Vita in Giappone | Omaggio a un maestro

Nell’elegante e dinamico quartiere sud-occidentale di Daikanyama, a cinque minuti a piedi dall’omonima stazione della linea Tokyu Tōyoko del treno suburbano, è sorta da poco una libreria da sogno: un luogo dove si può piacevolmente, e utilmente, trascorrere molte ore. La Libreria T-Site (Tsutaya Books) è costituita da tre blocchi moderni (in vetro, legno e cemento), ciascuno di due piani, collegati tra loro da due suggestivi pontili sospesi su un prato punteggiato da alti aceri e ginko.

 

 

Nel blocco centrale, al secondo piano, c’è la grande caffetteria-ristorante (“Anjin”), con comode poltrone accanto ai tavoli, dove si possono sfogliare riviste e giornali. Ma tutti i locali dei tre edifici sono costellati di sedie, panche e divani dove ci si può sedere e consultare i libri in vendita. Ai piano terra dei tre blocchi c’è la libreria vera e propria divisa così:

  • (nell’edificio di sinistra) Letteratura, Business, Filosofia e religione, Storia, Scienze, Sport;

  • (nell’edificio centrale) Design e architettura (che occupa lo spazio più grande), Arte, fotografia e moda, Macchine, motociclette e biciclette;

  • (nell’edificio di destra) Viaggi (con annessa una piccola agenzia di viaggi), Stationery (con un’offerta di penne, matite e pennarelli da far girare la testa), Cucina, con un bistrot e una piccola caffetteria.

 

 

Ai piani superiori: un ricchissimo settore Libri e film per bambini, Video (con un settore prevalente dedicato al prestito) e libri sul cinema; Musica di tutti i generi (con una parte decisamente prevalente dedicata al jazz) e pubblicazioni relative, con molte postazioni per ascoltare comodamente e quanto si vuole. C’è anche, al piano terra, dopo il settore Letteratura, un piccolo supermercato con cibi esclusivi e prodotti per la casa.

 

L’arredamento è molto ben curato (con lampade e scaffali di design) e l’atmosfera è quella di un comodo salotto a molte facce dove le cose esposte si rimandano l’una con l’altra, avendo come minimo comun denominatore la qualità. La struttura a incastro delle varie parti rende possibile un attraversamento dall’alto senza percepire rigide barriere e, soprattutto, la fruizione gratuita (o al prezzo di un caffè e una birra) di molte funzioni, anche contemporaneamente. Il personale è preparatissimo, ma molto discreto: c’è soltanto se serve. La Libreria (ma forse è riduttivo chiamarla così) è uno dei luoghi preferiti di Giorgio Amitrano (ottimo traduttore e studioso della letteratura giapponese, attuale direttore dell’Istituto di Cultura italiana), che la consiglia, oltretutto, come paradiso per i bibliofili. Perché, oltre alla ricchissima scelta di novità e un’attenta selezione del catalogo, in alcune vetrinette chiuse, sparse qua e là tra gli scaffali, vengono proposte preziose edizioni d’antiquariato e vecchi cataloghi da tempo fuori commercio. Queste eleganti vetrinette, che sembrano dei tabernacoli, sono anche un efficace modo per attirare l’attenzione su alcuni libri particolari, in edizioni diverse (anche in lingua straniera), accompagnati dalla vendita di foto originali, o in tiratura limitata.

 

L’ideogramma giapponese MU significa “Nulla”. È costituito da una pira di legna con la fiamma sotto. Quindi: qualcosa che si estingue. Solo questa parola sta scolpita sulla tomba in granito del regista Ozu (1903-1963), che si trova nel piccolo cimitero alle spalle del tempio zen di Engaku-ji (1282), nella vecchia capitale medievale di Kamakura (a 60 km da Tokyo): un bosco collinare continuo di alberi rossi, gialli e verdi, degradante verso il mare, dove fanno capolino ogni tanto villette, templi, monasteri e negozietti volanti di tempura e biscotti di riso.

 

 

Ci si sposta da uno e all'altro di questi monasteri zen, seguendo una fiumana umana che percorre a piedi tutta la stessa via, mangiucchiando e ridendo come se fossero in una gita scolastica. Ma una volta superati i portoni sacri dei templi (la cosa che mi emoziona di più è la trave, messa di traverso alla base del portone, che spezza il passo e obbliga a rallentare e fare un saltino per entrare da un mondo in un altro), è come se la folla si dissolvesse, sparpagliata in silenzio tra gli alberi autunnali e gli edifici religiosi. Ho sostato davanti a Buddha di varie dimensioni: ho guardato con il naso all’insù il Daibutsu (Grande Buddha), che si trova nel tempio di Kōtoku-in, risalente al 1252, la seconda più grande statua di Buddha in Giappone (forgiata in bronzo, pesante circa 850 tonnellate, alta 11,4 metri).

 

 

Seguendo una dettagliata cartina, sono giunto al tempio di Engaku-ji, mi sono arrampicato su per una stretta scaletta di pietra fino a uno spiazzo affollato di tombe ammantate di muschio. Non è stato difficile individuare la tomba del grande regista (anche perché era contornata da bottigliette e lattine di birra, come quella di Jim Morrison a Parigi).

 

 

Era questo lo scopo principale del mio viaggio, come fece Wim Wenders nel film documentario dedicato a Ozu, Tokyo Ga (1985). Il doveroso omaggio a un Maestro. Non c'era nessuno. Dopo un po' è arrivato trafelato un signore elegante, che è rimasto sorpreso di trovarmi lì. Mi ha chiesto, in inglese, di dove fossi (alla mia risposta, si è ancora più stupito) e mi ha detto di essere un professore di Hong Kong e che era la terza volta che veniva qui “a pregare”. Poi ha cavato fuori dal suo zainetto il pupazzo di un papero giallo, lo ha posato sulla tomba e l'ha fotografato.

 

Il quartiere di Asakusa è affollato di ristorantini, sovraffollati negozi di articoli per cucina, bancarelle con le più svariate leccornie (fritte e non). Attorno a tutto questo trionfo di cibarie girano i numerosi turisti-pellegrini che si recano al Tempio Sensō–ji dedicato a Kannon, la dea buddhista della Misericordia. Il tempio dovrebbe contenere la sua effige dorata (che, secondo la leggenda, sarebbe stata rinvenuta, nel 628 d.c., da due pescatori nelle grigie acque del vicino Sumida-gawa. Ma la statua non viene mai mostrata al pubblico. Si arriva al tempio attraverso la Porta del tuono. Ai lati, ci sono le due terrificanti statue dei suoi dei protettori: il dio del Vento e il dio del Tuono. Ma anche loro si vedono poco: sono celati (o: protetti) dietro una fitta rete metallica che, nella penombra della nicchia, li rende ancora più misteriosi.

 

L'architettura religiosa buddhista non mi emoziona particolarmente: è troppo forte il Canone, come nelle icone. Se si è esperti si notano ovviamente le molte differenze, talenti e competenze. Ma la libertà creativa (come nel caso degli architetti europei), non sembra esser stata incoraggiata dai committenti. Un tempio, come un’icona, dovevano servire a uno scopo stabilito anche nell’espressione estetica. La differenza piuttosto sta nelle giunture, nei differenti materiali usati. Mi hanno colpito molto invece le statue che, anche se nella maggior parte sono opere di anonimi, evidenziano le differenti sensibilità e personalità degli artisti. E poi sono diventato un devoto, esteticamente, della dea Kannon, quella della Misericordia, con le sue molteplici teste e la boccetta lenitiva nella mano destra), spesso corrose dal muschio, e, ovviamente, la perfezione dei giardini Zen. 

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