeutici più performanti, che rispondano ai tempi brevi nella forma di ortopedie psichiche ad orientamento pedagogico-disciplinare. Dall’altro, la storia come esercizio critico-genealogico, che una società opera su se stessa, cede sempre più il passo alla «fontolatria», al fervore archeologico dell’asettica ricostruzione del già-stato o al culto identitario del monumento, che nella ostentazione del passato celebra in realtà un presente sempre identico a se stesso. La storia attraversa dunque la psicoanalisi come taglio possibile, non come ricostruzione fedele. 

 

A proposito della pratica della storiografia, Paul Veyne ha affermato che «gli intrecci sono come itinerari tracciati dallo storico attraverso il campo degli avvenimenti. Nessuno di tali itinerari è l’unico vero, nessuno coincide con la Storia. Un avvenimento è quindi un crocevia di itinerari possibili». Anche la storia del paziente è un crocevia di itinerari possibili e il compito dello psicoanalista sembra in questo essere affine a quello dello storico: favorire quegli intrecci che, nella narrazione autobiografica della storia del paziente, possono «traghettare la cura dalla ripetizione alla differenza, allo scarto» (Maurizio Balsamo, Massimo Recalcati), ovvero consentire ad altri itinerari – diversi da quelli che bloccano la vita nel sintomo – di emergere. 

 

 

La psicoanalisi nasce dunque sul terreno “tragico” della storia, sul presupposto di una connessione tra storia individuale e storia collettiva. È questa dimensione di coappartenenza a un’esperienza “tragica” del tempo e del vissuto a essere oggi offuscata nella società e, di riflesso, anche all’interno di alcune tendenze della pratica clinica e psicoterapeutica contemporanee. Un oblio di quel metodo biografico, che «comincia da sé, ma non finisce con sé» (Romano Madèra) che ha consentito alla psicoanalisi di innestarsi sul terreno di un’ermeneutica del sé, lì dove è possibile fare esperienza, attraverso la mediazione dell’Altro, del soggetto dell’inconscio. La storia appare qui come “singolare collettivo” e non come fluire cronologico di eventi e apre a una possibilità di problematizzazione dell’esistente, che consente di interrogare il nostro presente a partire da una distanza da noi stessi.

 

Tale distanza da noi stessi, che solo un certo uso della storia rende possibile, è la strada principale per uscire dalla ripetizione e inventare la differenza, lo scarto del divenire-altro da sé. Ricordare, nella psicoanalisi, «non ha niente a che fare con un atto intenzionale», ma con quel «decentramento» che apre al soggetto la via di una nuova traiettoria (Udo Hock). È questo il nesso che, mi pare, gli autori evidenziano e che lega l’esercizio della storia critica, intesa come “ombra che la domanda del presente proietta sul passato”, all’esperienza della psicoanalisi: «non una mnemotecnica, né mero recupero archeologico del passato, ma istituzione in divenire del passato alla luce della temporalità dell’après coup» (Maurizio Balsamo, Massimo Recalcati). Come a dire che la psicoanalisi è impresa genealogica che rende la storia un «taglio» che attraversa l’esperienza del soggetto e che solo in questa possibilità di discontinuità può aprire allo scarto di una differenza, che rompa la ripetizione dell’identico. La storia ha quindi a che fare con la psicoanalisi da un duplice punto di vista: perché condiziona, attraverso le deformazioni della memoria, il vissuto del paziente; ma anche perché la dimensione della vita collettiva, l’esperienza storica del tempo, entra prepotentemente nella vita di ciascuno di noi. Ogni formazione dell’inconscio – ci ricordano infatti gli autori – è sempre, oltre che singolarità di un’esperienza, anche formazione sociale. 

 

Ecco perché la necessità di spingere il terreno di ricerca della psicoanalisi alle sue frontiere. I contributi raccolti in questo numero condividono infatti una duplice urgenza: 1. interrogarsi sulla scomparsa della storia del paziente (e dell’analista) dalla pratica clinica, che in questo modo si dispone intorno all’hic et nunc della relazione terapeutica; 2. sondare i territori delle implicazioni, ovvero come dimorare sulle frontiere della psicoanalisi che aprono alle diverse esperienze del tempo nell’arte, nella letteratura, nella politica. «Frontiere della psicoanalisi» esplora in questo numero forse una delle connessioni più fertili tra psicoanalisi e storia: la psicoanalisi non si fonda sulla fedele riproduzione, nel ricordo, di ciò che è stato, ma sulla possibilità di interrompere la ripetizione del già stato che resta attivo nella vita del soggetto malgrado il suo oblio. Ed è questo il solo modo per fare un uso non monumentale della storia. Così come il ricordo trasfigura sul piano soggettivo l’esperienza di vita passata, fissandola al trauma che condiziona silenziosamente il presente, allo stesso modo il presentismo contemporaneo non libera dal passato, ma ne favorisce il ritorno in forme aggressive, identitarie, ripetitive. 

 

Storia e psicoanalisi sono quindi legate non solo come discipline (Edoardo Tortarolo), ma nella misura in cui la storia individuale è sempre in relazione alla storia collettiva e viceversa. La storia è infatti un possibile nome per l’Altro, che ci accoglie o ci respinge: essa entra nella vita del soggetto già prima della nascita, ad esempio con le proiezioni del vissuto dei genitori, un vissuto condizionato da eventi traumatici, soggettivi e allo stesso tempo storici (Francesco Giglio). Per questo motivo, la pratica clinica non può fare a meno della storia e la clinica interviene non per modificare la vicenda vissuta, ma per riscriverne il ricordo, perché mutando il ricordo è la stessa storia soggettiva che viene ritrascritta per far emergere il nuovo, la differenza, lo scarto. Non «ricordare», dunque, è il centro nevralgico della cura, ma il problema del «perché si è dimenticato?» (Udo Hock). Non solo la storia dell’analizzando, condizione di ogni possibile transfert, ma anche la storia dell’analista può essere un modo per decifrare i vissuti del paziente attraverso un buon uso del controtransfert (Massimo Recalcati).

 

Chiudono questo ricco numero alcune incursioni, che orientano la ricerca sulle frontiere della psicoanalisi, lì dove cioè quest’ultima incontra la letteratura, l’arte, la politica. La letteratura, come l’atto analitico, si inaugura all’incrocio tra differenti temporalità senza mai essere né lineare, né progressiva (è ad esempio il campo problematico di un romanzo della resistenza in Fenoglio, come ricorda Chiara Matteini). Ma anche il gesto artistico della cancellatura di Emilio Isgrò, che instaurando un rapporto agonistico con ciò che viene cancellato, consente, proprio come nella pratica clinica, una riscrittura creativa di ciò che era scritto (Fabio Benincasa). Oppure, infine, la possibilità inventiva sul terreno della politica, poiché il processo istituente, che può dar vita a forme innovative del vivere civile, non è mai creazione ex nihilo, ma è sempre condizionato «dal contesto sociale in cui si situa»: nell’atto di istituire è sempre in gioco uno scarto che trasforma non solo il reale, ma anche le soggettività che vi entrano in gioco (Roberto Esposito).

C’è dunque da accogliere e seguire con grande attenzione l’avventura editoriale di «Frontiere della psicoanalisi» per la coraggiosa e inattuale sfida che lancia ai saperi critici nell’epoca contemporanea e alla nostra comune esperienza del tempo.

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