Un solo libro d'amore

Nella piccola valigia che preparerò ci sarà spazio per un solo libro – e mi piacerebbe che fosse un libro d’amore, da leggere per la prima volta, o da leggere di nuovo.

La scelta, che potrà sembrare senz’altro poco originale, immediatamente mi appare non semplice. La maggior parte dei libri depositati nelle biblioteche, così come la maggior parte dei libri in vendita nelle librerie ha a che fare, in un modo o nell’altro, con l’amore – e certo non mi incoraggia a proseguire in questa ricerca il pensiero di quanta carta, almeno nell’ultimo trentennio, sia stata stampata e immessa nel mercato, e prodotta dal mercato, attorno a questo Leitmotiv dell’esistenza. Una proliferazione di ordini discorsivi letterari, mediatici, informatici, che ha sortito spesso l’effetto di confinare l’argomento in zone di penombra, di renderlo non prioritario (senza dubbio per la riflessione teorica, se si guarda a grossa parte di ciò che è stato dato alle stampe dopo i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes) – un adombramento avvenuto paradossalmente mediante un processo di trasparizione, operato da certa letteratura, come, per altro verso, da molta psicoanalisi.

La prova schiacciante del lavoro egregiamente svolto da tale processo si evince d’altronde dalla generale ironia, o dal generale disagio, con cui si accoglie l’ennesimo discorso o pensiero sull’amore, qualcosa che ha a che fare con la domanda «cos’altro c’è da dire, ancora?», se non proprio con una soppressione reazionaria. D’altra parte, il trentennio in questione, da cui io provengo, è quello in cui le parole di W.H. Auden devono evidentemente essere rimaste inascoltate, archiviate nel faldone sempre aperto dei moralismi, al punto da pulsarmi nella testa, mentre cerco di portare avanti la ricerca del mio libro d’amore, pregiudicandola, in tutta la loro carica polemica – «All words like peace and love / All sane affirmative speech / Had been soiled, profaned, debased / To a horrid mechanical screech», «Tutte le parole come pace e amore / Tutti i sani discorsi affermativi / Sono stati insozzati, profanati, depotenziati / A orridi strilli meccanici» (We Too Had Known Golden Hours, ora in Collected Poems).

Auden, dal canto suo, sembra talmente ossessionato da questo svilimento del discorso amoroso (e del discorso pacifista?) che, in più momenti della sua produzione lirica, il suo impegno appare totalmente votato alla ricerca, al contrario, di una verità a riguardo. La verità, vi prego, sull’amore, ad esempio, somiglia a un salmo, proteso com’è tra l’inno e la supplica: catene di domande – «Assomiglia a una coppia di pigiami o al salame dove non c’è da bere?», «Quando canta alle feste è un finimondo?», «Smetterà se si vuole un po’ di pace?» –, alternate a considerazioni assorte – «I manuali di storia ce ne parlano in qualche noticina misteriosa / Ma è un argomento assai comune a bordo delle navi da crociera / Ho trovato che vi si accenna nelle cronache dei suicidi» –, intervallate tra loro dal ritornello «la verità, vi prego, sull’amore», come un mantra, quasi a esortarci a ripeterlo in coro, insieme, a voce alta.

Al contrario, sembra invece avere le idee più chiare di lui la sua amica Hannah Arendt, l’unica donna che il poeta avrebbe voluto sposare, ancorché per facciata (come lei stessa racconta a Mary McCarthy, Tra amiche). E chissà che il motivo di questa attrazione (platonica!) non avesse proprio a che fare con la forza straordinaria che le parole di Arendt sull’amore – così potenzianti – sembrano voler infondere in chiunque vi si trovi a inciampare all’interno dei suoi Quaderni e diari. «L’amore», scrive la filosofa, «è una potenza e non un sentimento. Si impadronisce dei cuori, ma non nasce dal cuore. L’amore è una potenza dell’universo, nella misura in cui l’universo è vivo. Appena si è impossessato di un cuore, l’amore diventa una potenza ed eventualmente una forza». E ancora, insistendo sul concetto: «In quanto potenza universale della vita, l’amore non ha propriamente un’origine umana. Nulla ci inserisce in modo sicuro e inesorabile nell’universo vivente più dell’amore, al quale nessuno può sfuggire. Chi non ha mai subito questa potenza non vive, non appartiene al vivente». E tuttavia, a riprova della priorità accordata alla dimensione comune degli uomini – il mondo – all’interno della sua riflessione, Arendt non tarda a mettere (anche) l’amore in relazione con considerazioni che sono, appunto, di natura filosofico-politica – con considerazioni in cui si tratta in fondo di decidere il primato dell’amore o il primato del mondo, in quella che potrebbe essere una riformulazione del motto di Ferdinando d’Asburgo – fiat iustitia et pereat mundus, «sia fatta giustizia e perisca il mondo» –, poi ridiscusso da Kant (Per la pace perpetua) e corretto da Hegel – fiat iustitia ne pereat mundus, «sia fatta giustizia, affinché non perisca il mondo».

Fiat amor et pereat mundus (che potremmo liberamente tradurre così: «trionfi l’amore e il mondo si fotta definitivamente»), o fiat amor ne pereat mundus («trionfi l’amore, affinché il mondo non si fotta definitivamente»)? Proseguendo nella lettura, infatti, non appena l’amore «si impadronisce di un uomo e lo getta verso un altro uomo» esso «brucia l’infra del mondo e del suo spazio fra i due», «diventa ciò che vi è di più umano nell’uomo, ovvero un’umanità che persiste senza mondo, senza oggetto, senza spazio. L’amore consuma, consuma il mondo». Il discorso degli amanti sarebbe in questo senso quanto di più prossimo al genere della poesia «perché è il discorso puramente umano»: un discorso che necessita, per potersi esprimere e articolare in tutta la sua potenza, di uno spazio di penombra dall’esposizione costante della luce del mondo, sotto la quale appare invece goffo, impacciato. Raramente, secondo Arendt, gli amanti parlano tra loro nello spazio pubblico, in mezzo ad altre persone, proprio perché le loro grammatiche non sono “pubbliche” e perché conoscono entrambi i luoghi ai quali tornare appositamente per riprendere la propria narrazione. È proprio questo aspetto dell’amore, questo suo essere pulsione divoratrice del mondo (ossia di quell’intervallo vuoto tra i corpi che si tratta di colmare con le relazioni – la politica –, senza tuttavia cascarci addosso l’un l’altro), a porci, secondo Arendt, di fronte a un paradosso, «di fronte alla sua grandezza e alla sua tragedia»: l’amore si armonizza con il mondo solo se vi immette qualcosa di nuovo, esemplificato massimamente dalla figura del bambino. Il bambino è il futuro del mondo, è ciò che rimette «i due uomini» in relazione con esso, che li esorta con la propria presenza a prendersene cura. Ma è anche ciò che alla loro unione, e dunque all’eterno presente delle parole tra i due, pone inderogabilmente fine. Al contrario, «l’amore senza figli, o senza un mondo nuovo», scrive Arendt (che non ebbe figli), «è sempre distruttivo (antipolitico!); ma proprio allora produce ciò che è propriamente umano in tutta la sua purezza».

Facendo tuttavia molti passi indietro rispetto a tali considerazioni arendtiane circa la “verità” sull’amore, circa ciò che l’amore “è”, e ritornando sul filo della denuncia di Auden, relativa ai modi di parlare d’amore – un modo non sozzo, non depotenziato, per farlo, è forse possibile? È possibile un modo che non somigli a uno “strillo meccanico” – un modo, cioè, in grado di contrapporre buone ragioni a quanti invece ne avrebbero tante per rimpiangere, in tempi di biocapitalismo cognitivo, l’imperativo di fine Settecento di William Blake, «Never seek to tell thy love / Love that never told can be», «Non dire mai il tuo amore / L’amore che mai può essere detto» (ora in The Selected Poems)? L’idea sottesa a questa forma di nostalgia per un amore non esposto, non esibito, ricondotto alla dimensione che le è propria, quella più riservata, se non proprio segreta, dell’esistenza, poggia d’altronde sulle fondamenta instabili di un dilemma: è proprio dell’amore il suo divenire futile, il suo vaporizzarsi nel momento in cui si cerca di catturarlo con le parole, nel momento in cui si cerca di dar conto di sé all’altro? (E dunque, inevitabilmente, nel momento in cui dobbiamo rendere intelligibili quelle parole, mediante la confessione che quel resoconto, teatralmente, istituisce?) O sono al contrario le parole specifiche, e le specifiche movenze, e le specifiche coreografie, seriali, con cui cerchiamo di dirlo, e di confessarlo, e di farlo, a esaurire, a depotenziare, a rendere trasparente l’amore?

Nel recente La società della trasparenza, Byung-Chul Han avanza in fondo delle ragioni, in questo senso, e tenta di risolvere il dilemma elevando proprio la trasparizione, l’esposizione, delle cose (ivi incluse l’amore, e il sesso) a paradigma della società neoliberale. La cura, se cura può esserci a questa visibile e inarrestabile esposizione totale, non è che un ritorno alla «negatività del nascosto, dell’inaccessibile e del segreto». E certo verrebbe da accodarsi a questa supplica, anche forse solo volgendo rapidamente lo sguardo alla densità delle parole (d’amore), minuziosamente soppesate, di quanti si sono ritrovati a scriverle in tempi in cui la «negatività del nascosto, dell’inaccessibile e del segreto» erano nient’altro che la legge – la stessa sotto la quale Oscar Wilde, in un’aula di tribunale, dovette assistere forse alla peggiore delle condanne, quella che è propria di un regime in cui le parole dedicate a noi possono coincidere precisamente con quelle che ci condurranno in prigione: «What is the love that dare not speak its name?». «Adesso è qui con me davanti a questo verde Pacifico», annota Henry James in uno dei suoi Taccuini del 1905, rievocando il proprio demone lontano,

– mi siede accanto e sento il suo soffio lieve, che rinfresca, tonifica e ispira, sulla mia guancia. Tutto penetra a fondo: nulla va perduto, tutto rimane, feconda e rinnova la sua aurea promessa, facendomi sognare, gli occhi chiusi in profonda nostalgia, quando nel pieno dei giorni estivi di Lamb House, finita la mia lunga, arida avventura, sarò in grado di affondare la mano, il braccio, giù giù in profondità, fino alla spalla – e pescarvi ogni piccola figura e felicità, ogni piccolo fatto e fantasia che possa fare al mio scopo. Tutte queste cose per adesso sono stipate troppo strette perché io possa penetrare fino a esse, troppo a fondo perché io possa sondarle, perciò lasciamole lì per il momento, nella loro sacra, fredda oscurità, fino a quando non vi lascerà cadere la dolce e ferma luce della cara vecchia Lamb House – sotto la quale inizieranno a brillare, scintillare e prender forma come l’oro e le gemme di una miniera.

E, per quanto mi riguarda, sento sempre un brivido lungo la schiena ogni volta che rileggo quei versi in cui il nostro W.H. Auden mette da parte i propositi investigativi, smette di cercare la verità sull’amore, per abbandonarsi, anch’egli, ai suoi ricordi: «That later we, though parted then, / May still recall these evenings when / Fear gave his watch no look; / The lion griefs loped from the shade / And on our knees their muzzles laid, / And Death put down his book», «Più tardi, anche se lontani, / Noi possiamo ricordare quelle sere in cui / La paura non guardava l’orologio; / I dolori dei leoni sorgevano dalle ombre / E sulle nostre ginocchia poggiavano i loro musi / E la Morte posava il suo libro» (A Summer Night, ora in W.H. Auden: Selected Poems).

Quanto desiderio sollecitava, quanto desiderio veicolava il regime del segreto? E di quanta produzione di senso impregnava queste pagine il dolore, ma anche la speranza, la possibilità di infrangere una legge repressiva? Ancora una volta, il nostro guaio contemporaneo, l’insensatezza nostra, dipende dall’assenza di un potere che ci reprime – e dalla pervasività, al contempo, di un potere che ci rende trasparenti?

Ammesso che tale domanda abbia un senso, questo risiede precisamente nell’urgenza di dotarsi si strumenti in grado di disinnescarne la presa sempiterna, il fascino inalterato. Inevitabilmente, la ricerca di un libro che parlasse d’amore si è trasformata essa stessa in una domanda di ricerca – ma nella valigia c’è spazio per un solo libro e non per tutti quelli di cui mi sono servito fin qui per abbozzare uno sproloquio straordinariamente abile nel tenere insieme tutte le parole ridotte a strilli meccanici: amore, pace, giustizia e molte altre. Sembra allora più promettente dismettere, per il momento, i panni di chi dipende dal discorso del potere a un punto tale da iniziare a parlare con la sua voce – per vestire quelli di chi non ha intenzione di «sopprimere la parola articolata, ma quasi di assegnare alle parole l’importanza che hanno nei sogni» e soprattutto «di trovare, per annotare questo linguaggio, mezzi nuovi: mezzi simili a quelli della trascrizione musicale oppure mezzi utilizzabili alla maniera di una lingua cifrata». Per questo basterà un testo di Artaud, fra tanti, e un diario, o un taccuino, o un quadernino per esercitarsi – a decostruire, a risignificare un volto, alcune parole, alcuni pomeriggi – con i geroglifici.

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