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La ruspa indiana

La democrazia più grande del mondo vista da una ruspa

La storia è semplice, quasi banale. Come tutte le storie complicate.
Siamo all’inizio dell’ottobre 2013, e ci troviamo in un villaggio di medie dimensioni – che chiameremo Ramkheri – di uno Stato dell’India centrale: il Madhya Pradesh (MP). Di mattino presto, una telefonata avverte il Dipartimento Forestale che qualcuno sta scavando con la ruspa su terreno protetto. Poco tempo dopo, una squadra della forestale si reca sul posto e confisca il mezzo, del valore di circa 30.000 euro, cifra assai ragguardevole nell’India rurale. Il proprietario – che chiameremo Nyaju Kha – l’aveva acquistata da poco e stava ancora pagando le rate. Nyaju è membro della comunità musulmana di Ramkheri che, dall’Indipendenza ad oggi, è divenuta la più numerosa del villaggio e che da sola rappresenta più di un quarto dei voti totali.

 

Il 10 dicembre 2013, due giorni esatti dopo l’uscita dei risultati elettorali per le elezioni statali tenutesi il 25 novembre, vinte dal Partito Popolare (Bharatiya Janata Party, BJP), partito nazionalista Hindu, la ruspa viene restituita al suo proprietario contro il pagamento di una multa di sole 10.000 rupie, circa 130 euro. Un avvenimento che, a detta dei suoi protagonisti, ha del miracoloso.

 

Ciò che è avvenuto tra i due estremi temporali di questa banale vicenda – il sequestro e la restituzione della ruspa – può dirci molto su come funziona quella che spesso viene definita la più grande democrazia del mondo e su quello che vi sta avvenendo in termini di ridefinizione delle basi elettorali storiche dei due principali partiti, il Congress e il BJP.

 



La politica indiana vista dall’alto

Occorre partire da un riassunto, al limite del telegrafico, della politica indiana del dopoguerra per poter capire quanto la ruspa di Ramkheri sia al centro di processi attuali di portata storica.

 

Dopo l’Indipendenza, avvenuta nel 1947, l’Indian National Congress (Congress), che ha guidato la lotta anticoloniale Indiana, ha governato il paese ininterrottamente per quasi trent’anni. Prima Jawaharlal Nehru, quindi la figlia Indira Gandhi, hanno gestito lo sviluppo Indiano del dopoguerra secondo un modello di tipo socialista. Dopo una prima crisi negli anni settanta, si sono affacciati nel campo della politica indiana nuovi partiti, di cui il BJP è emerso come il principale avversario del Congress. Di stampo nazionalista, e portatore di ciò che viene definita Hindutva, ovvero un discorso identitario Hindu, il BJP si è fatto espressione di istanze anti-musulmane sfociate prima nella distruzione della moschea Babri di Ayodhya nel 1992 ad opera di alcuni gruppi estremisti Hindu, quindi nei pogrom antimusulmani del Gujarat nel 2002.

 

Molti studiosi e osservatori internazionali considerano questi ultimi come un vero proprio tentativo di pulizia etnica, avvenuto con la collusione di parte della classe politica locale del BJP e il sostegno delle forze dell’ordine. Sebbene la commissione d’inchiesta della Corte Suprema Indiana abbia scagionato Narendra Modi, l’allora (e attuale) primo ministro del Gujarat, da responsabilità personali, molti ritengono che una sua regia della tragedia non sia da escludere.

 

Da questo breve riassunto è facile intuire come, in termini di basi elettorali, i Musulmani in India (circa il 15% della popolazione totale) siano sempre stati fedeli al Congress e alle sue posizioni laiche, rifuggendo da ogni possibile alleanza con il BJP e la costellazione di gruppi radicali di impronta religiosa, e spesso violenta, conosciuta come Sangh Parivar (Famiglia di Associazioni).

 

Nelle ultime elezioni, tenutesi nell’autunno 2013 in 6 stati della Confederazione Indiana, tuttavia, qualcosa è cambiato. Narendra Modi, il più probabile candidato del BJP al posto di Primo Ministro nelle elezioni della prossima primavera per il Governo dell’India, ha iniziato un processo di distacco dai gruppi della Sangh Parivar, impostando la campagna elettorale del suo partito sul rilancio economico e il “modello Gujarat”, da lui creato in più di 10 anni di governo di quello stato. Messo da parte il discorso sull’Hindutva, insomma, Modi sta cercando di ampliare la propria base elettorale proponendo politiche incentrate su promesse di sviluppo e benessere, piuttosto che di difesa di una presunta identità Hindu.

 

E… sembra stia riuscendo nell’impresa. In Rajasthan, stato governato dal Congress, il BJP ha ottenuto una maggioranza assoluta, facendo quasi scomparire il partito avversario, e conquistando soprattutto i voti di buona parte dei musulmani. In Madhya Pradesh, stato già governato dal BJP, sebbene non ci siano state dichiarazioni ufficiali di voto dei musulmani per il partito di Modi, questo ha vinto aumentando la propria maggioranza in parlamento e ottenendo, per la prima volta, il voto di molti di loro. Ma come è possibile che un partito che, fino a poco tempo fa, prometteva, almeno nei suoi discorsi locali, l’espulsione dei musulmani dall’India, sia riuscito ad ottenere il voto di quegli stessi cittadini che erano il suo bersaglio politico quotidiano? La ruspa di Ramkheri può aiutarci a capire.

Di candidati e Dei

La prima cosa che Nyaju Kha ha fatto dopo il sequestro della ruspa è stata quella di recarsi a cercare aiuto da due anziani membri della casta che al momento detiene il potere a Ramkheri, se non a livello formale, sicuramente nella gestione pratica della vita politica del villaggio. I due anziani, una vita da pendolari a lavorare in città, una pensione onorevole, e alcuni contatti con funzionari statali di medio livello da giocarsi, hanno promesso di fare il possibile per fargli riavere la ruspa. E subito, ad un lettore attento, verrà da porsi alcune domande. Ad esempio: “In che modo due anziani pensionati potrebbero far riavere al suo proprietario una ruspa sequestrata, in flagranza di reato, da un dipartimento statale?”. Si pone da subito quindi, per chi immagina la democrazia e lo stato di diritto secondo le loro proiezioni ideali, un problema procedurale.

 

Per scioglierlo c’è bisogno di un piccolo sforzo di immaginazione e pensare allo Stato come ad un’entità, mettiamo una torta, costituita da quattro principali fette: i politici, i burocrati, le forze dell’ordine e il sistema giudiziario. Ora, immaginate che le ultime tre fette siano profondamente indigeste per il cosiddetto uomo comune, nel senso che in media quando si è costretti ad aver a che fare con loro, i tempi e le spese per ottenere ciò di cui si avrebbe diritto o si ha bisogno lievitano oltremodo. Quindi, per poter digerire queste fette, bisogna ricorrere alla prima, i politici, il cui compito principale è proprio quello di mediare con le altre per “far ottenere” ad un terzo o un diritto, o un favore (più spesso il favore di un diritto).

 

Se si chiede in giro agli abitanti di Ramkheri perché votino l’uno o l’altro politico, la risposta che si ottiene il 90% delle volte è: “perché fa (fare) il nostro lavoro”. Ma – e qui la faccenda si complica – chi sono i politici? In realtà, la definizione di politico è alquanto ampia, dal momento che si può riferire a coloro che detengono una posizione ufficiale, a quelli che l’hanno detenuta, fino a chi, in quanto in contatto con queste persone per vari motivi e in differenti modi – e quindi in grado di mediare nella “catena del far fare” – viene considerato a sua volta una sorta di politico. I nostri due pensionati appartenevano proprio a quest’ultimo gruppo ma, per un lavoro come questo, qualche contatto non è certo abbastanza.

 

Così, per la prima volta nella storia di Ramkheri, un musulmano è andato a cercare aiuto presso coloro che del discorso anti-musulmano in India hanno fatto, fino ad oggi, una bandiera: gli uomini legati al BJP. In vista delle elezioni, e del nuovo trend nazionale che ha visto molti voti di musulmani spostarsi verso il loro partito, gli uomini del BJP hanno fatto della “questione della ruspa” la principale arma elettorale non solo a Ramkheri, ma anche nei villaggi circostanti. Nyaju, infatti, oltre a essere membro di una famiglia numerosissima, è anche rinomato per essere un uomo pio a 360 gradi. Ogni volta che c’è da fare un qualche lavoro “sacro”, come la costruzione di un tempio, un altare, una moschea, egli mette a disposizione la sua ruspa al solo costo del gasolio consumato. Amato per questo da hindu e musulmani di almeno cinque villaggi, la risoluzione del suo caso sposterebbe centinaia di voti. Non solo come riconoscenza per l’atto, si badi bene, ma anche per l’ammirazione della capacità del candidato (parlamentare uscente) di far ottenere qualcosa che, a detta di molti, è quasi impossibile.

 

E infatti, parlando del suo caso, Nyaju afferma che il Dipartimento Forestale (DF) è il più terribile tra quelli che compongono la galassia della burocrazia indiana. Famoso per non restituire mai quello che sequestra, se non a costi elevatissimi e spesso solo dopo lunghi ed estenuanti iter giudiziari, il DF è il terrore di molti. Solo chi, come l’attuale candidato e parlamentare uscente del BJP, ha già una stabile e potente rete di controllo all’interno della burocrazia locale può riuscire nell’impresa, comunque disperata. Nyaju, dal canto suo, può promettere in cambio un buon pacchetto di voti, che si aggira attorno ai 100 su un totale di 1900 elettori.

 

Nel frattempo, per non lasciare nulla d’intentato, Nyaju si è recato da uno dei medium del villaggio, posseduto dalla dea Kali e dal dio Dev Maharaj. E qui, di nuovo, un lettore attento potrebbe sbottare: “Ma come, un musulmano che prega divinità Hindu?”. In effetti, sebbene la questione Hindu-Musulmani in India sia spesso presentata come lo scontro di due modelli religiosi e culturali agli antipodi, soprattutto nel discorso del radicalismo politico Hindu, a livello locale la situazione è molto più sincretica di come di solito si immagini. Comunque, il dio, probabilmente non schierato politicamente, una volta entrato nel corpo del suo medium, ha garantito la risoluzione del caso, indicando anche la data del rilascio del mezzo: il 9 dicembre, giorno successivo all’uscita dei risultati elettorali.

La tensione, negli ultimi giorni della campagna, è palpabile. Si susseguono notizie sul rilascio della ruspa, sempre smentite, e di villaggio in villaggio si segue la questione con l’attenzione di solito rivolta ai più importanti match di cricket. I responsabili locali del Congress sono tranquilli: quello della ruspa è un lavoro impossibile, anche per i più abili e potenti politici e, mettiamo che per miracolo andasse in porto, un musulmano non voterà mai BJP: lo può dire, anche giurare, ma non lo farà mai.
Si arriva all’ultima notte prima delle elezioni, la “kaatal ki raat”, la notte degli omicidi, in cui i due partiti offrono da bere a chiunque per garantirsi il voto con un’ultima sbronza, e quando uscire di casa è un pericolo che pochi astemi sono disposti a correre.

 

Quindi il voto.
È il 25 Novembre 2013.
L’8 dicembre escono i risultati. Il candidato del BJP vince le elezioni con un buon distacco. Per la prima volta in 20 anni il BJP vince a Ramkheri. Secondo calcoli fatti sia dal Congress che dal BJP, almeno 200 musulmani questa volta, e per la prima volta, hanno votato per il partito di Narendra Modi. Circa il 35% del totale.
Il 9 Dicembre si aspetta la ruspa, che non arriva per l’assenza di un funzionario che avrebbe dovuto firmare il rilascio.

 

Nyaju si reca dal dio che lo rassicura: “Non ti preoccupare, arriverà domani”.
Il 10, mentre cammino per le strade di Ramkheri, sento urla e clacson provenire dall’autostrada che taglia in due il villaggio. La ruspa è arrivata. Anche i responsabili locali del BJP non possono crederci: il candidato, ormai parlamentare, è riuscito in ciò che sembrava impossibile. Il dio aveva ragione.
Una ruspa ha cambiato la storia politica dell’India.

Al di qua del bene e del male

Per chi, come me, ha vissuto quasi un anno e mezzo a Ramkheri, ed è ormai abituato a ragionare in termini locali, di famiglie, comunità, conoscenza dei volti e delle storie di tutti e ciascuno, pettegolezzi, voci fatte circolare nel bazar, segreti dichiarati in pubblico e verità nascoste nel dirle, il caso della ruspa è solo il virtuosismo di un’arte che quasi tutti conoscono e praticano. Quest’arte si chiama politica (netagiri o rajniti) e coinvolge, in modi e gradi differenti, tutto il corpo sociale. È una passione per alcuni, un lavoro per altri, il guadagno di una bevuta o una delle forme della loro subalternità per altri ancora, ma nessuno può davvero rimanerne fuori, evitare di parlarne, ignorarla. Perché quest’arte è anche l’arte del sopravvivere quotidiano, della creazione stessa delle possibilità di ottenere ciò di cui si ha bisogno o di far fronte alle emergenze (di salute, economiche, legali).

 

La politica qui, in un certo senso e contro l’opinione di molti esperti, è davvero il modo in cui quotidianamente si gestisce la polis e le sue necessità. Certo, la polis di cui parliamo è satura di ineguaglianze, dipendenze, ingiustizie e soprusi. Anche se, a dire il vero, in misura minore della mitologica polis ateniese dalla cui politica gran parte degli abitanti rimaneva esclusa. E probabilmente non molto più delle nostre polis occidentali, dove il mito di Atene o della rivoluzione francese nascondono ben altre realtà e ineguaglianze sociali.

 

Insomma, la democrazia, che ci piaccia o no, funziona anche così. Anzi, probabilmente funziona proprio così.

Del resto, non sembra di essere in presenza di meccanismi totalmente altri da quelli in parte in atto anche in altre democrazie, come si suol dire, “mature”, come il consenso dato a “chi può fare il nostro lavoro” (ovvero chi può garantire meno tasse, più diritti, condoni, un occhio chiuso sulle tante irregolarità che vengono commesse ad ogni livello), o per motivi di pura appartenenza regionale, o di famiglia o religiosa. Da questo punto di vista, la storia di una ruspa in un piccolo villaggio indiano può dirci molto sul funzionamento della politica e della democrazia più in generale, anche altrove, anche da noi.

 

In modo spesso totalmente ingenuo, vale a dire sincero e senza malizia, le persone a Ramkheri dicono apertamente e spudoratamente ciò che da noi sembrerebbe un’ammissione di colpa. E della colpa civile più grave, ovvero quella di non vivere la politica come la pratica del bene di tutti e di ciascuno, ma come il campo di un gioco più particolare e meschino: quello del proprio interesse (sia esso individuale o corporato) e di un tornaconto specifico e ben calcolato. Ma non è forse un’illusione ovunque quella di una democrazia che sia realmente sostanziale oltre che formale? O di molteplici interessi individuali la cui somma, secondo un oscuro principio di aritmetica trascendentale, darebbe come risultato il bene di tutti?

 

Quindi, un musulmano che vota per un partito che fino a pochi mesi prima prometteva l’espulsione dei musulmani dall’India, e trascina con sé la sua famiglia e decine di altri come lui, non sta che mettendo in pratica uno dei dettami della democrazia: se non puoi sconfiggerli, negozia con loro. Dopo anni di governo del BJP in MP, per molti elettori del Congress è divenuto proibitivo ottenere ciò di cui hanno bisogno in termini di permessi, favori, servizi. L’abbandono di un discorso esplicitamente religioso e comunitario da parte del BJP ha immediatamente rimesso in moto nuove strategie di allineamento e affiliazione. La ruspa, quindi, non è stata che il banco di prova locale di queste nuove aperture politiche virtuali: un esame per il candidato e una sorta di dramma collettivo in cui la comunità rappresentava le nuove possibili forme di se stessa e nuovi potenziali meccanismi di funzionamento.

 

Ma c’è anche un altro livello, eticamente meno digeribile per il lettore democratico. Questo dispositivo politico è imbevuto di ciò che viene considerato, in termini ufficiali, come vera e propria corruzione (vedi, ad esempio, la definizione di Transparency International di corruzione come “abuso di un potere elettivo a fini privati”). La mediazione del politico, infatti, quando non serve ad attivare processi che una burocrazia allo stesso tempo zoppa e avida frena (ad es. ottenere un certificato, la pensione, un rimborso, il passaporto) non fa che innescare un processo di aggiramento della legge, attraverso cui sia il burocrate, che il cittadino, che lui stesso, guadagnano qualcosa (in termini economici, di prestigio o di voti) a spese dello stato. In un certo senso, e paradossalmente, in un mondo strutturalmente corrotto la corruzione del politico è vista dal cittadino come un modo per ottenere giustizia.

 

Questo modello, considerato da molti osservatori, ed anche da nuovi movimenti della società civile indiana, come una perversione di ciò che dovrebbe essere una vera democrazia, inizia a essere analizzato da alcuni studiosi con maggiore attenzione. Non come l’effetto di una distorsione o di pratiche pre-moderne di politica su un oggetto nuovo e luccicante, ma come una forma politica in sé, vitale e con le proprie regole. Ciò, vale la pena affermarlo, non mira a scusare eticamente determinate pratiche, quanto piuttosto a dare ragione del perché esse non solo producano un sistema che si regge in piedi, ma anche una passione politica e una partecipazione democratica e elettorale tra le più alte al mondo.

 

Anzi, è proprio partendo dalla constatazione che la democrazia non è che un meccanismo, il cui funzionamento effettivo dipende sia da come lo si utilizza che dai contenuti che gli si impongono, che si può sviluppare una critica reale ed efficace anche della politica globale attuale. In questo senso, la ruspa di Ramkheri apre lo spazio per una critica generale della democrazia in quanto pratica politica del quotidiano.

 

A Ramkheri la politica è la vita, è il discorso che fa da bordone quotidiano alle attività che permettono alle persone di sopravvivere, arricchire, guarire, ottenere giustizia, salvarsi dalla galera. Produce dipendenza e ineguaglianza allo stesso tempo in cui libera e dispensa diritti. È ambigua, corrotta, sporca, complicata, violenta. È ideale, partecipata, leale, passionale. È questa democrazia? Io non posso che rispondere di sì, altri penseranno diversamente. Probabilmente, per usare un eufemismo, non è la migliore democrazia possibile.

 

Ma la vera domanda, quella che la ruspa di Ramkheri vergognosamente sussurra nelle orecchie di chi ascolta, è un’altra. “La democrazia è giusta in sé? O è solo uno strumento al di qua del bene e del male?”

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Fotografie di Daniela Neri