Calvino. Un ottimista in America

In tutte le note biografiche calviniane, all’altezza del 1961, un paio di righe accennano a un libro mai uscito dal titolo Un ottimista in America, che l’autore decise di ritirare quand’era già in bozze. A oltre mezzo secolo di distanza quella lacuna è stata colmata: il libro, riemerso dalle carte di Calvino e ricostruito con impeccabile acribia editoriale da Didi Magnaldi, ora esiste, si può leggere come un’opera autonoma, dall’inizio alla fine, così com’è stata concepita, confezionata, voluta – e poi, inopinatamente, disvoluta.

 

Curioso è a volte il destino dei testi letterari. Di norma, è solo dopo che un autore ha licenziato un volume che arriva il momento di andarne a ricercare gli antefatti: anticipazioni, presagi, uscite parziali, prime stesure inedite. In questo caso è accaduto il contrario: avevamo il tragitto, non il traguardo. Sul viaggio in America compiuto fra il novembre 1959 e il marzo 1960 Calvino aveva pubblicato prima una serie di corrispondenze, in particolare sul periodico «ABC», quindi un testo intitolato Diario americano 1960 sulla rivista letteraria «Nuovi argomenti». Questi materiali non erano stati più ripresi fino all’edizione postuma delle opere, nel secondo tomo del «Meridiano» dei Saggi (1995); quasi contemporaneamente, il volume (pure postumo) intitolato Eremita a Parigi (1994) raccoglieva le lettere inedite inviate agli amici della casa Einaudi, che compongono il Diario americano 1959-1960. Manca – mancava fino a ieri – l’esito più maturo e meditato dell’esperienza oltreoceano (senza dubbio cruciale nella storia di Calvino): il «libro» appunto, Un ottimista in America, di cui si parlava nell’intervista a Carlo Bo del 1960, e che poi, ritrattato l’imprimatur, era finito nell’ambiguo limbo degli incompiuti e degli abbozzi.

 

Ci sarà tempo, ora, per indagini filologiche e variantistiche. I reportages giornalistici, il memoriale in forma di lettere, la sintesi in volume rappresentano tre stadi, o meglio, tre momenti diversi di un’irrisolta elaborazione sulla via della piena dignità letteraria. Il giovane studioso che intraprenderà l’analisi avrà oggi il privilegio di partire dalla piattaforma più solida, cioè dalla conclusione: un riferimento la cui importanza non è per nulla diminuita dalle parentesi entro cui l’autore ha deciso in extremis di relegarlo (anzi, per chi è interessato al modo di lavorare di Calvino, il caso si presenta ancora più istruttivo). Nel frattempo noi possiamo avanzare, d’acchito, qualche sommaria considerazione.

 

Innanzi tutto, la mancata pubblicazione dell’Ottimista nel 1961 è l’ennesima conferma dell’acuta coscienza autocritica dello scrittore. Nella sua vita Calvino ha scritto moltissimo, ma altro era per lui un articolo o uno scritto d’occasione, altro un esperimento o un ballon d’essai, altro ancora il vero e proprio aeròstato, cioè il libro. E quando si trattava di pubblicare un libro, diventava eccezionalmente esigente: dal disegno dell’opera al lavorìo di lima e di cesello, l’impegno poteva diventare maniacale e condurre a esclusioni drastiche. Lesempio più vistoso è l’officina di Palomar; ma la campionatura di bozze con correzioni autografe, riprodotte nel piccolo dossier fotografico che correda l’Ottimista, dimostrano anche in questo caso la laboriosità della gestazione. In secondo luogo, la vicenda del memoriale-reportage mai decollato, mai approdato al rango di opera, avvalora l’eccezionalità del viaggio in America.

 

Italo Calvino

 

Calvino, si sa, non è autore uso a dar conto di stagioni intere della propria esistenza, non procede per capitoli a tutto tondo di un’ideale autobiografia: i suoi ragguagli sono più focalizzati ovvero più prospettici, l’attenzione si appunta su particolari o su traiettorie. Un «libro sull’America» presentava insomma difficoltà non molto inferiori a quelle di un libro sulla Resistenza. E lo scrittore che decreta il sacrificio di un’opera piena d’idee e di cose, ma dall’andamento un po’ rapsodico, è lo stesso che pochi anni prima aveva liquidato come «non indispensabile» il prezioso trittico dell’Entrata in guerra, e che di lì a poco avrebbe corredato il suo primo libro, Il sentiero dei nidi di ragno, di una prefazione dove non una virgola sarebbe stata superflua.

 

D’altro canto – e siamo alla terza considerazione – questa America troppo brulicante di novità agli occhi di un giovane europeo che sarebbe improprio definire provinciale, ma che certo si era mosso fino ad allora all’interno di ambienti circoscritti (ancorché culturalmente vivaci), quest’America troppo disordinatamente prodiga di stimoli per dar forma senz’altro a un «libro di Calvino», produce un decisivo ampliamento di orizzonti. L’intero percorso successivo dello scrittore ne sarà condizionato, a cominciare dalla stagione cosmicomica. Pur senza nulla togliere all’importanza dell’incontro con lo storico della scienza Giorgio de Santillana, su cui ha scritto pagine illuminanti Domenico Scarpa nell’Atlante della letteratura italiana Einaudi (Torino, 29 marzo 1963: l’esordio dell’iperstoria), è un fatto che Calvino comincia a concepire nuovi mondi solo dopo essere stato nel Nuovo Mondo.

 

Di questa trasformazione l’Ottimista dà conto in maniera più incisiva, più persuasiva rispetto alle versioni precedenti, che serbano un che di inesorabilmente occasionale. Le pagine su New York, in particolare, sono animate da una davvero spumeggiante felicità di scrittura. Il celebre calco stendhaliano, la congettura su un’epigrafe tombale che reciti «Italo Calvino, newyorkese», trova qui eloquente giustificazione; e il profilo di New York – secondo solo a quello di Parigi – sarà ben avvertibile nella filigrana di tutte le seguenti riflessioni di Calvino sulla città. Infine, l’Ottimista offre il destro per ripensare la figura di Calvino viaggiatore. Il tema, beninteso, non è inedito; in particolare, sugli Stati Uniti e il Messico importante è il recente contributo di Alessandro Raveggi Calvino americano. Identità e viaggio nel Nuovo Mondo (Le Lettere 2012). Ma, come sempre, molto si potrà aggiungere.

 

Insomma, la pubblicazione di Un ottimista in America è un evento fausto: sia per i lettori appassionati, che avranno modo di scoprire i dettagli di un’esperienza cruciale nell’itinerario biografico e intellettuale di Calvino, sia per gli esegeti. I quali non potranno che rallegrarsi altresì, insieme a tutti gli italianisti, dell’apparizione di un corposo volume che raccoglie gli scritti sparsi del più raffinato tra i calvinologi, Claudio Milanini: Da Porta a Calvino. Saggi e ritratti critici, a cura di Martino Marazzi (LED, pp. 348, € 30,60).

Italo Calvino

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