Vita in Giappone | L'estetica dei tombini

Il proverbiale senso estetico dei giapponesi, che si ravvisa in tutte le cose, anche quelle più inaspettate, secondo me lo si coglie particolarmente guardando per terra i tombini di ghisa. Dei veri scudi ingentiliti da un design che imita la natura o scherza sulla sua funzione.

 

 

 

 

 

Il Giappone, è noto, tutto tende alla Bellezza, perché attraverso di essa si può sperare di avvicinarsi all’Essenziale, che è semplice e perfetto assieme. In un negozietto dentro la stazione della metropolitana di Ueno ho preso un pacchetto di caramelle perché mi parevano bellissime: tanti colori striati nello zucchero che sembravano delle murrine veneziane. Stavano dentro a un pacchetto di plastica molto elegante e costavano l’equivalente di un euro. Ho dato i soldi alla commessa che li ha presi con due mani e mi ha fatto un inchino. Ha tirato fuori delle eleganti carte e me ne ha fatta scegliere una. In pochi secondi ha confezionato un arzigogolato pacchetto che non avrebbe meritato di venir mai scartato. Me lo ha consegnato, sempre con due mani, come se mi passasse un delicato fiore.

 

Nel paese del sol levante la Forma è il Contenuto, non sono due cose separate, come da noi. La bellezza con la quale viene presentato il cibo è già la bontà di quel cibo. Ed è così per tutto. Purtroppo chi punta all’assoluta bellezza, inevitabilmente, si pone su un sottile e pericoloso crinale: basta un passo falso e si sprofonda nell’abisso diventando capaci delle azioni più orrende (basterebbe pensare, ad esempio, al massacro di Nanchino perpetrato dall’esercito giapponese nelle settimane successive al 13 dicembre 1937: una crudeltà inimmaginabile che provocò la morte tra atroci sofferenze di almeno 300.000 civili e che molti giapponesi continuano a ignorare come se non l’avessero fatto loro). Come ha fatto un popolo così mite, gentile e poetico, rispettoso della natura e degli animali, a violentare in modo così barbaro (senza nessuna motivazione bellica e quindi per puro sadismo) ogni cinese che gli capitava a tiro?

 

Il grande parco Ueno, a nord della città, dove ho visto il bizzarro “concorso di bellezza per carpe” (che ho descritto nella seconda puntata di questo disordinato taccuino di viaggio) è il posto ideale per trascorrere una giornata guardando gli alberi, giocando e gustando le svaraiate leccornie delle decine di bancarelle fumanti. Entrando da sud ci si imbatte nel monumento al samurai Saigo Takamori, traditore della sua classe (poi pentito) a favore della cosiddetta Restaurazione Mejiji che modernizzò il paese e cancellò i signori delle spade. Se ne sta massiccio sul suo piedistallo con un buffo cagnetto con la coda arricciata ai suoi piedi: sembra uno dei tanti, tranquilli, anziani che portano a spasso le loro bestiole. Ma il parco Ueno è soprattutto la sede di alcuni grandi, e importantissimi, musei, la maggior parte dei quali sono raggruppati in un unico complesso diviso in vari palazzi di stili ed epoche diverse e un indimenticabile giardino giapponese:

 

  • Honkan e il moderno Heisenkan (archeologia e arte giapponese fino al XIX secolo; oltre a mostre temporanee, con file pazienti di ore);

  • Toyokan (archeologia e arte di Egitto, Gandara, Cina, Corea, India);

  • Horyuji Homotsukan (Museo del tesoro dell’Impero).

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Per raccontare questi musei occorrebbero molte pagine, e moltissime fotografie, per dare parzialmente conto delle loro ricchezza e bellezza. Mi limiterò a segnalare alcuni oggetti che mi hanno particolarmente colpito.

Nell’Honkan, dopo aver attraversato sale affollate di statue di divinità ieratiche corrose dal tempo e dalle intemperie, bronzi danzanti (la Zao Gongen del XII secolo), demoni sboccati (come la statua lignea dell’ XI secolo rappresentante, davanti alle fiamme, Fudo Myo’o), e anime mostruose sotto forma di statuette Dogū (precursori dei mostri extraterrestri dei film e dei fumetti giapponesi dell’orrore), mi ha rapito (nella Sala 7, II piano), un separé dipinto, composto da due moduli, ciascuno di 6 ante: Paesaggio di Musashino, di artista ignoto del XVII secolo. Quattro fasce parallele: il cielo e le montagne verdi; le nebbie e le nuvole basse; i campi con le sottilissime spighe e i giunchi; l’erba verde che funge quasi da piedistallo di tutto il resto. Questi elementi si fondono armonicamente mostrando una natura non umanizzata avvolta in un’atmosfera sospesa e malinconica

 

 

All’interno del moderno edificio del Toyokan (dedicato all’arte e l’archeologia degli altri paesi dell’Asia), un perfetto esempio di architettura e allestimento museale, la sala più bella è quella dedicata a Gandara: la regione, tra l’odierno Afghanistan e il PaKistan, dove si arrestò, per cause di forza maggiore, l’avanzata di Alessandro Magno e la civiltà ellenistica si fuse con quella orientale producendo mirabili statue di Buddha con raffinate tuniche e movenze degli dei greci. Una perfetta fusione di stili e mondi: l'arte del Gandara si servì di modelli iconografici e stilistici greci o romani per esprimere contenuti buddhistici ricavati dai testi letterari indiani; una letteratura edificante in pietra, indiana per contenuto, greco-romana per la forma. Di quell’arte era ricco il museo di Kabul (pesantemente saccheggiato) e se ne possono ammirare notevoli esempi nei musei di Calcutta, Lahore e Peshawar; in Europa, al Victoria and Albert Museum di Londra e qualche cosina anche al Museo Archeologico di Milano. Ma tra il Toyokan e il Museo Matsuoka, nel quartire Minato, (che ha anche un bel catalogo) è possibile soddisfare ampiamente la curiosità su queste strane e bellissime statue che tanto affascinarono anche Chatwin. L’elegante Buddha baffuto, con la raffinata tunica, le mani giunte e senza un braccio, mi ha colpito per la sua sbrecciata bellezza

 

 

e l’ho poi associato all’altro, nella stessa sala, senza la testa e con un’aureola gialla e perfetta, come le foglie del Ginko: la loro morbida eleganza hanno sicuramente ispirato le creazioni pieghettate dello stilista Issey Miyake.

 

 

Il Museo d’arte Idemitsu, è situato al quattordicesimo piano di un elegante grattacielo appena fuori della stazione della metropolitana di Hybia. Espone delicate, diafane, porcellane e preziosi paraventi dipinti. Come in tutti gli altri musei, i piccoli oggetti (tazze, vasetti, brocche, ciotole) sono fissati alla base delle vetrine con un incrocio di quasi invisibili fili di naylon (come quelli che si usano per pescare). Questa intelaiatura serve per preservarli intatti in caso di scosse di terremoto. Uno delle tante manifestazioni dell’ingegno pratico per arginare la violenza tellurica, che quasi ogni giorno rende precaria la vita sulle isole nipponiche, che va di pari passo con l’ossesione per miniaturizzare tutto (basti pensare ai “bonsai”) e trattare ogni cosa con delicatezza, come si deve fare con i fiori e i germogli più fragili.

 

Il muro d’ingresso del museo è coperto di una pietra color nocciola liscia e allo stesso tempo ruvida, screziata da piccole, evidentemente volute, imperfezioni: crepe sottili, piccoli rigonfiamenti, buchini come di bolle esplose. In giapponese questa tecnica si chiama hanchiku, che in inglese si dice “rammed earth”: “terra battuta”. Questa una tecnica di costruzione di pareti con materie prime naturali come terra, gesso, calce o ghiaia, è nota anche come Taipa (portoghese), tapial (spagnolo), e pisé (de terre) (francese).

 

Alla fine del museo ci si ritrova in un una grande stanza con una sola finestrona costituita da una lunga vetrata. Davanti ci sono delle basse poltrone sulle quali ci si può sedere e sorseggiate uno squisito thé verde, distribuito gratuitamente in eleganti bicchieri di cartone color nocciola da una avveniristica macchina a forma di colonna. Lo spettacolo che si gode da quel punto è unico: il parco centrale con in mezzo il palazzo dell’imperatore.

 

L’ondulato tetto in metallo lo fa sembrare un grosso drago malamente nascosto tra il fogliame. All’orizzonte, dove finiscono gli alberi, svettano i grattacieli. Mi sono accomodato anch’io in prima fila e, mentre la maggior parte degli altri visitatori schiacciava un pisolino riparatore dopo le fatiche della visita al museo, ho guardato a lungo quel malcelato palazzo là sotto. Tra gli appunti per il mio viaggio mi ero portato il testo del discorso radiofonico registrato dall'imperatore Hirohito, detto “radiotrasmissione della voce del Gioiello” (Gyokuon hōsō), il 15 agosto 1945:

 

“Il nemico ha cominciato a usare un nuovo tipo di bomba, inumano. I danni che essa è in grado di arrecare sono incalcolabili, ed esigono un tributo elevato di vite umane innocenti. Proseguire la guerra a queste condizioni non porterebbe soltanto all’annichilimento della nazione, ma alla distruzione dell’intera civilità umana. E’ per questo che, secondo i dettami dell'epoca e del destino, ci siamo decisi a lastricare la strada dalla grande pace per tutte le generazioni future, sopportando l'insopportabile e tollerando l'intollerabile. In particolare dovete stare attenti a evitare ogni scatto emotivo che potrebbe generare complicazioni inutili, così come vi asterrete da conflitti e alterchi che potrebbero creare confusione, risultando gravemente fuorivianti”.

 

Con questa dichiarazione il timido imperatore, appassionato di biologia marina, rinunciava alla prerogativa che gli imperatori giapponesi fossero diretti discendenti della dea del Sole Amaterasu (Amaterasu-ō-mi-kami, letteralmente: "Grande dea che splende nei cieli”) dalla quale discenderebbero tutte le cose. Era considerato il continuatore di una tradizione sciamanica antica (il primo leggendario imperatore, Jimmu, sarebbe del VII secolo a.c.), cui spettava il privilegio di officiare i maggiori riti shintoisti di origine agreste, comprese le cerimonie legate all’insediamento al trono come la misteriosa e privatissima Daijōsai (“Festa della grande offerta di cibo”), durante la quale l’imperatore, all’interno dei tre santuari shintoisti eretti per l’occasione nel Palazzo Imperiale di Tokyo, offre del riso allo spirito del suo mitico antenato (la dea Amaterasu).

 

La sua dichiarazione fu un vero shock per i giapponesi, che non avevano mai sentito la sua voce, non soltanto per il suo drammatico contenuto, ma soprattutto perché era la prima volta che ascoltavano la viva voce del dio vivente (arahitogami), per il quale ogni suddito era pronto a donare la propria esistenza in qualunque momento. In realtà moltissimi giapponesi, militari e civili, non compresero nemmeno bene ciò che l’imperatore aveva detto poiché il tennō aveva usato il lessico raffinato e arcaico di corte, ben diverso dal giapponese corrente parlato nelle strade. Nonostante la lontananza di quella figura dal mondo reale, quando fu chiaro che era proprio il sovrano a parlare decine di giapponesi preferirono togliersi la vita…

 

 

Il Museo Nezu è un altro museo privato. Progettato da Kengo Kuma, è uno di posti più affascinanti di Tokyo. La quintessenza della migliore giapponesità: semplicità e raffinatezza, gusto perfetto per la disposizione delle cose e culto ossessivo del bello. Il tutto inscatolato in una struttura modernissima, collocata in mezzo a un giardino variopinto, punteggiato da statue di Buddha in pietra, attaccate dal muschio. Un giardino tipico giapponese, solo apparentemente selvaggio, ma in realtà ordinatissimo e piegato alla volontà dell’uomo, persino nei ciuffi di canne di bambù della stesa altezza che corrono paralleli a un fiumiciattolo di ciottoli neri, levigatissimi. Nella sala principale del museo di ammirano le statue antiche e, dietro le enormi vetrate, si assiste allo spettacolo delle foglie scosse dalla pioggia e degli alberi nodosi fatti fremere dal vento.

 

Gli oggetti esposti sono pochi, assai ben scelti e vari: statue, preziosi, kimono, porcellane e terracotte, monili in bronzo. Accostati più con un criterio estetico che scientifico: l’importante è che il visitatore possa godere delle innumerevoli forme della bellezza. Appena fuori, nascosto tra gli alberi, un piccolo caffè che sembra una palafitta, con una leggerissima terrazza che si sporge su un laghetto torbido e affollato di carpe bianche.

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