Pannella e il destino dell'antipolitica

Non ho mai amato la figura di Pannella e non tanto per via del suo stile di comunicazione plateale e smodato, e neanche per la fine che hanno fatto alcuni suoi seguaci storici: da Rutelli, a Capezzone a Giachetti. Nemmeno sopravvaluterei la questione ben più cogente di una strategia di posizionamento tanto velleitaria quanto opportunistica che, specialmente negli anni novanta, ha visto Pannella e il suo gruppo ondeggiare da una parte all'altra dello scacchiere politico, senza o quasi soluzione di continuità.

 

Seppur come tanti giovani d’un tempo abbia votato almeno una volta nella vita per la sua Lista, il motivo di tale idiosincrasia è certamente più profondo. Certo i più potrebbero obiettare: come si fa a non apprezzare la caparbietà con cui lui e i suoi fedeli hanno portato avanti lotte decisive per il cambiamento di costume della solita italietta retrograda? Come non adorare un modello di politica militante così attenta alla difesa delle virtù liberali e forse ultimo erede dell'universalismo illuminista?

Il problema sta nel fatto che nella fase espansiva delle democrazie europee, trainate da uno sviluppo incessante e da una vasta cetomedizzazione, tematiche come il divorzio, l'aborto e la liberalizzazione delle droghe leggere trovavano un certo sostegno da parte di quei ceti che erano tutti  rivolti nella direzione del progresso e intendevano lasciarsi alle spalle le catene della tradizione e le costrizioni della vita comunitaria. Lungo la curva ascendente dello sviluppo industrialista e postindustrialista, le lotte radicali diffondevano un'euforia per il progresso unita a una nuova etica della società civile che molti paesi protestanti potevano solo invidiare. Anche in Italia questa euforia contagiava i militanti dei partiti di sinistra che, seppur antitetici su posizioni chiave, non potevano non riconoscere l'utilità di quelle battaglie. Nonostante gli anni ottanta, tramite le figure della Thatcher e di Reagan, avessero già mostrato il volto duro del neoliberismo, la questione dei diritti – legata a doppio filo all'espansione della globalizzazione – profumava ancora di novità, giustizia e solidarietà. Solo successivamente, a partire dagli anni novanta, ci si sarebbe resi conto che il legame covalente tra universalismo dei diritti e neoliberismo era solo un modo per rivestire di una patina desiderabile qualcosa che, nella sua portata epocale, avrebbe messo in pericolo l'ordine mondiale e spaccato in due la politica non più lungo l'asse orizzontale della dialettica destra-sinistra, bensì lungo quella verticale dell'opposizione tra capitale globale e nuove comunità di resistenza.

 

 

Passando dalla crisi globale a quella della politica nazionale, in accordo con ciò che ha detto Massimo Teodori sul Messaggero del 20/05/16, Pannella sarebbe stato travolto dai cambiamenti sistemici degli anni novanta, senza riuscire più a produrre innovazione né proposta politica. Anche secondo Antonio Padellaro, l'iniziativa del leader radicale si sarebbe arenata nello stesso periodo, a causa dello tsunami di Tangentopoli rispetto al quale la proposta radicale, ancora in controtendenza, si sarebbe schierata contro il cambiamento promosso dalla magistratura e per una riforma della giustizia che lo avrebbe avvicinato al berlusconismo allora rampante.  

 

Per Marco Damilano (L'Espresso 19/05/16) che elenca tutti i digiuni del leader italiano più anticonformista che si ricordi, egli "ha anticipato tutto: la politica spettacolo, la trasversalità, la personalizzazione (nel 1992 fu il primo a candidare in Italia una lista con il suo nome: lista Pannella). La disaffezione... e la partecipazione, La bio-politica: l'onda lunga che è arrivata fino ad oggi, alle unioni civili".

 

La categoria foucaultiana di biopolitica in effetti ben rappresenta il mutamento di paradigma del tardo novecento che muove dalla metafora "positivista" del corpo politico alle molteplici politiche del corpo. Pannella si rese conto in anticipo sui tempi di questo scostamento decisivo e del modo in cui la vera politica avrebbe dovuto interessarsi della concretezza del quotidiano piuttosto che delle grandi contrapposizioni ideologiche dell'epoca. Ma proprio questo mutamento di prospettiva ha rappresentato il punto di rottura con la sinistra in generale e con quella più radicale in particolare. Un contrasto ancora vivo e riassumibile nel recente intervento di Oreste Scalzone alla presentazione della rivista “Sudcomune” a Milano quando ha parafrasato la celebre massima di Marx sulla storia che si ripete sempre due volte... "prima come Pasolini e poi come Vendola".

 

Sebbene Pannella abbia anticipato forme di comunicazione che oggi definiremmo come anti-politica – il suo bavaglio richiama il cappio leghista ma anche i gadget dei 5Stelle – nessuno si sarebbe mai sognato di definirlo come un populista perché, tutto sommato, il suo ideale politico era coerente con un modello economico e giuridico ben più potente e legittimato su scala mondiale. Questo il paradosso mai risolto dei Radicali: una formazione profondamente di sinistra che sposa ideali economici di destra.
Del resto il circolo di intellettuali collegato al movimento si chiamava Amici del mondo (riferito al Mondo come testata ma anche all'apertura al mondo come vocazione virtuosa e incontaminata).

Se in una fase di relativa espansione del processo di globalizzazione il ruolo dei radicali era pura avanguardia, nella fase discendente, quando i difetti stessi del sistema-mondo vengono a galla, ai radicali non resta altro che scimmiottare le loro vecchie conquiste oppure specializzarsi, come ha acutamente fatto la Bonino, nella geopolitica o nelle relazioni internazionali. Queste costituiscono a ben vedere la trama che connette il potere globale e la vulgata neoliberista nelle loro declinazioni locali, specialmente se si considera il rapporto tra Europa e mondo arabo. La bandiera dei radicali si è ammainata rispetto al dibattito sulle unioni civili, a parte alcuni interventi su Radio Radicale e sul sito Radicali.it. Mentre lo stesso tema è diventato fiore all'occhiello e ammirevole conquista dell'amministrazione Renzi. Anche questa conquista, come quelle sacrosante sull'aborto e sul divorzio, è stata avversata dalla peggiore ideologia reazionaria ma anche dalla sinistra più radicale perché troppo sbilanciata in favore degli interessi di classi privilegiate. Edmondo Berselli (L'Espresso 22/04/2004) lo ha definito come un uomo "in grado di reinventarsi ad ogni stagione", una sorta di "autobiografia della Nazione" che ne riassume i principali pregi e difetti. Ormai più che altro "un uomo politico che parla alle élite, e sicuramente le influenza... ma chissà se parla ancora all’opinione pubblica, e se l’opinione pubblica ha voglia di ascoltare le sue strepitose manipolazioni politiche vestite da argomenti di inoppugnabile civiltà giuridica".

Per capire ciò che è accaduto può essere utile la  categoria antropologica di omologia. Sino agli anni settanta-ottanta la questione dei diritti civili era integrata in una narrazione che conteneva altri discorsi coerenti con quei valori e che preannunciava una società migliorata dal progresso e dalla tecnica. Oggi questa omologia s'è frantumata e la questione dei diritti ha assunto una dimensione trasversale, mentre l'opposizione tra politiche neoliberiste e nuovi "populismi" è il vero territorio del conflitto. Certo, anche il populismo è fatto di sfumature diverse: Salvini totalmente anti-progressista ma per la legalizzazione della prostituzione, Grillo contro l’asse mittel-nord europeo ma a favore delle coppie di fatto. La nuova omologia dell’antipolitica, come ad esempio per la destra francese, tiene insieme antieuropeismo, critica alla globalizzazione dei capitali, delle persone, delle merci ecc., recupero delle tradizioni, del localismo, del saper fare localistico.

 

Nel nuovo sistema non più globale, né locale, ma multilocale, le innovazioni sul fronte della biopolitica iniziano a essere viste con sospetto. Come il risultato di una prevaricazione della tecnica sul naturale corso della vita quotidiana. Per questo parte dell'opinione pubblica s'appresta a rinunciare alle conquiste liberali e a indietreggiare consapevolmente sul fronte dei diritti – dalla extraordinary redemption di Bush alla recente chiusura delle frontiere di mezza Europa – per guadagnare un pezzetto di confortante sicurezza. In questo contesto ben più radicale e polarizzato non c'è più posto per figure politiche come quella di Pannella, il cui insegnamento può essere integrato nelle posizioni ibride e "triangolate" di grandi coalizioni, di partiti della nazione o semplicemente di una sinistra che fa politiche di destra (come il PD) o come nel Regno unito, dove la destra incorpora elementi del programma laburista.

Marco Pannella, Eugenio Scalfari

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