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Edgar Morin. L'uomo e la morte

Pubblichiamo in occasione della nuova edizione de L’uomo e la morte di Edgar Morin, curata da Riccardo Mazzeo in uscita da Erickson,  la conversazione con il pensatore e filosofo francese che apre il volume.

 

 

Riccardo Mazzeo: Ci troviamo con Edgar Morin, nella sua casa di Parigi, per la nuova prefazione del suo libro L’uomo e la morte. Si tratta di un’opera che, quantunque abbia più di sessant’anni, è assolutamente giovane. In essa si parla dell’uomo di fronte al fenomeno della morte. Questo capolavoro non ha perso un briciolo della potenza che aveva quando venne pubblicato per la prima volta. Ha dell’incredibile che un’opera di tale ricchezza sia stata scritta da un giovanotto. In questo libro c’è qualcosa di cui si sente ogni giorno di più la mancanza adesso, ovvero la messa in gioco degli elementi costitutivi della molteplicità che rendono un essere umano veramente umano. Nel mostro mondo mondializzato e formattato si è vissuta, in un certo senso, una vera e propria perdita. Il mondo attuale non può essere esclusivamente razionale. A mio avviso, sebbene cerchi di dare un’idea di razionalità e di uniformità, questo povero mondo è lanciato in una corsa infernale.

 

Questo libro è dunque prezioso così com’è. Il suo autore, quando ha scritto una nuova prefazione nel 1970, ha aggiunto un capitolo ma ha precisato che non avrebbe potuto revocare il capitolo che lo concludeva nel 1951 per il fatto che era «troppo bello». In realtà, toglierne dei pezzi sarebbe sul serio far torto a quest’opera poiché forma un tutto, complesso e ricco, compiuto così com’è. Benché Lei abbia scritto una prefazione all’edizione del 2002, Le chiederei lo sforzo di parlare di ciò che dodici anni più tardi ha subìto nuove mutazioni nella prospettiva dell’uomo di fronte alla morte.

 

Ancora una cosa. Lei ha parlato dell’«amortalità», ma l’eternità della persona non esiste se non in quanto essa è unita alla sua specie. Non ci si può augurare la propria immortalità se si desidera preservare la continuazione della propria specie. Mi sembra vi siano almeno due esempi letterari che suffragano quanto Lei scrive. Jonathan Swift, innanzitutto, ne I viaggi di Gulliver, immaginava che vi fossero persone impossibilitate a morire e descriveva l’estrema crudeltà di questo stato. Poi, in tempi più recenti, Michel Houellebecq, ne La possibilità di un’isola, evoca la clonazione di cui oggi conosciamo l’impossibilità visto che non si possono clonare organismi complessi. Lo incentra su un clone, il venticinquesimo di una catena, che decide di porre fine ai suoi giorni poiché non sopporta più la sua condizione. Saremmo curiosi di conoscere la Sua prospettiva rispetto a questi temi.

 

Edgar Morin: Ho scritto numerose prefazioni a questo libro sulla morte, benché la morte non sia assolutamente cambiata. Ma il paradosso è che il modo di concepire la relazione fra la vita e la morte si è modificato sulla base di nuove concezioni scaturite dalla biologia. E, alla fine, queste concezioni sono andate cronologicamente in due direzioni contrarie. Quando ho scritto il mio libro sulla morte, pensavo che il progresso delle scienze biologiche e mediche avrebbe potuto far indietreggiare indefinitamente la morte (non dico all’infinito, ma indefinitamente). Sono consapevole che l’umanità non possa avere accesso all’immortalità, ma credo che si possa conquistare una amortalità, vale a dire la privazione della mortalità per un tempo indefinito. Mi baso sul fatto che alcune esperienze dell’epoca mostravano che le cellule embrionali potevano, a patto di essere alimentate, vivere indefinitamente. Le cellule si riproducono duplicandosi, vale a dire che ogni nuova cellula è al tempo stesso la madre, la sorella e il fratello dell’altra. Non c’è una scadenza propria di ciascuna specie sessuata, non c’è un tempo di vita limitato.

 

Dopo il mio soggiorno all’istituto Salk, in California, negli anni ’69-’70, sono stato affascinato dalla concezione di Leslie Orgel, che era un grande biologo attivo nell’istituto, e la cui teoria era la seguente: diceva che sebbene la morte non sia programmata da un meccanismo genetico, come la caduta delle foglie degli alberi è determinata da un processo posto in essere dalle foglie stesse, essa è inevitabile poiché nel processo in cui vi è un circuito informazionale che parte dal DNA e dalla memoria genetica e che raggiunge le proteine vive e nutrienti, vi sono inevitabilmente possibili errori dovuti al carattere quantico di questa realtà microfisica. In fondo, che cos’è la morte? È il susseguirsi di un accumulo di errori a cui neppure i batteri possono sfuggire.

 

 

Sulla base di tutti quei nuovi elementi mi ero illuso, ero stato io stesso vittima del mito non già dell’immortalità, bensì dell’idea che fosse possibile, in un certo modo, avere una risposta alla morte che non avrebbe più colpito in modo così brutale. Mi dicevo anche, quantunque allora non avessi tutti gli anni che ho adesso, che è senz’altro interessante come, nel nostro mondo moderno, si acquisisca una certa esperienza della vita solo dopo i cinquant’anni, cioè dopo aver vissuto rapporti di lavoro, d’amore, di amicizia, ecc. Si diventa maturi a partire dai cinquant’anni ed è un po’ tardi, e allora poter vivere un certo numero di anni in più permetterebbe di mettere a frutto l’esperienza acquisita. La cosa mi aveva fatto insorgere una certa nostalgia, ma avevo accettato la realtà delle cose.

 

Poi, il tempo è trascorso e ho incontrato l’importante biologo francese Jean-Claude Ameisen, che ha pubblicato libri incentrati specialmente su Darwin e l’evoluzione. Mi ha detto: «Sa, è nella Sua prima edizione del libro che aveva ragione, non in quelle seguenti». Mi ha spiegato che attualmente si hanno, in teoria, i mezzi non solo per differire cronologicamente la morte, ma soprattutto per procrastinarla mantenendo un certo grado di gioventù, vale a dire senza cadere nella degradazione della vecchiaia. Devo dire che io stesso, a quel tempo, ero venuto a conoscenza, con notevole interesse, della scoperta inattesa dell’esistenza di cellule madri negli organismi adulti.

 

Fino ad allora si credeva che le cellule madri, cellule che vengono definite totipotenti e policompetenti (cellule che sono capaci di fabbricare qualunque tipo di cellule, del fegato, del cervello, ecc.) funzionavano unicamente nell’embrione. Si riteneva che, una volta costituito l’embrione, esse non esistessero più. E se ne scoprono invece nel midollo spinale, nel cervello, e ci si chiede come utilizzarle. Sono stati fatti esperimenti con i topi. È stato possibile riparare un cuore molto danneggiato di un topo grazie alle cellule madri. Ma, quanto agli umani, resta ancora una parte del mistero. Si parla di progressi, alcuni istituti di ricerca in Cina propongono di usare cellule madri, alcuni studi americani asseriscono di poter mantenere vive le cellule madri, ma si sa anche che se queste cellule si sviluppano in modo incontrollato ci si trova di colpo nello stesso processo del cancro: uno sviluppo incontrollato di cellule. Vi sono dunque oggi problemi che restano insoluti — o forse sono stati marginalmente risolti ma personalmente non ne ho notizia — e comunque è molto probabile che in futuro si potranno utilizzare queste cellule in modo controllato.

 

Ciò permette di sviluppare la capacità di vivere fino a un’età molto avanzata in condizioni di grande prestanza. A ciò va aggiunto che si sta concretizzando la possibilità di mettere un cuore artificiale. I trapianti cardiaci sono già possibili, ma è chiaro l’avanzamento che sarebbe costituito dalla creazione di cuori artificiali! Che si tratti di cuori artificiali, di polmoni artificiali o di milze artificiali, si comprende che esiste la possibilità — sempre nel futuro — di riparare gli organi deteriorati allo stesso modo in cui si possono cambiare le candele della propria automobile.

 

Oggi si pone il problema del prolungamento della vita. Ci troviamo in un’epoca in cui vi è una profusione di scoperte manipolative in ambito biologico. Si possono già creare esseri ibridi mescolando geni di animali, si possono creare mostri vegetali. L’idea che si possa lavorare sui nostri geni in modo da creare una sovrumanità, vale a dire un’umanità dotata di qualità che non possediamo ancora, quindi forse di qualità cerebrali superiori, è senz’altro ipotizzabile. Non dico che potremo essere dotati di ali, che potremo volare, in fondo siamo un po’ troppo pesanti. Vediamo che è soprattutto sul fronte biologico, e quindi accessoriamente anche sul fronte tecnico, grazie a tutto ciò che le nuove tecnologie possono darci, che si fanno passi avanti.

 

Ciò ha dato l’idea di una sovrumanità che oggi viene chiamata transumanità, intendendo con ciò un’umanità che sarà dotata di qualità che la nostra umanità non possiede. È naturale che questa prospettiva susciti molte reazioni di paura e di orrore. In particolare i credenti, e soprattutto i cattolici, non riescono ad accettare che l’opera di Dio venga alterata o modificata. In effetti si tratta di un’avventura estremamente pericolosa. Si immagina, per esempio, che un nuovo potere totalitario che controlli la genetica e la medicina possa creare non già dei superuomini, bensì uomini totalmente asserviti che sarebbero contenti di vivere nella schiavitù e di obbedire. C’è l’ambivalenza di tutte queste conoscenze in un’umanità che non esercita ancora alcun controllo su se stessa, che non possiede alcuna saggezza rispetto al proprio destino e che segue un divenire assolutamente incontrollato e imprevedibile.

 

 

È dunque in atto una polemica, ma io credo che le idee che sono alla base della transumanità, vale a dire della possibilità di un invecchiamento in condizioni giovanili, abbiano un loro fondamento. Tuttavia coloro che le sostengono parlano di immortalità e ci gettano così nell’orrore più assoluto. L’immortalità, prima di tutto, è un concetto impossibile su scala universale giacché l’universo subisce il secondo principio della termodinamica secondo cui tutto si disintegrerà. Un giorno il sole andrà in mille pezzi e, quand’anche l’umanità migrasse su un altro pianeta, dipenderebbe da un sole suscettibile di spegnersi. Secondo quanto si sa oggi della cosmologia, l’universo in dispersione è votato alla morte. La terra morirà, il sole morirà, l’universo morirà: non si può cancellare la morte dal nostro orizzonte. Senza contare, come dirò, tutti i problemi che pone l’immortalità.

 

Aggiungo che finanche avvalorando questa ipotesi, se cadesse un aereo, se un attentato facesse esplodere la casa in cui vi trovate, vi ritrovereste in mille pezzi. Non è possibile eliminare il rischio di morte per incidente, e l’angoscia della morte non può esserne che accresciuta. In effetti, se si sa che la morte è una fatalità ciò angoscia ma per lo meno ci si può dire che, in un certo modo, è necessario accettare il proprio destino. Ma se si pensasse di essere alla mercé di un incidente, di un attentato, di una reazione scatenata dalla gelosia, ciò sarebbe più difficile da accettare.

 

Una seconda cosa. Era molto ingenuo da parte dei biologi degli anni Sessanta pensare che gli antibiotici avrebbero uccisi i batteri, i nostri nemici tradizionali che al tempo stesso sono nostri amici, poiché se non disponessimo dei batteri il nostro intestino non potrebbe funzionare e noi non potremmo vivere. È lo stesso per i virus. Questa predizione è stata smentita poiché ci si è resi conto che alcuni batteri resistevano agli antibiotici non per caso, bensì perché i batteri comunicano tra loro. Oggi sappiamo di vivere in un mondo in cui essi non solo si trasmettono DNA e informazione ma sono anche capaci di riunirsi e di separarsi. C’è una vera e propria comunicazione tra i batteri. Alcuni ricercatori hanno persino formulato l’ipotesi che il mondo dei batteri sarebbe un universo che abbraccia il nostro universo, e che potremmo essere controllati dai batteri senza saperlo. D’altro canto, come si vede fin troppo bene, è proprio dove li si combatte più aspramente che essi sono più forti: negli ospedali.

 

Quanto ai virus, è già noto che il virus dell’influenza sa modificarsi molto bene di anno in anno e il virus dell’Aids ha palesato la stessa versatilità. Si vedono apparire virus di Ebola contro i quali non si dispone di alcuna difesa e molti virus assolutamente nuovi. Vi è una lotta fra la relazione conflittuale e quella solidale. Molti scienziati pensano che nel nostro patrimonio genetico i virus siano intervenuti per produrre delle qualità, come per esempio il fatto di divenire dei vertebrati. Tutto ciò è molto ambivalente e si può pensare che sia impensabile raggiungere un mondo pacifico visto che saremo sempre esposti alla morte virale, batterica e accidentale.

 

Peraltro, e Lei stesso ha posto la questione, il fatto di avere generazioni di esseri umani divenuti amortali, ovvero con una speranza di vita molto lunga (500 anni o 600), creerebbe un problema di imbottigliamento demografico che impedirebbe nuove nascite. Già in Cina dove non c’è questo problema si è comunque voluto regolare le nascite. Una società di immortali tenderebbe a impedire la natalità. Ora, è certo che il nuovo appare sempre con le nuove generazioni, che si tratti delle possibilità di creazione o di cambiamento. Un’umanità sollevata per troppo tempo dalla morte sarebbe al tempo stesso un’umanità deprivata dell’apporto della vita. E l’apporto della vita non consiste solo delle nuove generazioni così diverse e così nuove, ma anche dell’amore per i bambini, delle relazioni che sono così importanti per noi nella famiglia. Una simile innovazione vedrebbe spuntare innumerevoli problemi al tempo stesso sociali, politici e antropologici. È dunque preferibile bandire l’immortalità. Comunque, in questa prefazione, trovo interessante notare che, insieme al concetto di transumanità, è tornata in auge l’idea dell’immortalità e, per lo meno in modo attenuato, l’idea che potremo non essere vittime di una fatalità arbitraria esterna o improvvisa, brutale. Forse sarà possibile, al contrario, regolare questa morte e scegliere di darsela nel momento in cui si ritenga di avere vissuto abbastanza.

Da parte mia, credo che sarebbe bello avere la possibilità di vivere 120 anni. Naturalmente, bisognerebbe organizzare la società in funzione di ciò, e non sarebbe semplice in tempo di crisi pagare pensioni, assicurazioni di malattia, ecc. Bisognerà affrontare questi nuovi problemi ma, al tempo stesso, sarà necessario permettere alle nuove generazioni di poter proliferare. Tutto ciò che è nuovo crea problemi di disorganizzazione e di riorganizzazione.

 

Giungo a ciò che potrei forse dire per concludere, benché sia certo che, se vivessi ancora, avrei sicuramente bisogno di scrivere una nuova prefazione. La morte non cambia, lo ripeto, ma cambiano le condizioni della morte. Una cosa molto importante di cui non parlavo nel mio libro è l’attenzione di tipo nuovo che abbiamo per le persone che sono condannate a morte negli ospedali. Oggigiorno l’umanitarismo si è arricchito di una nuova branca, quella dell’accompagnamento del morente. Questa coscienza è scaturita dalla solitudine di chi va a morire. In passato non si moriva da soli, si moriva attorniati da affetti, i vecchi morivano a casa loro e spesso in una casa che condividevano con i figli e i nipoti. Oggi, a differenza del passato, le persone muoiono all’ospedale. Vi è dunque quest’idea dell’accompagnamento grazie a cui sia laici sia religiosi si dedicano alla missione di non far terminare a queste persone la propria vita in una solitudine atroce. Ci si interessa quindi sempre di più ai morenti che in passato venivano un po’ occultati alla coscienza. Vi sono quindi elementi nuovi.

 

Un altro elemento nuovo è il diritto di morire quando lo si desideri. Si sa che la volontà di morire può essere manifestata con il suicidio, e i suicidi possono essere molto numerosi, sfortunatamente persino fra i giovani, per motivi di disperazione, di tragedia, ecc. Ma vi sono casi nuovi in cui si pone il problema dell’eutanasia, vale a dire che alcune persone, in termini medici condannate senza scampo, chiedono di morire con dignità, con tranquillità, invece di agonizzare e di mobilitare attorno a sé la loro famiglia. Posso portare l’esempio del mio amico Claude Lefort che, pur trovandosi in condizioni fisiche spettacolari, fu informato dal suo medico, tre giorni prima di Natale, che aveva un cancro alla milza assolutamente inguaribile, e che non gli restavano più di tre o quattro mesi da vivere. Egli disse allora al suo medico che, nel momento in cui avesse cominciato a soffrire, avrebbe dovuto farlo morire con un’iniezione. Non vedeva affatto perché avrebbe dovuto prolungare la sua vita fra atroci sofferenze. Dopo qualche resistenza dovuta alla deontologia, il suo medico accettò. Potei così rivedere il mio amico non solo per tre mesi, ma per sei, quasi sette (ebbe una proroga…) e fui colpito dalla sua straordinaria serenità. Andavo a trovarlo, molto spesso, verso le sei di sera: si parlava, si beveva un whisky, si evocavano ricordi, si discuteva di politica e me ne andavo alle otto, l’ora in cui guardava il telegiornale.

 

Quantunque sapesse di dover morire entro un lasso di tempo molto breve, continuava a leggere, ad annotare i libri che leggeva, e a scrivere brevi testi che comprendevano anche ricordi di infanzia. Non lo sentii mai lamentarsi. Si limitava a dirmi, quando mi riaccompagnava alla porta: «Mi raccomando, torna a trovarmi». Trovo che sia stato uno stoico straordinario. Ci sono persone capaci di avere un atteggiamento che consiste, pur se sono consapevoli del verdetto implacabile e imminente, nel continuare a vivere la loro vita come se dovesse durare ancora a lungo. Credo che lui vi sia riuscito poiché aveva la certezza che, quando si fossero manifestati i primi dolori, avrebbe potuto morire. Quando iniziò a soffrire, lo portarono in ospedale e gli somministrarono della morfina che calmò i suoi dolori. Gli chiesero se volesse restare all’ospedale ma lui preferì tornare a casa sua. Una volta rientrato, morì serenamente nel corso della notte.

 

Vorrei aggiungere che questo amico, Claude Lefort, abitava al quinto piano di un edificio privo di ascensore. Quando cominciò a perdere le forze, si sforzava lo stesso di andare a fare una passeggiata ogni mattina al Jardin du Luxembourg per incontrare qualche amico. Faceva da solo la spesa e saliva i cinque piani, anche se con qualche difficoltà. Conduceva una vita pressoché immutata.

 

C’è un altro problema che mi ha colpito e di cui ho parlato nel libro La via, dove ho scritto che vi sarebbe qualcosa da riformare rispetto ai funerali. Ho sempre avuto l’impressione che mancasse qualcosa nelle sepolture laiche, e peggio ancora nel corso delle cremazioni in cui ci si ritrova in quelle orribili sale anonime ad aspettare che la consumazione del corpo giunga al termine. I funerali si possono fare in un altro modo, per lo meno offrendo loro una cornice agreste come quella dei cimiteri di Père Lachaise o di Montparnasse, ecc. Davvero manca qualcosa nei funerali laici, non basta che vi siano un paio di amici che recitino l’elogio del morto e che si lanci una rosa sulla tomba. Manca la cerimonia. Allora mi è venuta un’idea dalla moglie del mio amico Cornelius Castoriadis. Quando è morto, lei ha chiesto a una chiesa protestante il diritto di usarla per celebrarvi una cerimonia laica. Cornelius amava molto i negro-spirituals, così una cantante nera è venuta a cantare, i suoi brani preferiti sono stati eseguiti al violino e i suoi amici, fra cui io, hanno parlato di lui. C’è stata una vera e propria cerimonia. Alla sepoltura, avvenuta nel cimitero di Montparnasse, è arrivato un pastore greco dalla provincia dell’Epiro che ha suonato con il flauto il canto funebre dei pastori greci. Mi sono detto che per ogni morte laica dovrebbe esserci una sala speciale dedicata alla cerimonia in cui si ricorda il morto, dove si fanno le cose che più gli piacevano, dove recitare le sue poesie preferite, dove suonare la musica che lo aveva rallegrato da vivo, ecc. In questo modo, è possibile sul serio condividere. Ciò che trovo bello, in occasione della morte, è il pasto del funerale. Questo pasto diventa spesso qualcosa di molto allegro poiché è come se il morto fosse presente. Ce lo si ricorda così com’era nel corso della sua vita, ci si diverte grazie alle cose divertenti che faceva. Ho partecipato a due o tre pasti di commiato funebre che erano assolutamente meravigliosi poiché comunicavamo attraverso il ricordo di colui che era morto e sembrava vivesse ancora in mezzo a noi. È un po’ quel che i greci chiamano «catarsi», questo fenomeno di purificazione. Credo dunque che, al di fuori del problema di questa transumanità, dovremmo prendere in considerazione numerosi problemi riguardo ai malati e ai morenti. C’è peraltro una contraddizione etica: per un verso i medici sottostanno all’etica del giuramento di Ippocrate — si rispetta la vita a qualunque costo — e dall’altro c’è l’etica di colui che dice: «Lasciatemi morire». Il fatto è che non è così semplice. Personalmente parteggio per la seconda istanza, ma talvolta accade che la medicina si sbagli e che il malato condannato a morte non muoia, e che esca dal coma, per esempio. Cose del genere sono avvenute. È successo persino che alcune persone siano state sepolte e che abbiano battuto la mano contro la bara dicendo: «Non sono morto, fatemi uscire da qui!». Si sono verificati casi di manifestazioni apparenti di morti cliniche, e le persone erano vive. La medicina non è infallibile. Naturalmente, vi sono casi in cui si verifica un tale dissesto fisico che non lascia spazio ad alcun dubbio. Credo però che si tratti di problemi su cui bisognerebbe riflettere. I comitati etici sono abbastanza utili poiché riuniscono persone caratterizzate da opinioni filosofiche e religiose differenti rispetto a problemi assolutamente incerti dove si fronteggiano due imperativi etici contrastanti. Ciò si verifica anche per il prolungamento della vita: fino a quando possiamo prolungarla? Stiamo entrando in un nuovo periodo di incertezza che richiede una nuova riflessione. Questa riflessione sulla transumanità, sulle possibilità offerte dai lavori sulla genetica e sulle cellule madri, ecc. è inseparabile da una riflessione sull’avvenire del nostro pianeta, poiché è evidente che vi sono fattori che si sviluppano in tutti i sensi, senza alcuna coordinazione. Vi sono possibilità biologiche e possibilità tecniche, e si può dunque immaginare che, in futuro, si potranno creare robot intelligenti e fors’anche dotati di coscienza, come quelli che vediamo nei film di fantascienza. Oltretutto, viviamo un’epoca di disordine economico, di follia identitaria nazionalista e religiosa, di speculazioni finanziarie folli poiché votate al suicidio. Viviamo in un mondo pazzo. Il vero problema è forse quello di cercare di capire se si possa cambiare rotta e di smettere di seguire questo corso catastrofico dell’avventura umana per far sì che la nostra vita si umanizzi e rallenti un poco. Si riflette, si coordina, si complessifica, si cerca di immaginare un altro mondo possibile. Credo non si possa isolare questa riflessione sulla transumanità basandosi unicamente sulle possibilità biologiche. Ci troviamo in un’epoca che ha un tremendo bisogno di una meditazione, di una riflessione sulle specie umana, sull’uomo e la morte. Ma che cos’è l’uomo?

 

Riccardo Mazzeo: In questo libro, Lei afferma che la biologia è in un certo senso una metafora e che presenta una corrispondenza con la cultura. Questo libro è dunque una vera e propria antropologia, onnicomprensiva ma, poiché ha parlato dei fatti biologici che sono alla base della possibilità stessa della transumanità, vi sono questioni rispetto alle quali sarebbe prezioso conoscere il suo pensiero.

 

Anche quando cita dei filosofi, Lei offre una specie di sintesi della loro intera opera, del loro metodo. Lei è capace di continuare a rinnovarsi ed è per questo che Le chiedo, nel nome di tutti coloro che si aspettano ancora molto dal Lei, se può offrirci qualche riflessione sulle metafore della società contemporanea in relazione alla mortalità e al desiderio di continuare a vivere indefinitamente.

 

Al pari di altri pensatori che rispetto profondamente, come Zygmunt Bauman o in Italia Tullio De Mauro, Lei, che non è più giovane, ha passato tutta la sua vita non solo a raccogliere informazioni ma anche a riflettere su tali informazioni. Ora, riflettere significa anche creare. Nella nostra contemporaneità, le persone sono in genere propense a ricevere informazioni senza elaborarle. Immagazzinano quantità così enormi di informazioni che non possono neppure ricordarle. Se si supera un certo grado, una certa quantità di informazioni, esse non permettono più neppure di pensare.

 

Un mio amico, Stefano Tani, ha scritto un libro sulle metafore del XXI Secolo: gli schermi, in cui ci si specchia; l’Alzheimer, che ci svuota; gli zombie, che ci trasformano. L’Alzheimer è una malattia che tende oggi ad avere una diffusione maggiore a causa del prolungamento della vita. È come una specie di punizione per aver immagazzinato questa quantità di informazioni più o meno inutili.

 

Il rischio che corrono oggi gli anziani è quello di cercare di imitare i giovani attraverso le nuove tecnologie. Queste ultime sono molto utili per un verso, ma impediscono quasi, però, di riflettere e di pensare. I giovani di oggi, i nativi digitali, si trovano in questa situazione. Uno studio ha mostrato che questi nuovi giovani non riescono a leggere un testo che superi i tre capoversi. Credo quindi che gli anziani di oggi dovrebbero riflettere su questi aspetti. Ed è quello che Le chiedo, poiché Lei è un esempio, un paradigma (per parafrasare un Suo libro) che non è affatto perduto. Che cosa suggerirebbe agli anziani di oggi affinché potessero vivere meglio la loro condizione? Vi sono ricchezze nell’età anziana che ai giovani mancano?

 

Edgar Morin: Beh, mi sta chiedendo troppo. Prima di tutto, c’è una cosa che è necessario sapere: c’è solo una piccolissima parte di un’esperienza di vita che può essere trasmessa. Se prendiamo l’esempio del comunismo, già negli anni Venti molte persone che erano comuniste si erano disilluse, e avevano pubblicato le loro testimonianze, ma ciò non ha impedito, negli anni Trenta, che nuove generazioni desiderose di trovare una via d’uscita dal fascismo siano comunque diventate comuniste. Molte persone come André Gide e come Boris Souvarine hanno scritto a loro volta del comunismo. Io stesso sono stato comunista durante la guerra e, dopo essermene disincantato, ne ho scritto a mia volta. Ma in realtà molto poco di questa esperienza riesce a essere trasmesso. Credo che l’esperienza degli anziani sia la stessa. Poiché il problema dell’esperienza non è tanto quella di aver vissuto, quanto di trarne degli insegnamenti, e questi ultimi hanno bisogno di una riflessione. Per quanto mi riguarda mi trovo in una situazione in cui scrivo, cerco cioè di trasmettere quel che penso, ciò in cui credo. Le persone possono leggermi a prescindere dalla loro età, non faccio attenzione a cose del genere. Mi sembra che fra le persone della mia età alcune siano rimaste molto giovani e altre abbiano perduto, ad esempio, un po’ della loro curiosità. Quando le persone perdono la curiosità è difficile che la ritrovino. Il vero problema non è tanto quello di essere un anziano. Se qualcuno riesce a conservare per tutto il corso della propria vita la curiosità, la capacità di amicizia e d’amore, i grandi interrogativi, la capacità di gioire dell’arte, è questo che importa. È un messaggio generale che non indirizzo soltanto agli anziani: mi rivolgo, come diceva Nietzsche, a tutti e a nessuno.

 

Parigi, 27 maggio 2014

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