Il pozzo numero quattordici

“Lavorò in Italia, fuori d’Italia: in Argentina, in Francia, in Germania, nel Belgio”. Così scrive di sé Carlo Emilio Gadda, rievocando le fatiche “ingegneresche”, imposte dalle difficoltà finanziarie della famiglia (la sorella e la madre), a cui si aggiungevano le spese per l’odiosamata villa di Longone al Segrino, vera protagonista de La cognizione del dolore. Dubbia vocazione quella di ingegnere, forse in obbedienza alla volontà materna di imitare le felici carriere dei cugini. Ma negli Abbozzi autobiografici, il Gran Lombardo dirà che era “stato condotto a far l’ingegnere dalla ‘passione’ (è il caso di dirlo) di veder muratori a costruire e sterratori a tracciare canali e opere”. Ed eccolo iscritto, era il 1912, alla Sezione Ingegneria del Regio Istituto tecnico superiore (dal ’37 Regio Politecnico, “ul noster Pulitenik”), ma la frequenza è interrotta dalla partecipazione, come volontario, alla Grande Guerra. Le tragedie che lo travolgono (la morte del fratello, la disfatta di Caporetto e la prigionia in Germania) gli consentono di ottenere la laurea solo nel luglio del 1920: laurea in ingegneria idraulica con una tesi sulle “Turbine ad azione Pelton con due introduttori”, con un tirocinio nell’Istituzione Elettrotecnica Carlo Erba, fondata dall’omonimo industriale farmaceutico che era stato anche tra i fondatori della Edison.

 

Comincia per Gadda un pellegrinaggio, quasi ventennale, per esercitare la professione lontano da casa. Prima la Sardegna, per la società che gestisce i servizi elettrici in provincia di Cagliari, poi l’Argentina, un anno di doloroso esilio consolato dagli studi letterari, e la Città del Vaticano dove gestisce i servizi tecnici. Dal ’25 al ’40, con varie interruzioni, lavora per la Società Ammonia Casale: “Devo fare dell’ammoniaca, inondare l’Europa di ammoniaca”, scrive al cugino Gadda Conti. Ed eccolo nel villaggio lorenese di Carlingen, fra una popolazione in prevalenza tedesca, a realizzare e collaudare impianti per la produzione di ammoniaca, su brevetto italiano; è questa l’esperienza di lavoro rievocata nel racconto che qui presentiamo, “Il pozzo numero quattordici”. Apparso sulla “Gazzetta del Popolo” del ’34, il racconto sarà poi incluso ne Le meraviglie d’Italia del ’39 (nella Collezione della rivista fiorentina “Letteratura”, che aveva preso l’eredità di Solaria). Il volume raccoglieva altri scritti dedicati all’universo della tecnologia, pezzi giornalistici apparsi su quotidiani; “Un cantiere nelle solitudini” rievoca il montaggio di una centrale termoelettrica in Argentina, altri articoli sono frutto delle sue visite al mondo del lavoro, nel territorio abruzzese (“La funivia nella neve”, “Un romanzo giallo nella geologia”), fra le mondine della Lomellina, i cavatori di marmo a Carrara, o i minatori di carbone dell’Arsia in Istria. Appunti di viaggio ed insieme esaltazione delle conquiste del lavoro italico che, sorretto dall’audacia tecnologica, sembra promettere un radioso futuro autarchico alla nazione “rigenerata” (nella versione del ’64 de Le meraviglie d’Italia saranno espunti gli elogi rivolti all’alta saggezza e all’illuminato consiglio del Duce).  

 

All’attività di ingegnere il Gadda degli anni Trenta unisce anche quella di divulgazione tecnico-scientifica. Si tratta di scritti pubblicati soprattutto sul quotidiano milanese l’Ambrosiano, dedicati alla crisi della produzione idroelettrica, all’avvenire dei metalli leggeri, a questioni di chimica, idraulica, geologia, metallurgia (se ne può trovare una silloge in Azoto, Scheiwiller, 1986). Ma “l’ingegnere fantasia” non perderà occasione di collaborare alle iniziative in cui il mondo della tecnologia cerca di gettare ponti verso la cultura che si dice umanistica. In una lettera all’amico Bonaventura Tecchi, confidava di voler portare “qualche cosa della mentalità zotica del mestiere nella ragione degli specialisti e dei raffinati: ne verrà fuori un ‘pasticcio’ curioso come soggetto strano, come giraffa e canguro del vostro bel giardino”.

 

Suoi scritti compaiono negli anni Cinquanta su Civiltà delle Macchine, all’epoca diretta dal poeta-matematico Leonardo Sinisgalli. E altri testi escono su Il Gatto selvatico, la rivista aziendale dell’Eni, ideata e curata a metà degli anni Cinquanta dal poeta parmense Attilio Bertolucci, per volontà di Enrico Mattei. Era stato lo stesso Bertolucci a suggerire “wildcat” per il nome della rivista: il termine era riferito ai perforatori, ai ricercatori di petrolio, wildcatters, «persone avventurose, qualche volta anche un po’ avventurieri». Collaborano alla rivista firme prestigiose, Giorgio Caproni e Alfonso Gatto, Carlo Cassola e Leonardo Sciascia, Raffaele La Capria ed Enzo Siciliano, Giuseppe Dessì e Natalia Ginzburg (un cofanetto Eni ne ha raccolti di recente una decina). Gadda vi pubblica “Il pozzo numero quattordici”, il racconto “Una fornitura importante”, e poi nell’ottobre del ’59 la sua famosa ricetta del risotto alla milanese (poi in Verso la Certosa con il titolo “Risotto patrio: recipe”). Calvino ricordava che “la storia della nostra narrativa passa anche attraverso le carte dei cronisti e dei viaggiatori, le epistole, le ambascerie, gli exempla dei predicatori e ogni altro esempio di scrittura pratica […]. La vera prosa italiana del nostro secolo è quella di quando Gadda spiega il risotto o la chirurgia o il cemento armato”.

 

Mario Porro

 

Carlo Emilio Gadda

 

Erano circa le dieci nello scialbo grigiore dell’inverno, dopo una seconda notte di treno, dopo fuggenti abetaie. Salii i pochi gradini del ballatoio che prendeva il viandante addirittura di strada. Sospinsi, vincendo quel disagio che m’aveva trattenuto per un attimo, il battente a vetri: entrai nel Restaurant de la Mine. Non c’era altro da fare.

Nessuno! Al venire dalla stazione percorrendo quella medesima strada, più ampia d’un viale. Davanti alle case ermetiche le concimaie quadrate, ricolme di uno strabocchevole e dovizioso letame cavallino: quasi per mostra di un’agreste opulenza, per testimonio di legittimati possessi. Caldi fumi ne vaporavano dentro il gennaio, esalando un vaticinio di primavera. Fugavano gli spettri delle ipoteche con il loro silente incantesimo.

Adesso ero lì, fra i tavolini e le seggiole. Un odore di birra irrancidita e qualche moribonda mosca mi accolsero. Di là si sentiva giocare a carte in tedesco con irosi commenti, un po’ come i nostri briscoloni da noi. Certi ach! E certe manate sulla tavola…

Apparve una discreta ragazza che venne chiamata Marguerite da un’altra subito dopo ed ella chiamò questa col nome di Marie: poi una Johana in ciabatte, polacca, scarmigliata e discinta, con una scopa tedesca e un secchio d’acqua lurida, e tutto uno strascico di strofinacci marci che uscivan dal secchio, imbibiti di quella broda.

Spiegai in poche parole che ero il tal dei tali e desideravo un caffelatte: poi, di salire nella mia camera.

Allora disparvero tutte, come anche il secchio e la scopa, e chiamarono la padrona. Questa arrivò dopo circa mezz’ora, contemporaneamente al caffelatte di Marguerite.

Era enorme: si moveva con difficoltà sopra le due gambe arcuate, dimenando delle anche spettacolose da donna-fenomeno. Mi porse molto gentilmente la mano, il suo tratto era fine, la parola elegante, provenutale dalla sicurezza espressiva di un popolare: “Bonjour, m’sieur Gadà, puisque c’est vous m’sieur Gadà je suppose… Votre chambre est presque terminée… Si nous aurions su d’avance”.

Il mio cognome francesizzato svolazzò per tutta la locanda, ridiscese con la preghiera di voler pazientare altri cinque minuti. “C’est la polonnaise… qui aura presque terminé… Elle a un très-mauvais caractère… Mais comme elle travaille… vous savez…”.

Poi finalmente mi accompagnarono di sopra. Nel corridoio semibuio c’era un lunghissimo attaccapanni con appesi dei pantaloni, dei berretti da ciclista, alcune vestaglie. L’odore di un ragù settentrionale combatteva a stento contro quello vittorioso della latrina. Affianco l’uscio della mia camera, la scopa ed il secchio della Johana con la dotazione degli strofinacci al completo. Delle lenzuola in mucchio, al suolo, evidentemente quelle del mio predecessore. E poi due calzette di lana grigia, da uomo, accoccolate contro la parete una dietro l’altra. Sembravano due animalucci domestici, intimiditi davanti l’ospite di qualità: per fargli luogo s’eran tirati al muro, l’uno dietro l’altro.

 

Il Restaurant de la Mine fu la mia abitazione durante alcuni mesi. La radio vinceva ogni sera il baccano alemanno dei giocatori: qualche volta, tra il greve fumo delle pipe, riceveva Milano.

Qualche figuro sinistro entrava di tanto in tanto, come un generato dalla Notte, per pagarsi un boccale di birra: riusciva a capo basso senza salutare gli avventori, tergendosi i baffi stillanti con la grossa mano, che aveva saputo ritrovare una moneta in fondo all’ultima tasca. Uscendo magari a mia volta, scorgevo la sua ombra allontanarsi nella solitudine, svoltava nel chiaro del fanale, prendeva poi lungo i sentieri senza luce, oltre i campicelli di cavoli.

I figli della proprietaria, quando rincasavano a notte, un po’ brilli, mezz’ora dopo la tarda passeggiatina della Marguerite, si picchiavano di santa ragione.

Il maggiore, un energumeno, sentivo svegliatomi di soprassalto che dopo ogni nuova scarica di botte diceva al fratello: “Nicht genug?… (Non ne hai abbastanza?….). Il minore, che più teneva della gentilezza materna, gli rispondeva con le labbra peste e la lingua impastata: “Tais-toi, sâle bête! Ne reveille pas m’sieur Gadà!”. L’idea dell’ospite li faceva rientrare concordi in punta di piedi.

Mio compito era quello di dirigere il montaggio e la messa in marcia di un impianto per la fabbricazione dell’ammoniaca, costruito secondo i brevetti di un chimico italiano.

L’ammoniaca viene ottenuta dal gas dei forni a coke previamente depurato e dall’azoto atmosferico.

La sintesi azoto più idrogeno si determina ad una pressione altissima, dieci volte maggiore di quella che si verifica nelle più alte cadute idroelettriche.

Questa esigenza delle alte pressioni, molto facile da enunciarsi, comportò lo studio di ardui problemi tecnici di costruzione e di montaggio: e l’averli così limpidamente risolti fu il merito precipuo dell’inventore. Richiedeva inoltre, per un buon esercizio, avvertenze e cautele speciali: cure, diligenze infinite.

L’aspetto stesso degli apparecchi, dei tubi, delle valvole, degli strumenti, riceve da questa motivazione funzionale una particolare caratteristica di potente robustezza: così certe volte, nel primo delirio d’una gran febbre, vediamo e pensiamo gli oggetti ispessiti oltre le consuete parvenze.

 

 

Nel mio caso, le difficoltà della nuova audacia tecnologica andavano moltiplicate dal fatto che la depurazione preventiva del gas, voluta inderogabilmente dalle ulteriori fasi del processo, non era ottenuta col rigore che avevamo domandato al cliente: e che solo poteva consentire un funzionamento perfetto del nostro macchinario. Ciò complicava le cose, dei residui solidi venivano formandosi nelle tubazioni a pressione altissima, attaccavano l’acciaio, impedivano il circolo del gas, costringendomi talora a fermare l’impianto, a farlo ripulire faticosamente pezzo per pezzo. Ma certi pezzi pesavano dieci tonnellate e bisognava sollevarli col carro-ponte, dopo lunghe manovre di svitamento. Occorrevano giorni e notti di duro lavoro nel salone altissimo della sintesi, o nelle cave delle macchine: al quale lavoro si prestava la infaticabile energia fisica e morale dei montatori.

“Eh bè, m’sieur Gadà, est-ce que vous faites de l’ammoniaque ce matin?”, mi chiese una mattina il direttore. Gli additai la calotta del gasometro, sublimatasi durante la notte; “on ne sait pas pourquoi, on ne sait pas pourquoi…”. Il perché era semplicemente questo: che certe malnate pompe di lavaggio, per un difetto nella sistemazione delle tuberie, avevan lavorato tutta notte ad insufflare aria nel gas: il gasometro, prelevati dei campioni di gas per l’analisi, si rivelò pieno di miscela esplosiva.

 

Un pronto vuotamento mi sollevò da indesiderate responsabilità, nel mentre l’ingegnere fu molto elegante e prese la cosa con amabile “nonchalance”. In dieci minuti quel cànchero d’un gasometro lo riducemmo a soffiar fuori tutta la sua puzza malvagia.

 

E il gennaio si induriva nelle tubazioni esterne con groppi e croste di ghiaccio, con fantasmagoriche stalattiti: sobillava l’acqua a gelare nel bacile dei gasometri, le grosse valvole bloccate dal sotto-zero ci voleva ogniduna un secchio d’acqua bollente o una manichetta di vapore per disincagliarne e manovrarne il volante; il gelido vento della notte mi portava, per il giorno, sinistri presagi.

Le torri di lavaggio del gas richiedevano faticose ascensioni ai vecchi bons-hommes della fabbrica: con una lanterna da minatore, su, su, nel buio e nel gelo, lungo le scale verticali in ferro, fino ai fastigi dei serbatoi della soda.

Le tubazioni d’acqua si ostruivano al gelo, il motore della pompa n. 5, sovraffaticato dall’ostruzione, “scaldava”, poi bruciava: un tragico odore d’arrosto si sprigionava a mezzanotte dai suoi avvolgimenti, che poche ore prima sentivano ancora di vecchio politecnico.

Andavo da un padiglione all’altro, affrontato ogni volta, ferocemente, dal vento: badando a non scivolare su certe passerelle, gibbute di ghiaccio. Di mezz’ora in mezz’ora, la batteria dei forni a coke apriva taluna delle sue bocche per scaricare la Schlacken, le incandescenti scorie. O meglio ancora il coke: vampe rosse ne irrompevano a un tratto come lingue del cane infernale e palesavano, illividendoli di una luce improvvisa, gli aspetti faustiani delle officine, i gasometri, i tubi, le torri. Apparivano nella notte quelle insospettate presenze, come pensieri materiati.

Rara la stella del settentrione sopra la nera cimasa delle abetaie.

 

 

Talvolta, dopo le dieci, al cambio del turno, incontravo degli uomini rapidi, a frotte, uscir dal cancello: venivano dal pozzo n. 14, buttati dal profondo. Procedevano senza discorrere; alcuni avevano stivali da campagna, raggiungevano a piedi la piccola casa tra i cavoli e qualche susino solitario. Il porcello, dallo stabbio, avrebbe grugnito nel sonno, il cane avrebbe riconosciuto il passo, scodinzolando nel buio senza latrare per tutto il breve sentiero fra il cancelletto in legno e i gradini di casa.

I figli erano al loro turno, nel pozzo medesimo n. 14, o in un altro prossimo. Si sentiva qualche saluto tedesco, o franco.

Altri minatori si dirigevano alla piccola stazione dopo le siepi ed i viottoli, dove e donde il treno delle undici sarebbe puntualmente arrivato e ripartito, rotolando preciso sulle sue rotaie; due grossi fanali ad olio si dilatavano avvicinandosi dentro la notte, rotondi e buoni come una vecchia consuetudine.

Rotolava fra lente colline, rigirate come disegno sinuoso di bastioni: dopo gli abeti il pozzo, dopo il pozzo le case. E poi di nuovo in direzione opposta, fino a che nel gelo deserto dell’alba sarebbero sbiaditi tutti i fanali.

 

Alcuni operai con incredibili sacrifici avevano messo su tra le verze delle baracche come le nostre di guerra od anche più povere, tappezzate di rugginose lamiere di bidoni, con tende, all’entrata, di tela di sacco. Altri vivevano nelle piccole case disperse, o nei villaggi: avevano una bicicletta, una donna. Venivano raramente al Restaurant de la Mine, ch’era un bistrot di troppe pretese: abili e sobrio, risparmiavano sulla paga con la mente sempre al loro Friuli o al Polesine, sospirando il granturco lontano, il campo che avrebbero comperato al paese. Ricordo un muratore friulano che certi organizzatori locali volevano indurre a non so quali sottoscrizioni poco convincenti: “Mi no so qua per firmar carte!”, diceva, prudente e stizzito.

 

Nel piccolo capoluogo sorto fra i pozzi, dove mi recavo talora a provvedermi di qualche indumento o qualche tubetto di dentifricio, a concedermi un bagno o una toilette dal parrucchiere “di lusso”, (rasieren, frisieren), lo scoramento dell’internazionale mi prendeva ogni qualvolta, nel sole freddoloso della domenica. Non era Francia, non era Germania: c’era una prevalenza di polacchi, di croati, di cechi. C’erano anche, forse, degli italiani. Dei caffè chiusi, da Fratelli Karamazoff, dove si entrava come in una chiesa, per trovarci molti giornali col manico e certi ceffi! Una ragazza non tedesca mi recava il boc con un “bitte schön” pappagallesco, fra le occhiate sospettose degli altri avventori.

Delle scritte cubitali, sui muri bianchi o giallicci, terminavano in cêk e in owski, con accenti circonflessi, acca e cappa nelle sedi meno prevedute. Dovevano essere, credo, dei salumieri e dei salumi balcanici; si trattava probabilmente di cooperative operaie: di sapone, candele, aringhe, sego, spago, zolfanelli.

 

Un clima senza passato e senza intimità, dove lo straniero incontra e non saluta lo straniero, mi conduceva a percepire “sperimentalmente” il profondo valore e peso che ha l’ambiente e la patria, quando crea e determina l’anima nostra, liberandola verso un’armoniosa gratitudine, arricchendola di figurazioni che i secoli hanno disegnato. Qui la necessità del mangiare convoca uomini strani in un raduno straordinario di popoli, con passaporti penosi.

Il carbone profondo vuol braccia ed altri umani motivi fanno mescolanze d’ogni qualità, generando stupefatte nature, che nulla ricordano. Gli archivi segnaletici della Gendarmeria si arricchiscono di fotografie slave e tartariche, basche, latine, illiriche, convalidate da timbri rotondi.

Oh! Non europeo né europeista io mi sentivo in quelle povere ore da dentifricio, ma sognavo di Spoleto e di Fiesole: quelle abetaie s’erano frapposte fra le legioni e le “catervae”.

“… Pro magnitudine silvarum quae intercederent inter ipsos atque Ariovistum…”.

Avrei desiderato la Francia: e la mia mente, ritornato fanciullo, ricreava un attimo la stupita limpidità della favola. Ecco, ai piedi del vecchio faggio perorava la volpe, fuori del dolore e del tempo. Ma poi, dodici a dodici, terribilmente allineate, le tragiche nuvolette dei fucili ad ago, in volata di canna, e gli elmetti aculeati dell’invasore, come in una calcografia che m’aveva accorato fanciullo. Uno scontro del ’70, dopo Saarbrücken.

Sullo sfondo l’immagine di quelle medesime selve che ora, tra la foschia de’ fumi, vedevo annerarsi di là dalle ciminiere e dalle torri, nel cieco orizzonte.

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