L'ospite pericoloso

Un filo conduttore collega la “Bossi-Fini” a “Per la pace perpetua” di Immanuel Kant. Più che le affinità elettive tra gli autori, è il tema affrontato ad accomunare: come disciplinare l’ospitalità in modo da proteggere sia colui che ospita che l’ospitato.

La soluzione, per il filosofo, è quella di preservare il libero movimento e la sicurezza dei viaggiatori senza però dare loro la possibilità di stabilirsi permanentemente in nessun paese. Con la “Bossi-Fini”, il problema si "risolve" limitando l’accesso alle sole persone che dimostrino di avere un lavoro ”garantito”. Gli altri, i clandestini, dovrebbero essere rispediti indietro e lasciati al loro destino. Questo non solo proteggerebbe gli italiani da ospiti “indesiderati” ma anche questi ultimi, scoraggiandone, di fatto, l’arrivo. L’ecatombe cui assistiamo quotidianamente nei nostri mari fa sorgere qualche perplessità al riguardo.

 

Campo rifuciati palestinesi, Ph. Jihan Nijem

 

Comunque, quello che emerge chiaramente da questi approcci ovviamente diversi tra loro è la volontà di premunirsi contro le insidie dell’ospitalità.

L’ospitalità si situa tra controllo e rinuncia. Scrive Pitt-Rivers che chi ospita può farlo solo nel territorio su cui afferma la propria sovranità. Accogliere però ci rende vulnerabili, espone chi ospita al pericolo di essere esautorato della propria autorità sul suo stesso dominio.

L’idea di ospitalità come una cessazione pericolosa, seppur controllata, di sovranità trova un riscontro significativo nel modo in cui è intesa in Giordania. Il concetto stesso di karam (ospitalità) si colloca all’interno di più ampie logiche di potere. La sua preminenza è evidente nel ruolo che ha giocato per consolidare l’autorità degli hashemiti (la famiglia regnante giordana). Presentandosi come i patriarchi della “grande famiglia giordana”, la stirpe regnante ha legittimato il controllo sul territorio e celato il fatto che originariamente gli ospiti erano loro, essendo originari del Hegiaz in Arabia Saudita.

Il termine “ospite” (al-dayf) nella sua accezione di “ospitato” è anche adottato nella retorica nazionalista degli “indigeni” giordani per descrivere la posizione dei rifugiati palestinesi. La condizione di questi ultimi, infatti, è a dir poco ambigua. I primi rifugiati palestinesi arrivarono in Giordania a seguito della guerra arabo-israeliana del 1948 e in breve saranno loro garantiti pieni diritti di cittadinanza. Oggi, dopo sessanta anni di esilio, molti di loro si trovano difronte al dilemma: come sentirsi giordani senza rinunciare alla loro identità palestinese?

 

Campo di rifugiati siriano


A complicare le cose ci sono i campi dei rifugiati palestinesi: apparentemente spazi umanitari messi temporaneamente a disposizione dei rifugiati fintanto che una soluzione politica non sia trovata, oggi molti campi sono diventati fiorenti centri urbani fisicamente ed economicamente integrati con i quartieri circostanti. La composizione etnica di questi spazi introduce un ulteriore elemento di ambiguità. In seguito allo sviluppo economico della Giordania e alla stabilità politica negli ultimi anni, diverse comunità oggi risiedono nel paese. Incapaci di far fronte al crescente costo della vita e ai requisiti rigorosi necessari per il permesso di soggiorno, rifugiati iracheni e siriani, migranti egiziani e lavoratori di diversi paesi arabi hanno preso residenza e trovato un posto di lavoro all'interno dei campi o nelle loro immediate vicinanze.

La vita quotidiana nei campi fornisce ai rifugiati palestinesi diverse opportunità d’interagire con questi “stranieri”, incontri che vanno oltre le semplici relazioni di lavoro. Questi ultimi non sono sottoposti ma amici, compagni di lavoro o semplicemente individui con una storia personale e uno stile di vita che condividono con il resto della comunità dei rifugiati.

Certo, la convivenza non è senza problemi; anche i palestinesi devono affrontare le insidie legate all’ospitalità. Per un impiegato di un piccolo ed elegante negozio di abbigliamento di un campo, “i migranti sono come gli scarafaggi che invadono le nostre case (byut)”. Secondo un altro, invece, gli immigrati hanno indebolito il senso di solidarietà dei palestinesi mescolandosi con gli abitanti del campo: “Prima non c'erano tutti questi egiziani, zingari, e iracheni qui attorno; ti sentivi a casa [nel campo]!”

Per quanto odiose possano essere queste rimostranze, quello che importa è il cambiamento che mettono in luce. Paradossalmente, infatti, i rifugiati oggi sostengono che il campo sia stato veramente casa loro solo nel momento della sua creazione e nei primi successivi decenni. Proiettare un ideale morale nel passato è normale, ma ciò che è interessante è che questa rappresentazione sembra trascurare che le prime generazioni di rifugiati si sono ferocemente opposte a ogni forma di miglioria strutturale che potesse compromettere la provvisorietà di questo spazio in quanto  la loro casa era la Palestina e non il campo. Non a caso, quelle che oggi sono “case” (byut), una volta erano chiamate “rifugi provvisori” (malja’).

 

Mansaf, piatto simbolo ospitalità in Giordania


Per ironia della sorte, dunque, i campi hanno incominciato a diventare il focolare domestico solo nel momento in cui un'idea di domesticità è stata messa in discussione dall’arrivo di altre comunità. Ciò ha due conseguenze significative: da una parte, nei rapporti quotidiani con i migranti, i rifugiati hanno confermato e valorizzato un’identità nazionale esclusiva, distinguendo se stessi come  palestinesi dalle altre comunità conviventi; dall’altra, l'arrivo di nuovi immigrati ha favorito l'integrazione dei rifugiati nel paese, permettendo loro di immaginare questi spazi e per estensione la Giordania come la loro casa.
 
Questa vicenda dimostra come l'ospitalità sia una cessazione di sovranità, più o meno temporanea, durante la quale sistemi e immaginari politici possono crollare e risorgere nell’incontro tra chi ospita e chi è ospitato. Le conseguenze di questo incontro innescano profonde trasformazioni, a volte positive perché, come nel caso dei rifugiati palestinesi in Giordania, facilitano transizioni necessarie. L’arrivo di nuove comunità nel campo, infatti, ha facilitato l’assimilazione dei rifugiati senza però privare loro della propria identità palestinese.

Se infine pensiamo alla Bossi-Fini è molto improbabile che lasciare annegare i migranti in mare rafforzi la sovranità italiana sul territorio, e tanto meno fermerà il loro afflusso. Al più può rivelare la debolezza del sistema politico e, al contempo, rinforzare sovranità parallele come quelle delle organizzazioni criminali e mafiose. Sarebbe invece interessante chiedersi se l’arrivo di nuove comunità in Italia al posto di minare un senso d’italianità potrebbe invece trasformarlo, favorendo lo sviluppo di una comune identità europea.

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