Storia e memoria della Shoah e dell'universo concentrazionario

Una conversazione con Bruno Maida, Carlo Greppi, Claudio Vercelli

 

Da più parti negli ultimi anni sempre più voci hanno sottolineato limiti ed effetti imprevisti della legge sul Giorno della memoria e in particolare i rischi dell'esaurimento della spinta educativa, per una iniziativa in qualche modo “ammalata” di monumentalismo, retorica e sottotesti legati a un uso politico della storia. Il discorso si fa ancora più complesso se il discorso si estende all'intero “calendario civile”. Qual è la tua opinione sull'opportunità e il rischio del Giorno della memoria così come è stato concepito in Italia?

 

 

Carlo Greppi: Il Giorno della memoria ha dato l'avvio a un monumentale – appunto – processo di istituzionalizzazione della memoria pubblica che, a partire dal 2000, ha letteralmente stravolto il nostro calendario civile. C'erano in nuce almeno due “effetti collaterali”, oltre a quello dell'ipertrofia/bulimia memoriale (che può contribuire a produrre preoccupanti riprese di vigore del negazionismo o dei suoi parenti stretti come il riduzionismo nel senso comune). Ricordiamo che l'art. 2 della legge istitutiva del Giorno della memoria dice che bisogna organizzare «cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere».

Una buona dose di retorica monumentale c'era già in queste parole, e il primo effetto collaterale che a me è capitato di percepire in questi anni è un vero e proprio – strutturale, a suo modo sano – rifiuto di parti delle tanto evocate “nuove generazioni”. Si tratta di una memoria pubblica calata dall'alto: dalle istituzioni, dalla politica locale, dalla scuola, da un mondo adulto che non è sempre credibile agli occhi di un adolescente, tanto più nell'Italia di oggi. Questo è un rischio che è stato sottovalutato, credo. Specularmente, si è spalancata la strada per diverse generazioni – in particolare per la mia, che usciva dall'adolescenza con il Giorno della memoria – di veri e propri potenziali “militanti della memoria”. E anche di questo effetto collaterale non so quanto ci fosse coscienza, sedici anni fa. Il Giorno della memoria – è vero – è un rischio e un'opportunità, e come tutto il calendario civile è la comunità a doverlo costruire, e noi “addetti ai lavori” (storici, insegnanti, operatori culturali, educatori) abbiamo grandi responsabilità in questa partita, che ogni anno e ogni giorno ha connotati diversi.

 

Bruno Maida: Il calendario civile è nello stesso tempo un riflesso di un’identità collettiva e un progetto politico-culturale. Le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità hanno dimostrato che una data (e un “fatto”) così apparentemente distante dalle sensibilità di oggi può diventare un’occasione per riflettere sull’identità degli italiani, sugli scarti e le contraddizioni, anche se poi la specifica data del 17 marzo non entra nel calendario civile. Al 27 gennaio, per molte ragioni, è accaduto il contrario: pur non determinando un significativo mutamento nella riflessione su chi gli italiani sono stati, su quali responsabilità hanno avuto, su quale eredità è rimasta di quel nodo e fase storica decisivi, tuttavia è diventata un passaggio ineludibile per istituzioni (specie la scuola e i comuni), politica, televisione, editoria, ecc. Ciò ha significato un indubbio investimento culturale e finanziario – il che non è poco, si badi, in un contesto nel quale ogni iniziativa culturale è stata via via tagliata o retrocessa ad aspetto residuale in questo paese – così come una diffusione dei temi della deportazione e dello sterminio di indiscutibile valore per la conoscenza pubblica. Tuttavia, forse vale la pensa cogliere alcune contraddizioni di questo processo. Ne sottolineo tre, tra le molte.

 

La prima è lo sbilanciamento tra la centralità della Shoah e la relativa marginalizzazione delle altre deportazioni (in particolare quella politica) nello spazio pubblico. È un dato visibile nella sproporzione di iniziative dedicate alla persecuzione e al genocidio oppure nelle mete dei viaggi della memoria, o ancora nel fatto che nel nuovo memoriale milanese di Binario 21 la quasi totalità dello spazio e del racconto è dedicato alla Shoah, in una stazione dalla quale sono partiti migliaia di operai, antifascisti, partigiani diventati deportati politici. È una sproporzione che trova significative ragioni nella centralità del nodo storico dei genocidi nella riflessione sul Novecento e sull’identità europea (e sul ripensamento di quelle nazionali) ma credo anche, perlomeno nel caso italiano, che non sia secondario il peso che ha avuto e ha il tentativo di espungere l’antifascismo dal dibattito pubblico, anzi dal suo essere valore costituzionale fondante.

 

La seconda è la dimensione celebrativa e strumentale che il Giorno della Memoria spesso assume. “Il dovere di testimoniare” viene spostato in molti casi da quello di costruire una progettualità politica e culturale di cui il 27 gennaio è il punto di arrivo (o di partenza) per percorsi di cittadinanza e consapevolezza, a quello di esserci per un riconoscimento pubblico o per adeguarsi a una circolare ministeriale. Chi attraversa l’Italia da quindici anni, come faccio io, per partecipare alle molte iniziative che vengono realizzate, ha visto uno spettro di situazioni estremamente vario. Il passaggio successivo dovrebbe quindi essere la selezione e non la continua accumulazione, perché solo così si costruisce una identità forte. Il che significa, a mio modo di vedere, investire su grandi progetti didattici e sulla formazione degli insegnanti prima di tutto; evitare le celebrazioni perché l’obbligo della memoria è dannoso e controproducente; misurarsi con i nuovi linguaggi e mezzi di comunicazione come strumenti di narrazione e di formazione.

 

La terza attiene al riflesso televisivo ed editoriale. Se per esempio si guarda la programmazione dei maggiori canali televisivi dal 2000 a oggi è facile rendersi conto che il Giorno della Memoria è passato da fenomeno “di prima serata” a ripetizione stanca di alcuni film in seconda serata (da Schindler’s List a La vita è bella), dalla produzione di trasmissioni o documentari ad hoc a una distorsione neanche tanto sotterranea dei temi (penso a RaiUno che qualche anno fa ha trasmesso lo sceneggiato dedicato a Exodus). L’editoria a sua volta ha sfruttato e sfrutta questo momento dell’anno mettendo in circolazione una produzione tutt’altro che selezionata, soprattutto da un punto di vista storiografico, puntando in particolare sulla memoria, sullo scoop, in una fase in cui i testimoni stanno scomparendo e le loro voci assumono una eccezionalità che tuttavia non sempre è tale (se non dal punto di vista etico).

 

 

Sempre di più si avverte un disagio rispetto alla storia pubblica e ai codici della storia in funzione “civica”: sei d'accordo con l'idea che serva più storia e meno memoria?

 

Claudio Vercelli: Le questioni evocate sono molteplici. Sarò schematico e forse anche un po’ impietoso ma diretto. L’ipertrofia della memoria “sentimentale” ed emotiva che stiamo vivendo non è funzionale alla rigenerazione dei legami collettivi, quindi alla coesione sociale, ma al combinato disposto tra identificazione proiettiva del proprio sé nello statuto della vittima e narcisismo di massa. La storia non interessa nella misura in cui resoconta della complessità, della stratificazione e del senso del mutamento ma non dell’autonarrazione individuale. Parrebbe, a tale riguardo, di vivere oggi in una sorta di tempo senza storia, quindi privo di scorrimento, cristallizzato su se stesso e sul soggetto che si racconta perennemente, come se fosse lui medesimo il centro di imputazione di ogni processo collettivo. Il problema, tuttavia, non è il difetto di cognizione del passato ma la paura per un futuro che è vissuto come incerto se non addirittura improbabile. Una miopia rivolta a quanto ancora non c’è, compensata da una ipermetropia rispetto a dei trascorsi di cui si discute molto ma, frequentemente, in termini ai limiti della mitografia. Tutto questo non avviene per caso o per errore, semmai inscrivendosi in una complessa stagione socioculturale dove si perde il senso dell’appartenenza e della condivisione sociale a favore dell’ossessione identitaria.

 

Bruno Maida: Ecco, direi che questa è la quarta contraddizione che mi viene in mente. Il Giorno della Memoria, non solo nel nome, è un riflesso di un’era del testimone che oggi dovrebbe diventare un’era dello storico. Non è ovviamente una contrapposizione, si tratta al contrario di rimettere al centro la relazione tra la storia, come strumento di conoscenza, e la testimonianza, come fonte essenziale ed elemento di consapevolezza civica, senza però confonderle. Solo in questo senso e in questa direzione, si evita il cortocircuito e il non detto di una memoria che ha teso a sostituirsi alla narrazione storica, e di cui casomai dovrebbe esserne fondamento di identità e valori. L’assolutezza della memoria, al contrario della relatività della storia, non ha a nulla a che fare con la verità – questione di cui peraltro lo storico non si occupa – bensì con l’individuo, con l’indiscutibilità dei suoi ricordi, che devono però allo stesso tempo essere sottoposti al vaglio dell’analisi storica. Mi rendo conto quanto minore sia l’appeal della narrazione storica rispetto alla testimonianza di un ex deportato e in generale a una vittima della persecuzione (ma oggi siamo da tempo ormai anche all’accontentarsi di un parente di un testimone) all’interno di un’iniziativa pubblica. Nondimeno è questa la direzione, sotto il profilo sia banalmente anagrafico sia se si vogliono radicare davvero quelle vicende nella storia nazionale.

 

Carlo Greppi: Penso che “più storia e meno memoria” sia uno slogan consumato, che non coglie necessariamente il cuore del problema. Di cosa parliamo, innanzitutto, se contrapponiamo la storia alla “memoria”? In Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, la semiologa Valentina Pisanty scrive: “Già la memoria individuale – intesa come dispositivo mentale che seleziona, classifica, connette, immagazzina e recupera dati esperienziali pertinenti – è un oggetto di studio complesso e sfaccettato su cui la psicologia cognitiva non ha mai smesso di arrovellarsi. Ma, anche se ci si accontentasse di una definizione ingenua di memoria come 'ciò che un individuo ricorda del suo passato', resterebbe il problema di come trasporre tale nozione ai ricordi culturalmente sedimentati con cui una comunità storica rappresenta il proprio passato, perpetuandone l'immagine a uso delle generazioni successive. Tanto per dirne una, non è affatto chiaro chi o che cosa sia il soggetto composito a cui farebbe capo la memoria collettiva, e dove si trovi (e come funzioni) il dispositivo che la rende operativa”.

 

La nostra memoria collettiva e la nostra memoria pubblica si nutrono costantemente di storia: del lavoro degli storici (i fatti che tornano a galla e le loro interpretazioni) e di ciò che il setaccio dell’“uso pubblico della storia” fa passare al di là della ristretta cerchia accademica, dove vive chi di storia non si nutre quotidianamente, ma di tanto in tanto. Leggendo, guardando un programma tv o un documentario, videogiocandola, o dedicandocisi nei giorni “comandati”. La storia non è a rischio di estinzione, al massimo sono in crisi i suoi codici espressivi tradizionali. La storia “tira”: pensiamo a quanti film di fiction sono “storie vere” (spesso ambientate al tempo della seconda guerra mondiale, tra l'altro), pensiamo alla recente fortuna dell'“history-telling”, pensiamo – ancora – a quante energie culturali sprigionano le date memoriali. Sta a noi far sì che siano le corde giuste a vibrare, quando nello spazio pubblico si parla di storia.

 

 

In poche battute, se è possibile: che cosa si ricorda oggi con il 27 gennaio e cosa pensi sarebbe opportuno ricordare?

 

Carlo Greppi: Secondo l'art. 1 della legge istitutiva, e tutto questo va ricordato (secondo le nostre istituzioni) «affinché simili eventi non possano mai più accadere»: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, 'Giorno della Memoria', al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

 

E allora domandiamoci: perché sono accaduti? È qui che davvero ci “serve” (a proposito di uso pubblico) il lavoro degli storici: c'è da studiare e da ricostruire un contesto, per noi oggi inimmaginabile, forse. Perché chi venne annientato nello sterminio nazista (coloro che per quello che “erano” o per quello che fecero divennero “vittime”) vide solo la conseguenza di una serie di processi storici, di azioni e inazioni, e di responsabilità individuali.

 

Lo storico tedesco Dieter Pohl ha stimato, per esempio, che le persone direttamente coinvolte nella messa in atto della macchina dello sterminio – coloro che ci lavoravano con zelo o controvoglia – potevano essere quattrocentomila, metà delle quali non tedesche. Il discorso sarebbe lungo, ma a me piacerebbe che nel testo della legge istitutiva ci fosse anche questo. I sommersi e i salvatori, certo, ma anche i delatori, gli esecutori e i carnefici (e tutto il grigio che c'è tra gli estremi). Sarebbe una prospettiva più responsabile, una chiave interpretativa a tutto tondo di un processo storico tanto complesso.

 

Claudio Vercelli: Mi viene facile “provocare” dicendo che sempre più spesso si ricordano i trascorsi Giorni della memoria, in un processo di stratificazione che parla essenzialmente di noi stessi. Dubito che si possa dettare e quindi consegnare a tutti un galateo delle condotte che impedisca le cadute nelle banalizzazioni, nelle indebite parificazioni come anche nelle sacralizzazioni e nella monumentalità. Quali possano essere le linee divisorie tra un “buon uso” e gli abusi il più delle volte è fatto che mi sfugge. Direi che tuttavia sempre più spesso dovremo confrontarci con un effetto di inflazione e saturazione. La questione, dal mio punto di vista, non è tuttavia esercitarsi plebiscitariamente sull’utilità o meno del 27 gennaio, bensì sulla sua capacità di rigenerarsi, dopo quindici anni oramai trascorsi. Non credo che ci sia qualcosa da ricordare di maggiormente opportuno o pregnante rispetto ad altro o ad altri. Semmai penso che lo sforzo, quanto meno per uno storico di professione, sia quello di aiutare quanti intendano ascoltarlo a cogliere poco cose ma molto nette: l’irriducibilità dei processi storici alla sola dialettica negativa tra vittima e carnefice; l’improponibilità del lavoro storico e dell’esercizio storiografico in quanto surrogati dell’agire giudiziario (un saggio di studio non è una sentenza, anche se quanto argomenta può avere ricadute civili e morali); il problema della responsabilità e della condivisione nell’agire politico; il tema della complessità delle politiche persecutorie prima e sterminazioniste poi (moventi, agenti, protagonisti, contesti) insieme alla necessità di indagare anche emicamente (e non solo eticamente) la struttura interna dei fascismi; la potenza mitopoietica del fenomeno fascista, allora come anche oggi.

 

Bruno Maida: Una storica americana scriveva, più o meno, che siamo così impegnati a ricordarci di ricordare che finiamo per dimenticarci che cosa vale la pena ricordare. E dato che penso che la storia debba prima di tutto essere strumento di comprensione del presente, il 27 gennaio deve secondo me interrogarci intorno a tre questioni essenziali, che sintetizzo così: la responsabilità individuale di fronte ai crimini contro l’umanità o alle violazioni dei diritti, a qualunque latitudine avvengono ma ancor più quando sono vicini a noi e coinvolgono il nostro poter agire; la complessità della storia e della realtà, che al pari di ogni semplificazione ci ritorna positivamente indietro (penso alla metonimia Auschwitz, che riassume un universo concentrazionario che attraversa tutta l’Europa e molto spesso, per di più, confuso e appiattito nella categoria del “campo di concentramento”); l’antifascismo e la Resistenza come fondamenti della nostra democrazia e non come residui discutibili del passato, come valori costituzionali senza i quali il patto stesso di cittadinanza viene meno. Ognuna delle storie che la Shoah e la deportazione politica ci restituiscono il 27 gennaio è l’intreccio tra queste tre dimensioni.

 

 

Un altro ambito di questioni riguarda il fatto che sempre più le politiche della memoria si accompagnano alla sensibilità post-totalitaria e hanno come sfondo la “santificazione” delle vittime in quanto tale: tutto ciò ha consolidato (o creato) un paradigma volto alla rivendicazione, paradossale, dello statuto di vittima e che in quanto risulterebbe premiale per gli “eredi” della memoria. Come si esce dai rischi delle retoriche vittimarie?

 

Bruno Maida: Al centro si colloca una personalizzazione della storia – perché qui non sono le vittime come categoria storica bensì i singoli individui, che per questo motivo possono essere “beatificati” – che nel caso migliore corrisponde al bisogno di concretizzare i fatti storici in una specifica vicenda, nel caso peggiore di relegare all’episodio una ben maggiore complessità. La stessa idea di vittima (ma anche di spettatore o di carnefice, per rifarsi alla triade à la Hilberg) restituisce una figura statica che non ha un prima e un dopo, o il cui prima e dopo si misurano solo attraverso il filtro dell’esperienza assunta come centrale da un punto di vista esistenziale, ossia quella della persecuzione e della deportazione. L’allargamento esponenziale di questo pantheon nazionale e sovranazionale forse riflette la debolezza di altri riferimenti storico-politici. Ciò che qui però a me preme sottolineare è la fragilità di un approccio che anziché valorizzare la singolarità e specificità di ogni esperienza individuale, nella costruzione di un quadro appunto complesso e stratificato, riduce all’eccezionalità i processi storici, semplificando e banalizzando la realtà.

 

Claudio Vercelli: Ancora una volta una risposta tranciante ma obbligata. Non si è vittime se si è soggetti attivi del mutamento. La qual cosa implica il riportare il conflitto, e la sua mediazione, al centro delle nostre riflessioni e delle nostre stesse azioni. La società impolitica è quella dove il riconoscimento dell’esistenza di interessi contrapposti si accompagna alla logica dell’impotenza. Manca completamente la figura dell’oppresso e, con essa, quella della coalizione per la sua liberazione. Oppure sussiste ma dentro un contenitore mortifero, quello che associa redenzione sociale a martirio e annichilimento. Mi rendo conto di usare categorie polisemiche con una certa disinvoltura. Ma osservo, con grande preoccupazione, a quanto avviene nel Mediterraneo, non solo meridionale, e mi accorgo che la rappresentanza del disagio è consegnata ai movimenti identitaristi, che hanno una forte carica distruttiva. Il conflitto non è l’inverso dell’ordine sociale, semmai concorre a rigenerarlo. Ma oggi ci troviamo dinanzi a una logica del disordine permanente che è funzionale alla disarticolazione delle strutture della negoziazione. Di ciò c’è chi ne beneficia molto. Il resto della popolazione, tuttavia, paga pegno in termini di un potente declassamento.

 

Carlo Greppi: In questi anni si è parlato di “concorrenza memoriale”, di una Repubblica (la nostra) “del dolore”, di “critica della vittima” e di “rapporto proprietario” con il passato. Chi è stato vittima di una fase della nostra storia (o i suoi congiunti) ne è il primo detentore? Perché una parte consistente del nostro mondo (anche tra gli addetti ai lavori) investe le vittime di un'aura sacerdotale? Tu parli dei pericoli delle “santificazioni”, e se procediamo per cerchi concentrici arriviamo a un'immagine che Valentina Pisanty – permettimi di citarla ancora – costruisce intorno ai vertici di un triangolo davvero letale: “i negazionisti traggono una legittimazione spuria dalla condanna delle letture sacralizzanti e banalizzanti di un evento che per loro non è mai avvenuto; i banalizzatori si avvantaggiano dell'attenzione ossessiva che i sacralizzatori e i negatori dirigono sulla Shoah per promuovere i propri interessi ideologici e/o commerciali; il tentativo sacralizzante di proteggere (per mezzo di tabù e interdizioni) la memoria della Shoah dagli abusi dei negazionisti e dei banalizzatori finisce per alimentare entrambi i fenomeni”. Se parliamo di politiche della memoria e dei relativi attori in campo – indipendentemente dalle ragioni di ciascuno – siamo in pieno “uso pubblico”, e in un giorno come questo io inviterei a diffidare della memoria sbandierata con la maiuscola, di quella proprietaria e di quella rivendicativa.

 

Poco fa, con il titolo Il presente come storia, sono stati pubblicati postumi alcuni scritti di un grande osservatore e un eccezionale “sismografo” del nostro tempo – scomparso l'anno scorso –, Luca Rastello, che nelle sue ultime apparizioni si scagliava spesso contro l'attribuzione di un valore aprioristico alla legalità (“se la legalità è un valore assoluto, indipendentemente dal contesto in cui viene invocata, Eichmann ha ragione e Sandro Pertini e Giovanni Pesce sono terroristi. Non c'è via di mezzo”) e alla memoria, a proposito della quale diceva, riferendosi a tradizioni più o meno inventate e alle comunità più o meno immaginate: «Tutti i nazionalismi sterminatori dell'ultimo secolo hanno avuto la memoria come propria bandiera. Vogliamo parlare del passato barbarico e glorioso della Germania? O di quello sconfitto e nobile dei serbi? Del passato universale del califfato musulmano? O di quello imperiale e panslavista russo? Nel nome di queste 'memorie', nell'ultimo secolo si è sparso sangue a fiumi […] La memoria è preziosissima, fondamentale, a condizione che sia sussunta nella fatica della storia, la fatica cioè di mettere molte interpretazioni, molte 'memorie', su un tavolo – come ha fatto, ad esempio, Nelson Mandela – e di negoziare tra interpretazioni diverse, accettando anche di arrivare a un accordo artificiale, perché l'obiettivo, per certi versi impossibile, è di capire il passato. Il culto feticistico della memoria rivela i suoi piedi di argilla non appena se ne rovesci l'assunto di base. Non è vero che il passato si ripete se non lo si ricorda. È vero purtroppo che il passato si ripete se non lo si capisce».

 

A Claudio Vercelli: oltre al recente Il dominio del terrore, tra i tuoi lavori figura uno studio sul negazionismo, ora ripubblicato. In un libro di cui sei co-curatore, Pop Shoah? (Il Melangolo 2016), che raccoglie gli interventi di un convegno al centro dell'analisi c'è la cultura pop, che “metabolizza ogni contenuto, riproducendolo all’infinito ma anche svuotandolo di significato”. Come si può contrastare il negazionismo e qual è il “buon uso” possibile dell'immaginario creato intorno ad Auschwitz?

 

Il negazionismo è una forma di contro-fattualità attiva e seducente. Al centro del suo dire non c’è un vuoto bensì un pieno: Auschwitz esiste come menzogna totale. Il negazionismo, quindi, si presenta come disvelamento, come rivelazione sulla “più colossale bugia del Novecento”, quella ordina dagli ebrei che, ribaltando il proprio ruolo di carnefici, si presentano, invece, come vittime totali, insindacabili. Il negazionismo si contrasta con il pluralismo. Fin troppo banale – qualcuno obietterà – una risposta di tal genere. E tuttavia il negazionismo è anche una variante del fondamentalismo identitario che attraversa e coagula le micro-comunità che si vanno sostituendo alle società. Registra l’angoscia per la differenziazione, la paura di perdere il controllo di sé, il bisogno di ristabilire confini così come di imputare agli eventi non una ragione ma dei colpevoli. Credo che la metabolizzazione popular di Auschwitz sia per più aspetti un fatto inevitabile. Il punto diventa allora questo: fino a quanto continueremo a consideralo metonimia assoluta del male? Ovvero, come saremo capaci di non ossificarci in uno sguardo ossessivo e, al medesimo tempo, vuoto? Poiché è solo nel passo in avanti, rispettoso di quelli trascorsi, che si trova la risposta alla sofferenza che si fa insofferenza. Un esempio di buon uso pop dell’immaginario? Il fumetto e il graphic novel.

 

A Carlo Greppi: il tema della “zona grigia” è uno dei perni della tua ricerca storiografica, mentre hai recentemente pubblicato un libro, un romanzo vero e proprio, che ruota intorno a un viaggio di memoria: il libro ha come protagonisti adolescenti, si rivolge in particolare agli adolescenti, è molto attento al cortocircuito tra la dimensione delle loro vite rispetto a quel buco nero di emotività che significa confrontarsi con la deportazione e il sistema di concentrazione/sterminio: in che modo, una generazione che pensa già di sapere tutto o di poterlo fare facilmente in pochi links ed è in molti casi prevenuta verso gli aspetti pedagogici della storia, di questa storia, può essere raggiunta?

 

In tutta sincerità, non credo che esistano delle formule per lavorare con i ragazzi. Non si contano i validi e valorosi insegnanti, operatori culturali, educatori, e le realtà associative che con passione e onestà intellettuale si “occupano” di loro e della nostra memoria pubblica. Sono però convinto che il concetto di “profezia che si autoavvera” sia particolarmente calzante quando si parla delle “nuove generazioni”: chi non ne vede il valore e le potenzialità dovrebbe lasciare ad altri la responsabilità della loro formazione, perché ho paura che le potenzialità negate siano quelle che con maggior probabilità non emergeranno. Troppo spesso si sentono invettive contro le “nuove generazioni”, come se fossero le vittime sacrificali di un tempo che ha perso una serie di bussole. È vero che il presente corre in fretta e che oggi il mondo (e la “verità”) sembra a portata di polpastrello, ed è anche vero – come dicevo prima – che a tratti vediamo schermaglie generazionali anche sull'asse Giorno-della-memoria-e-dintorni. Ma in questi anni ho avuto la fortuna di confrontarmi – in maniera più o meno ravvicinata – con decine di migliaia di ragazzi nati negli anni Novanta e li ho trovati semplicemente fantastici. Non di rado criptici, a tratti persino arroganti, spesso generosissimi, a volte sfuggenti e inafferrabili. Adolescenti, semplicemente, come siamo stati (e un po' saremo per sempre) tutti. Nel libro che è appena uscito per Feltrinelli, Non restare indietro, attraverso un racconto finzionale ma incardinato nella mia esperienza ho provato a sprofondare in alcune di queste vite, nelle loro emozioni travolgenti e nella loro voglia imperativa di realtà.

 

Ecco, l'inestricabile intreccio tra storia e memoria secondo me è soprattutto questo: un'immersione totale nella realtà di cui stiamo parlando. Una realtà che è complessa – grigia, appunto – che non nasconde quasi mai “verità” ma molto spesso incertezze, oscillazioni, nuove domande. Per quanto riguarda l'esperienza mia e nostra – con i compagni di viaggio dell'associazione Deina –, ogni volta che con i ragazzi ho e abbiamo affrontato i dilemmi più radicali della storia, a partire da quello della “zona grigia”, ho trovato solo curiosità, emozioni, genuino interesse per l'uomo nel tempo, voglia di capire la storia e di poterla usare come lente graduata per il nostro presente. Naturalmente questo è “uso privato della storia”, ma credo che sia un uso tutto sommato positivo, no?

 

 

A Bruno Maida: Oltre a storia e memoria il tuo lavoro ha messo l'infanzia e la minorità al centro dell'indagine storiografica; recentemente hai curato una raccolta di saggi che sono anche una prima riflessione sui viaggi di memoria organizzati in Italia. In particolare, ci sono tempi e modi più idonei per insegnare la Shoah?

 

Ho scritto che vorrei che i miei figli andassero su un Treno della Memoria perché capirebbero che per vedere bisogna prima sapere, ma che viaggiare e andare a vedere trasforma a sua volta la conoscenza, la dilata, la innerva nella propria esistenza, la trasforma in una responsabilità. E ho scritto che se andranno sono sicuro che torneranno diversi e forse con delle domande. Alcune potranno essere storiche, e sarò probabilmente in grado di aiutarli. Altre – quelle davvero importanti – si radicheranno nel presente e saranno in grado di affrontarle solo se li avrò aiutati prima del viaggio, se sarò riuscito a dotarli di spirito critico, di libertà e autonomia di pensiero, di umanità nello sguardo e nel giudizio. Affrontarle e non necessariamente rispondere. Ed è tutto – enormemente – qui: perché non si tratta di insegnare la Shoah, ma si tratta di insegnare la storia, il suo metodo, le sue parole e il suo bisogno di narrazione, di racconto intorno al fuoco, quello dove gli individui, i gruppi, le comunità trovano le ragioni (almeno alcune ragioni) per stare insieme e per difendere, rinnovandoli, i valori fondanti.

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26 Gennaio 2016