Leggere in Asia

Chi lo sa se in Asia si legge, e chi legge, e quanto si legge. Una Accademia Cinese per la Stampa e le Pubblicazioni presentò nel 2020 il risultato di una ricerca, precedente la pandemia: l’81% dei cinesi legge. Sarà vero? Questi signori apparecchiano un dato cui è difficile credere: il 92% per cento dei genitori di bambini sotto gli otto anni passa in media 25 minuti al giorno leggendo insieme ai figli. Bello pensarli lì, i padri le madri e i bambini, ma i dati rilasciati in Cina vanno presi con beneficio di inventario. In India invece i dati sono difficili da raccogliere, perché una immensa popolazione rurale resta scollegata al resto della società, dentro a una bolla, sì, o dentro a una bolla sta chi non li sa raggiungere: una decina di anni fa solo tre giovani su quattro erano alfabetizzati e si stimava che uno su quattro leggesse. In Malesia il Malay Mail (Kuala Lumpur è sede di una importante fiera del libro per bambini e ragazzi) sosteneva prima della pandemia che tre persone su quattro comprassero almeno un libro l’anno: più che in Italia.

 

Per quel che ne ho visto io, le frequenti lamentazioni italiane sulle abitudini di lettura non trovano riscontro in Cina, mai sentito un autore preoccupato che il mercato non tiri: anche se negli ultimi anni la rete divora tempo e attenzione, una cosa come #ioleggoperché in Cina non ha senso, ancora. È un paese enorme, con una lingua compresa da ben oltre un miliardo di persone, bacino di utenza che porta al pareggio dei costi qualunque pubblicazione. Ho sentito dire: di questo stampiamo poche copie, neanche ventimila. Non so se davvero poi le persone comuni leggano: i lavoratori manuali nelle città, i contadini nei villaggi. Non so cosa leggano. Alla fine degli anni novanta la rete rese disponibile una gran quantità di testi che venivano scambiati a piene mani. Un autore molto noto ai giovani di quel tempo, Han Han, quasi un dissidente, sosteneva di aver visto circolare sul web oltre dieci milioni di copie di un suo romanzo, che stampato poi da un editore raddoppiò velocemente la cifra. Certo ora i social impongono testi bonsai e un consumo video da capogiro, e se ne preoccupano gli operatori della carta stampata, ma ripeto: un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, di questo si tratta.

 

In India incontrai un piccolo editore a Chennai, Blaft, tre ragazzi con un piede in California che avevano tradotto in inglese tre antologie di racconti Tamil. Mi raccontarono che ogni angolo di India, nelle sue ventidue o ventiquattro lingue ufficiali, aveva visto fiorire una letteratura pop pubblicata da editori artigianali e venduta sulle bancarelle al mercato: narrativa pulp davvero, perché stampata su carta da quattro soldi, ma di grande diffusione. Letteratura di genere: fantascienza, mistery, noir, romantica, avventura. Romanzi di poche decine di pagine scritti da autori che vantavano di averne composti migliaia, letti avidamente da un pubblico famelico. Il fenomeno è ahimè in via di esaurimento, di pari passo con l’emergere di una vasta industria nazionale di pubblicazioni in inglese, più raffinate, destinate a un pubblico più istruito. In Malesia Amir Muhammad, documentarista noto nei festival del cinema di molto mondo, lanciò una decina di anni fa una casa editrice di lingua malese: anche qui gialli, crime, storie di spie, di gioco d’azzardo, scritte da autori non professionisti: Amir cercava persone con una storia da raccontare, immaginando l’attività editoriale come puro supporto alla ricerca di soggetti da vendere alle case cinematografiche. E invece BukuFixi, bel nome tra il malese e l’inglese, cominciò a vendere un sacco di copie portando regolarmente molti suoi titoli in cima alle classifiche di vendita. È un continente enorme, l’Asia, con una classe media non pienamente formata, e quindi le letterature contemporanee devono rivolgersi per forza, come si dice, agli strati popolari. E questa cosa, a me, molto piace.   

 

Nell’Italia dei sessanta o dei settanta, tra gli strati popolari si leggevano anche i grandi. Calvino era accessibile a chi aveva solo la terza media: forse per la sua lingua piana, comprensibile? Magari non si leggeva Palomar (lo leggevo io), o di viaggiatori nelle notti d’inverno, ma di baroni rampanti e cavalieri inesistenti sì, e se ne raccontava nelle osterie. Il Fenoglio dei racconti e delle questioni private, Pratolini, una lingua che era italiana e quindi lontana dal dialetto parlato in casa, ma lingua per tutti, e una scrittura fatta per attirare, coinvolgere anche i meno raffinati. Poi c’era, che so, Gadda, e ci voleva di più, per leggere Gadda. Ma io amo credere che qualunque scrittore il problema se lo ponesse: chi mi leggerà? Il Petrarca non è per tutti, e va bene: Fruttero e Lucentini sì, Mastronardi, Flaiano, perfino Eco.

 

Opera di Kasamatsu Shiro.


A Moravia non si interessavano granché, gli strati popolari, ma La Storia di Elsa Morante l’avevano letta in molti. Per non parlare di un Rigoni Stern, e in traduzione conoscevano Il maestro e Margherita, Macondo o Maigret. Qui casca l’asino: quel che leggo io oggi, dato di fatto, non è per tutti. Continuerò a leggerli Trevi, Durastanti, o il Pecoraro dello Stradone, però il problema me lo pongo: soprattutto quando scrivo io. A me le scritture complesse, pensate, sono necessarie: mi aiutano a vivere e a scrivere. Per molti sono irraggiungibili, faticose. Come possiamo poi stupirci che la platea dei lettori si restringa, anno dopo anno? È come se l’autore non pensasse mai a quel lettore lì, persona semplice e piana come la lingua di molti grandi del passato. Ma così, scrivere non diviene un esercizio solipsistico, se pure vissuto in comunità? Una comunità ristretta, ceto medio ad alto livello di istruzione, un modo comodo di pronunciare un noi: di sentirsi a casa.

 

Cosa c’entri questo noi italiano con l’Asia è la domanda che mi si accende ora, mentre ne scrivo. Pensar d’Asia è forse un tentativo di non sentirmi, a casa. Uscir dalla comunità cui appartengo e dalle sue ristrettezze. A me l’Asia fa da doppio, occasione di confronto. Così l’avevo pensata (ne ho scritto fino alla noia) questa storia del guardare l’Asia, farci intorno una casa editrice, trovare riposte alla mia condizione esplorando la condizione altrui. Tutto molto bello, ma si accende una domanda ancora, mentre scrivo, dirottando la mia attenzione: e loro? come ci guardano loro? Quando chiedevo al mio amico A Yi cosa leggesse di nostro mi diceva subito Pirandello (lo ringraziavo per l’omaggio), poi Faulkner che è scelta incontrata sovente anche in altri paesi d’Asia. Camus, mi si diceva spesso. Tra gli italiani, ovunque in Asia Calvino, e poi Eco, sempre per restare sulle cose leggibili.

 

Le cose: A Yi è stato giornalista sportivo licenziato, poi poliziotto autolicenziatosi (dice lui: per noia), e da questa esperienza di materiale per scrivere storie ne ha accumulato parecchio. Poi ricordo una frase ascoltata in giro: quando ci siamo resi conto che l’occidente leggeva il realismo magico dei sudamericani abbiamo pensato, beh proviamo a farlo anche noi! Forse me la pronunciò Eka Kurniawan, giovane virgulto della letteratura pop indonesiana sbarcato fin nei nostri festival del cinema, che mette giù storie di magico realismo alla sua maniera. Ma anche in Cina, chi me l’ha detto? Me l’ha detto He Yi (che poi ha preferito raccontare gli amorazzi tra studenti cinesi ed expat nella Pechino di inizio secolo, anche questa, mi han detto, lettura semplice, piana) quindi se là ci guardano è per meglio penetrare il nostro, come dire, immaginario: o forse il nostro mercato. Cercano lettori in paesi lontani, il pensiero di come rivolgersi a un lettore altro da sé, ben ce l’hanno in testa, e dovremmo impararlo questo pensiero, che non è solo marketing ma è relazione: l’opposto del solipsismo.

 

Il pendolo mi riporta in Italia, si accende un’altra domanda: noi, ceto medio istruito, noi che poi scriviamo in modo raffinato, cosa abbiamo consumato in vita? Prodotti di facile lettura o testi complessi? Nel mio gruppo omogeneo, gli amici e conoscenti che mi circondano (ho sessantotto anni, ho fatto il classico e ho soldi in tasca) si sono letti e guardati di sovente storie dal linguaggio talmente facile da rischiare di tradire il vero. Se penso al cinema, non solo abbiamo idolatrato un grande film come Giù la testa di Sergio Leone, ma ci siamo immersi a più riprese un Lawrence d’Arabia, storia e personaggi ai quali vorrei i miei figli e nipoti non credessero mai. Mi sovviene un piccolo film, Punto Zero, Kowalski lanciato contro i bulldozer sulla sua Dodge Challenger: se mai lo riguardassi con i miei nipotini dirò loro, guardate che le cose non stanno così. Eppure quel tipo di storia semplificata ci attirava come le mosche la miele, forse proprio per evadere dalla verità delle cose, e goderci un’ora d’aria dentro a storie false, di cui sentivamo intimamente il bisogno, come dicessimo al mondo sì, lo sappiamo che non è vero, ma siamo capaci di crederci lo stesso.

 

Erano film che riportavano alla condizione onirica dell’infanzia, e noi lo sapevamo e così ne godevamo. Film immenso, Punto Zero. E poi per noi giovani borghesi in quegli anni, cresciuti dentro all’irrealtà di narrazioni ipocrite famigliari, vuoi quelle del cattolicesimo bigotto, vuoi quelle di sorti magnifiche e progressive di un comunismo, ambedue contraddette dall’evidenza delle nostre ricchezze, per noi contrapporre narrazioni fantasiose e lontane dal vero era un atto necessario di autoaffermazione, dare uno strappo. L’Asia mi porta lontano, e con un percorso ad anello mi porta a gettare l’àncora nel passato. Il doppio è utile, sollecita, propone un enigma. Quantomeno accende le domande, motore che romba, piuttosto che le risposte. Ad esempio: il problema del giudizio. Se decido che un testo d’Asia o d’Europa è buono, su che basi lo faccio? A partir da che? Non lo so più, sono venuto su in un’epoca nella quale erano chiari i conflitti, le dicotomie, e ne veniva di conseguenza il pensare: questo è buono, questo non vale. Ora, altroché vuoto, siamo nella confusione, nel marasma. Il doppio asiatico quanto meno segna un confine, mi costringe alle scelte. E prima o poi la scelta dovremo farla, tutti noi che scriviamo: parlare ai nostri simili, allo specchio, oppure andare oltre, dentro quel pezzo di mondo che beatamente ci ignora, che si muove con dinamiche proprie, e ad ondate regolare travolge il mondo, anche il nostro.

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Opera di Kasamatsu Shiro.