Le miniature di Ermanna

Un anno fa usciva Miniature Campianesi, primo libro scritto da Ermanna Montanari, di recente vincitrice del premio della Associazione nazionale critici di teatro come migliore attrice dell'anno. Piergiorgio Giacchè racconta l’importanza di questo libro.

 

Ermanna Montanari e Marco Martinelli li conosco e riconosco dal tempo del teatro di gruppo, come la sola coppia che ha fatto gruppo senza mai divenire “aperta”: anzi, ermannamarco lo scrivono e lo vivono tuttattaccato… E l’amico spettatore non osi dividere quel che il teatro ha unito… Ma in realtà il teatro è venuto dopo una storia d’amore che era ora di ricordare e rivendicare. Ed è questo che hanno fatto, sia Ermanna che Marco, in due diversi libri che mi sono arrivati insieme e che mi sono letto “all’unisono”, alternando l’uno all’altro.. O l’Uno all’Altra? 

Il fatto è che i due libri si dividono subito, e non soltanto per il senso ma piuttosto per il sesso che caratterizza i due mestieri del teatro. Perché diciamolo: a dispetto delle loro desinenze, Attore è sostantivo femminile e Regista è aggettivo maschile, chiunque sia a indossarne gli habitus. Così il libro di Marco (Aristofane a Scampia) si spende e si spiega nella fase di maturità della loro arte, mentre quello di Ermanna (Miniature campianesi) scava e sosta piuttosto nell’infanzia della vita; così il regista non perde mai la distanza né l’autorità della terza persona nemmeno se scrive in prima, mentre l’attore (in questo caso addirittura attrice) parte in prima persona e arriva all’intimità di una persona “altra”, che poi non è mai un personaggio ma l’interprete più autentico di sé…

 

Alla fine della duplice lettura si apprendono molte più cose dalla “non-scuola” di cui tratta il libro di Marco, ma si è presi e compresi di più dalla “prima vita” del libro di Ermanna. Il fatto è che un libro ‘da regista’ è pur sempre un documentario, mentre un attore può davvero fare del suo libro un film. Più esattamente una scena, a patto di raggiungere la cura e la magia di una “scrittura che recita”, ovvero quando l’ambiente e la vicenda (la scenografia e la narrazione) sono tutt’uno, quando al racconto si preferisce il ritratto, quando il gesto precede il senso… e infine quando tutte le pagine si raccolgono nell’unità di tempo e di luogo e d’azione di un paese così piccolo da sembrare un teatro “in miniatura”. 

 

San Vincenzo Ferrer, illustrazione di Leila Marzocchi.


Miniature campianesi prendono l’aggettivo da Campiano ma il sostantivo viene dalla minuta e preziosa dimensione di una famiglia, di una casa, di un campo e infine di un orizzonte sempre piccino e sempre vicino anche quando si allarga o si allontana. La storia di vita di Ermanna Montanari – come si sa e si è visto – non si è certo fermata e addirittura ha preso il volo, ma questo suo libro (in tutti i sensi “primo”) resta impigliato all’albero delle sue radici. E finalmente si scopre cosa sono e soprattutto chi sono quelle benedette radici che non abbiamo e non riproduciamo più: le radici le hanno e le impersonano quelli che restano sempre nello stesso posto, sempre con lo stesso lavoro, sempre con lo stesso sguardo verso il basso della terra e l’alto del cielo, sempre con il proprio corpo dentro il limite o la scena (il tempo, il luogo, l’azione) di una intera vita. Il libro di Ermanna non le evoca ma ci dialoga con le sue radici, cioè con le persone e i luoghi e le cose che hanno fatto la sua identità, proprio mentre costituivano una alterità ormai impossibile da capire, difficile da accettare e però – differenze e disobbedienze a parte – facile da amare. 

Il lettore lo sente, lo condivide e lo convive a modo e nel mondo suo. Perché questo di Ermanna è un piccolo libretto d’opera in cui ciascuno deve aggiungere la propria musica, associare personali immagini, resuscitare privati ricordi… sì, come avviene (cioè come dovrebbe avvenire) a teatro. L’attrice o la scrittrice – che poi è lo stesso e la stessa – merita l’applauso quando è “brava” a suscitare nel lettore-spettatore un rinvio, un riflesso… Un effetto!

 

Pennato, illustrazione di Leila Marzocchi.


A questo punto – cioè quando un libro fa effetto – non contano i giudizi del critico, perché lo spettatore va per i fatti suoi e fa benissimo. Ma a questo punto – io credo – i lettori delle “miniature” si dividono per forza, anzi in forza dell’età ovvero della quantità e qualità dell’esperienza. Siamo senza radici – dicevo – ma anche orfani del tempo del riprodursi o rigenerarsi. C’erano una volta e non ci sono più, appunto, le “generazioni”. Sì, proprio quelle che fanno genealogia, da Abramo che generò Isacco e poi Giacobbe e così via in continuità e intanto in conflittualità permanente. 

Oggi, nel lago del presente dilatato e nel mare dell’omologazione assoluta, non ci sono più né i cicli delle tradizioni né le cronologie dei tradimenti di quella catena generazionale che ci tirava su e ci imprigionava dentro… e i nonni e i padri e madri e figli e nipoti di oggi sono soltanto nomi propri e giochi di ruolo che non fanno testo e tantomeno contesto. Oggi, ai più giovani lettori, la storia di paese e di famiglia di Ermanna sembrerà una favola, mentre i lettori più datati la riconoscono come la propria leggenda, che ha preceduto e nutrito la storia che è venuta dopo e ci è avvenuta sopra. Bisogna cioè aver avuto modo di vivere o almeno fatto in tempo a vedere la leggenda di un’infanzia come cristo comandava, magari passata in una campagna dove l’uomo faticava. 

 

Non c’entra la nostalgia, e però conta la compagnia di una famiglia larga e di un paese stretto, la confidenza con le (stesse) persone e le (poche) cose e le piante e gli animali… da amare e poi mangiare. Conta l’aver conosciuto i contadini e la loro civiltà non civica, aver imparato a parlare dagli analfabeti, aver provato il caldo e il freddo e la noia lunga dell’estate e la sorpresa breve di natale… O, per scendere nei dettagli e infilarsi fin dentro le pagine del libro, conta l’aver trovato chiuso il salotto buono ricoperto di cellophane, l’aver dormito con la nonna nel materasso di foglie di granturco, l’aver frequentato l’asilo delle suore, e perfino l’aver preso parte – senza orrore – al rituale sterminio dei gattini appena nati… come è successo a me.

 

Piedi e spine, illustrazione di Leila Marzocchi. 


Non voglio dire che “questo è un libro per vecchi”, e però mi auguro che il suo effetto faccia invecchiare tutti i suoi più giovani lettori, come avviene in quei rari spettacoli teatrali riusciti, e quindi entrati e ripassati dentro di noi… spettacoli di cui Ermanna è fin troppo capace. E, forse, è per via di questo ‘troppo’ se alla scrittrice viene talvolta la tentazione di rivestirsi d’attrice ed esporre in lettura pubblica le pagine delle sue “miniature”… 

Ebbene, non da critico saccente ma da lettore geloso, questo “spettacolo del libro” non lo capisco e non lo approvo. Una scrittura che recita non ha bisogno di essere ri-citata di nuovo: può togliere il gusto ma prima ancora lo spazio di quella intima proiezione e leggera meditazione che lo specchio fermo della pagina consente. Infine le miniature del “breviario” di Ermanna Montanari sono da guardarsi da soli e da vicino, soprattutto quando – nella seconda parte del libro – la scrittura spezza le righe e il ritmo per “fare il verso” dei genitori, che dalla loro solida lontananza dialogano con il presente di Ermanna magari per telefono… 

 

Ebbene, in quell’ultimo atto del libretto d’opera c’è anche la musica: c’è il segno del dialetto stretto e il senso del va pensiero di una volta, che è vivo e vegeto e per fortuna incrollabile anche adesso… Dunque, arrivati al presente, non ci può essere più divisione fra le classi d’età dei lettori: tutti hanno modo di accostarsi al dire al fare al pensare di una generazione – antica ma non antiquata – salda nelle sue statiche convinzioni, affettuosi egoismi, assurde saggezze da leggere da vicino e rileggere da soli.

Una per tutte, riassunta a modo mio, dice dell’inutilità della scuola, “perché quelli che vanno a scuola infine pensano quello che NON SI DEVE pensare!” È questa una sentenza – si badi – detta da una mamma-geppetto a una figlia-pinocchio e non più viceversa: gli sarà scappata come una battuta, forse, eppure me la rileggo e ci sto ancora pensando su. Se l’avessi ascoltata dall’attrice invece che trascritta dalla scrittrice, sarebbe stata appena quella battuta che è… Ecco perché un libro-teatro – quelle rare volte che nasce – è meglio di un teatro che mette in scena o in voce un libro… 

 

Marco Martinelli, Aristofane a Scampia, Milano, Ponte alle Grazie, 2016

Ermanna Montanari, Miniature Campianesi, illustrate da Leila Marzocchi, Cagliari, Oblomov, 2016.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO