Levi e il Golem Mac

Mario Monge

Nel settembre del 1984 Primo Levi si compra un Golem. Non l’automa di argilla creato da un rabbino-mago di Praga, ma quello che lui stesso definisce un “elaboratore testi”, ovvero un computer. L’analogia figura in un suo articolo, e gli è suggerita dal fatto che, per far funzionare la macchina, bisogna introdurre nella fessura alla sua base, quasi una bocca, un disco-programma, così come il rabbino immette nella bocca del gigante di argilla una pergamena per vivificarlo. Il Golem è un Mac, come si vede in questa fotografia di Mario Monge, fotografo torinese scomparso nel 1999, amico di Guido Ceronetti, che ci ha lasciato bellissime immagini anche di Italo Calvino.

 

Come altri fotografi, nel giugno del 1986 Monge ha fissato Levi al lavoro col suo elaboratore. Una foto inconsueta, per via del profilo controluce dello scrittore, quasi una silhouette: foto al nero. Ricorda una foto segnaletica, seppure senza i dettagli del viso e della testa. Si scorge il pizzetto in basso, gli occhiali a metà e i capelli in alto, al termine della fronte spaziosa. In un articolo pubblicato su “La Stampa” due mesi dopo l’acquisto, Levi spiega a cosa gli serve il Golem-Mac, che paragona a un gadget di lusso: a scrivere, a disegnare, a giocare a scacchi. Primo è coadiuvato dal figlio Renzo, che compare nell’articolo (Personal Golem) sotto le vesti di un giovane che paternamente istruisce il genitore a usare il computer. Gli spiega che lui è ancora un austero umanista, perché vuole comprendere il funzionamento della macchina (“sai forse o ti illudi di sapere, come funziona il telefono o la Tv?”). Col computer bisogna lasciar fare all’abitudine; i manuali, poi, non servono: come si può imparare a nuotare senza entrare in acqua? Il pezzo è ancora attuale oggi che sono trascorsi trentacinque anni, mentre il Mac ritratto da Monge è ora un reperto archeologico. Nell’articolo Levi spiega come la presenza dell’elaboratore testi induca a essere prolissi, dato che tutto è facile e certamente meno faticoso della scrittura a mano, o con la macchina per scrivere. La manualità qui è quasi assente.

 

Un’osservazione interessante: l’essenzialità e la laconicità sono due caratteristiche tipiche dell’opera di Levi. Dopo l’introduzione del computer ha cambiato stile? In realtà l’unico libro scritto, o meglio ribattuto, al computer è I sommersi e i salvati e alcuni capitoli di un libro narrativo rimasto incompleto, cui stava attendendo prima della morte. Ma fa venire in mente un altro dettaglio del “lavoro manuale” di Levi. Quando nel 1956 diede a Einaudi Se questo è un uomo, poi uscito nel 1958, non ribatté a macchina l’intero libro aggiungendo trenta pagine nuove distribuite qui e là nel libro, compreso un nuovo capitolo. Consegnò invece al redattore, che lo seguì fino alla stampa, l’edizione del 1947 uscita da De Silva, quella donata alla moglie (c’è la dedica con matita rossa), e aggiunse dei fogli di carta: alcune cartelle per le parti più lunghe e striscioline per quelle più corte. Il tutto incollato con nastri nelle pagine del volume. Una forma di economia che ben si attaglia alla sua persona, e anche alle cose che scrive nel 1984 in Personal Golem (ora in L’altrui mestiere con il titolo: Lo scriba).

 

Verso la fine del pezzo spiega la sua paura: perdere quello che ha scritto dopo aver faticato tanto a farlo. Il testo su carta può perdersi o finire in un tombino e la cosa “faticata, unica, inestimabile, quello che ti darà vita eterna” può anche scomparire. Però la “carta canta”, come si dice, mentre le parole che appaiono sullo schermo, “nitide, ben allineate”, sono solo ombre: “sono immateriali prive del supporto rassicurante della carta”. Nella foto di Monge si vede lo schermo. Anni fa, mentre lavoravo alla prima edizione delle opere complete di Levi, ho guardato lo scatto del fotografo torinese con una lente d’ingrandimento e mi sono accorto che lo scrittore stava componendo una poesia: Soldato. Era inedita. L’ho trascritta e pubblicata nelle note al volume. Non è completa, ma non si è persa. La scrittura digitale non è durevole come quella incisa su pietra; tuttavia dura nel tempo se diventa a sua volta un’immagine come questa fotografia di Mario Monge.

 

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