Ristare d’estate, quando la cronaca si fa pigra, la politica si addormenta, dai giornali balena la coscia del ministro, l’infradito del presidente del consiglio. Allora anche l’obbligo dell’aggiornamento molla la presa, nessun romanzo o saggio dell’ultim’ora è autorizzato a gridare vendetta dal comodino. Si può RISTARE, cessare ogni movimento, restare fermi, immobili, lasciando lo spazio in valigia anche per i tomi già letti, cui si deve la propria spina dorsale. L’estate porta in dono dieci giorni a Portopalo di Capo Passero, così in cima alla pila c’è Diceria dell’untore (Bompiani) di Gesualdo Bufalino. Mi fulminò la descrizione di uno stato di stanchezza: “Hanno il palato di carta di vetrata, hanno il sonno che gli mangia gli occhi… Hanno i piedi di Cristo, stanchi e sporchi, questa scarpa morde, quest’unghia si incarna…”. E scommetto che riproverò la stessa sensazione di stupore verso i suoi oggetti animati. Parte con me anche La Mennulara (Feltrinelli) di Simonetta Agnello Hornby, perché ho il ricordo si una storia svelta e scaltra, piena di voci, ironica, ma con la coscienza di che cos’è quel pianeta strano che di chiama Sicilia, a suo modo antica e saggia.

 

Dietro ai “vecchi” aspettano i libri fumanti di scontrino. A pranzo con Orson (Adelphi), conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles, per il centenario della nascita che ricorreva il 6 maggio scorso. Le chiacchiere, le invettive, gli aneddoti, le cattiverie di un uomo viperino, ma piuttosto decisivo per la storia del cinema, per cui Marlon Brando era “un salsiccione” (al contrario di quello che raccontava Elia Kazan, e la bella biografia di Goffredo Fofi, rieditata da Castelvecchi) e che detestava Elizabeth Taylor perché secondo lui aveva trasformato Richard Burton nell’appendice di una diva, ovvero di se stessa. (Nelle arene estive dovrebbe circolare ancora Cinema Komunisto di Mila Turajlic, che racconta anche di quando Burton interpretò il giovane partigiano Josiph Broz in La Battaglia di Sutjeska).

 

Per rimanere in tema di cinema mi rimane sulla coscienza non aver mai letto fino in fondo un volumetto smilzo, edito da Guanda, Sentieri nel ghiaccio di Werner Herzog. Quel genio istrionico che fece issare una nave su una montagna amazzonica per girare Fitzcarraldo, un giorno di novembre del 1974 fu raggiunto da una telefonata nella sua casa di Monaco. Chiamavano da Parigi: la scrittrice e critica cinematografica Lotte Eisner stava morendo. Così indossò la sua giacca pesante, prese una bussola e una sacca e decise di raggiungere a piedi Parigi da Monaco nell’assoluta fiducia che in questo modo Lotte sarebbe rimasta in vita. Tenne un diario in cui ci sono tutti gli elementi della sua visionarietà.

 

Dopo averlo visto salire sul palco, portandosi appresso un paio di scarpe rosse fiammanti della moglie Eva, mancata un anno fa, mi sono comprata l’ultimo libro di Michel Faber, lo scrittore olandese diafano, sinistro e malinconico che vive in Scozia in una stazione vittoriana immersa nella solitudine e nella nebbia. Qualche anno fa avevo letto Under the skin (Einaudi) in cui gli alieni allevavano umani per farne carne da bistecche. Enigmatico e inquietante. Jonathan Glazer ne trasse un film non indimenticabile con Scarlett Johansson. Ora Faber ne Il libro delle cose nuove e strane (Bompiani) porta un religioso ancora in un mondo alieno a raccontare la bibbia, il libro delle cose nuove e strane, appunto. Promette apocalissi, catastrofi ambientali e la fine del nostro impero.

 

Nella borsa della “spesa” ho messo anche La kriptonite nella borsa di Ivan Cotroneo (Bompiani). Ammiro la sua abilità di scrivere con intelligenza libri, sceneggiati che hanno anche grandissimo successo di pubblico, da Tutti pazzi per amore a Una mamma imperfetta. E poi, la forza che lo fa mettere in gioco come regista. Mica banale. Nello stesso impeto ho comprato, fingendo che fosse un regalo per un amico, La versione di Barney (Adelphi), di Mordecai Richler (certo potrei omettere questa informazione, essendo celeberrimo). Non l’ho mai letto, perché quando si fa troppo chiasso attorno a un libro mi sembra che mi ecceda, e forse ancora di più perché la memoria di Barney che si assottiglia rinfocola la mia costante paura di perdere pezzi.

 

Nella biblioteca rionale, dove nel giro di due giorni riesco a ottenere titoli che nemmeno Amazon procura, mi appresto a ordinare Lo stadio di Wimbledon (Einaudi) di Daniele Del Giudice, basato sulla vita di Bobi Bazlen, l’intellettuale triestino, studioso del mondo tedesco, grazie al quale sono arrivati in Italia Musil, Kafka, Freud e che sponsorizzò Svevo a Montale. Di lui, che scrisse poco, vorrei riavere (sempre con l’aiuto della biblioteca) Il capitano di lungo corso (Adelphi), tradotto dal tedesco da Roberto Calasso. Mi è passato tra le mani da ragazza, ma vorrei capirlo meglio.

 

Mi porto poi sempre dietro, anche per rileggerne poche righe, un libro che è quotidianamente nei miei pensieri: Dei miei sospiri estremi (SE), biografia di Luis Buñuel. Cronaca dei suoi sogni ad occhi aperti, coltivati alla luce del sole negli angoli più bui di un bar di città del Messico, sorseggiando un superalcolico. In queste visioni dava gli ultimatum a Hitler, neutralizzava Goebbels e la cricca nazista, assisteva invisibile allo spogliarsi una bellissima signora. A volte i deliri si trasformavano nelle scene di film surrealisti straordinariamente feroci, eppure così pieni di pietà per il nostro essere umani. Uno su tutti la brama adolescenziale di giacere con la regina Vittoria dopo averla narcotizzata, che si realizzò in Viridiana (1961), in cui lo zio tenta di possedere la nipote dopo aver fatto sciogliere un sonnifero nel bicchiere d’acqua prima di andare a letto. È un libro che mi ha migliorato la vita. Nei lunghi spostamenti a cui condanna una grande città, invece di rimanere imbrigliata nelle preoccupazioni, sogno anche io a occhi aperte scene di libri che vorrei scrivere e che annoto poi su un quadernone verde. Ne verrebbe ormai fuori un’enciclopedia. Buona RIeSTATE!

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