24 aprile irlandese

Il 24 aprile in Irlanda e il 25 aprile in Italia sono date dal valore simbolico enorme e piuttosto simile. Innanzitutto entrambe indicano un’insurrezione: la rivolta di Pasqua (Easter Rising) contro corona e impero inglesi sull’Isola di Smeraldo, la Liberazione dal nazi-fascismo sulla nostra penisola. Inoltre, alla luce degli sviluppi politici successivi, esse rappresentano l’alba, il momento fondativo delle rispettive repubbliche. Ma se la memoria formale di entrambi gli eventi è celebrata dai più alti profili istituzionali, la memoria sostanziale delle stagioni di cui quelle rivolte sono l’emblema – la guerra d’indipendenza come compimento del processo di decolonizzazione da una parte, la Resistenza con cui si pose fine al ventennio fascista e alla tragedia della guerra mondiale dall’altra – continuano a contendersela letture diverse e in conflitto. Si tratta di un conflitto talora aperto (si pensi ai sindaci che durante le commemorazioni vietano alla banda di suonare “Bella ciao” o all’ANPI di leggere un comunicato), più spesso celato sotto la patina retorica e normalizzante dell’ufficialità. Per cui le contrapposizioni, mai sopite poiché di natura politica e culturale, dunque insopprimibili quanto lo scontro delle correnti in mare, sono destinate a manifestarsi in superficie, agitando le acque e acquisendo visibilità in occasione di anniversari appariscenti come quello che si festeggia in questi giorni in Irlanda: il centenario, appunto, del Rising (1916-2016). 

 

La cultura è lo stato di coscienza di un popolo, l’energia collettiva con cui le comunità che vi appartengono selezionano e adattano i ricordi, ricomponendo senza soste la grammatica potenzialmente condivisa eppur conflittuale di ogni tensione identitaria. La battaglia per la memoria genera così auto-rappresentazioni ideali ed esalta le virtù più efficaci nel legittimare le direzioni in cui si invita una determinata società a muoversi. Il contesto di questa battaglia, ci avverte Fredric Jameson, è schizofrenico, in quanto soggetto alle spinte emotive e spesso inconsapevoli della nostalgia e a una progettualità politica che necessita di amnesie. Di fatto niente quanto lo spacciare “un” passato come “il” passato, anzi, la Tradizione, sembra assicurare autenticità alle rivendicazioni identitarie, comprese quelle stereotipate, banalizzanti e volte a ratificare una distribuzione iniqua di doveri e privilegi. 

 

Foto tratta dai libri di Rob Rolston, drawing support, pubblicati da Beyond the Pale. 

 

L’Irish Free State sorge sulle ceneri della Guerra d’Indipendenza (1919-1921) e viene battezzato dalla sanguinosa guerra civile che ne segue (1921-23) fra favorevoli e contrari all’Anglo-Irish Treaty. Siglato il 6 dicembre 1921, il trattato sancisce infatti che 26 contee su 32 vadano a istituire un nuovo organo auto-governato, ma tenuto a giurare fedeltà alla corona inglese poiché ancora parte del Commonwealth; nelle rimanenti 6 contee – interne alla regione settentrionale dell’Ulster, quella più industrializzata, ricca e a maggioranza protestante in virtù dell’intensa attività di insediamenti – viene invece designato un governo che opta di restare sotto la giurisdizione britannica. Principale nodo del contendere è ovviamente la partizione dell’isola. In verità nessuno al di fuori dell’Ulster pare accettarla, sebbene i pro-Treaty guidati da Michael Collins e Arthur Griffith sostengano che riportare l’isola sotto un’unica entità politica sarà più facile una volta ottenuto il riconoscimento di uno stato autonomo da parte di Londra. Per gli anti-Treaty, Collins e compari sono degli illusi. La storia darà ragione a loro: oggi, quasi un secolo dopo, l’Ulster è ancora inglese e metà dei suoi abitanti vorrebbe che non fosse così. Il problema della sovranità e la violenza con cui periodicamente riaffiora faranno sì che il nazionalismo impronti l’ultimo secolo di storia irlandese. 

 

Il neonato stato irlandese – diventerà formalmente repubblica solo nel 1948 – appare fin da subito ripiegato su se stesso, quasi spaventato dagli spazi di libertà che ha conquistato. A suon di politiche reazionarie, autarchiche e persino paranoiche, perde rapidamente lo slancio del periodo rivoluzionario e, seguendo la più classica delle parabole post-coloniali, si dota delle medesime strutture di potere contro cui si erano scagliati i proto-nazionalisti. Emblematica in tal senso è l’abolizione del Senato. Nel giro di pochi anni (1932) De Valera e altri anti-Treaty, ricostituitisi come partito del Fiánna Fail, si trovano a capo di quello stato che inizialmente non avevano riconosciuto. Le molte donne protagoniste del Rising e delle lotte successive sono silenziate da un’asfissiante mistica patriarcale di ritorno che ne prescrive la condotta di angeli del focolare dediti all’educazione dei figli. L’istruzione è invece affidata alla chiesa cattolica, cui la Costituzione del 1937 demanda anche la vita culturale del paese. Il riflusso domina. La repressione sessuale è al suo apice. La laicità si farà strada solo decenni dopo, quando emergeranno gli scandali dei preti pedofili, dell’omertà vaticana e delle torture ai danni delle ragazze “peccaminose” nelle lavanderie Magdalene. Ma intanto il conservatorismo cattolico si allinea alla glorificazione della campagna a scapito della città, peraltro in sospetto di corruzione morale, e da questa sublimazione bucolica deriva il ritardo nello sviluppo industriale protrattosi fino agli anni Ottanta. La radio, i giornali e in seguito la televisione sono piegati al nascente regime di “mediarchia”, per dirla con Yves Citton. Come per magia, la distorsione ideologica con cui il nazionalismo disprezza ogni forma di modernità, dietro la quale teme il cavallo di Troia del solito nemico inglese, traduce il primato religioso e l’arretramento economico in bastioni di un presunto orgoglio gaelico. Eppure, i presupposti di chi avviò i diversi percorsi di emancipazione poi confluiti nella lotta per l’indipendenza non erano questi.

 

Sede dell'ICA. 

 

La memoria di quei presupposti perde voce ma non scompare. In alcuni ambiti le distinzioni di classe sembrano più concrete di quelle etniche e si ricordano, ad esempio, gli aiuti inglesi con cui nel 1913 i sindacati di oltre mare avevano appoggiato la classe operaia dublinese durante un massacrante sciopero a oltranza: la celebre serrata (Lockout). E che proprio la serrata abbia preparato il terreno all’Easter Rising e ne abbia arricchito le fila dei rivoltosi è un dato storico incontrovertibile. Fra le figure di spicco del movimento indipendentista ci sono sindacalisti come Jim Larkin e James Connolly, socialista e fondatore di un gruppo paramilitare per l’autodifesa proletaria contro la violenza poliziesca (ICA) dopo l’esperienza del Dublin Lockout. Quest’ultimo, infatti, è solito ripetere: “La causa dell’Irlanda è la causa del lavoro”. E ancora: “Se cacciamo l’esercito inglese, sventoliamo la bandiera verde sul Dublin Castle, ma non mettiamo in piedi una repubblica socialista, saranno stati sforzi inutili.” Durante il Rising Connolly comanda il contingente di volontari, molti dell’ICA, che occupano l’edificio delle poste (GPO). Una volta debellati, dopo cinque giorni di strenua resistenza, lui e i suoi uomini sono giustiziati, in virtù della legge marziale che vige in Inghilterra durante la Grande Guerra. Quelle fucilazioni sembrano assestare un colpo fatale all’anima operaia e internazionalista dell’indipendentismo, lasciandone la conduzione alle frange più conservatrici. Non è forse un caso allora che le rivendicazioni sociali dei programmi politici siano in seguito disattesi dal Free State, così come dalla successiva repubblica, mentre i rivoltosi del 1916, pur restando indiscussi eroi nazionali, verranno magnificati da un’agiografia depoliticizzata, come da tipica ricetta nazionalista.

 

Foto tratta dal nuovo libro di Callow su James Connolly. 

 

All’esaltazione dei protagonisti dell’indipendenza, compreso James Connolly, si accompagna puntuale l’epurazione dei connotati socialisti e la risemantizzazione delle loro gesta in chiave liberale. Così la storiografia diventa mitologia. Per correggerne gli eccessi, una corrente di storici revisionisti fonda la rivista Irish Historical Studies, il cui scopo dichiarato è un’indagine critica e distaccata. Purtroppo, però, con la fine degli anni Sessanta e fino agli anni Ottanta si acutizzano le tensione settarie in Nord Irlanda fra unionisti monarchici e separatisti repubblicani: sono i cosiddetti Troubles. Gli scontri armati e gli attentati si moltiplicano in quella che sembra una riedizione della guerra civile degli anni Venti. Fra i revisionisti prevale allora l’atteggiamento apparentemente moderato di chi rifiuta l’analisi della crisi irlandese quale crisi coloniale – è questo invece il punto di partenza del progetto culturale del Field Day lanciato allora da Seamus Deane, Brian Friel e Stephen Rea. Il loro timore, infatti, è che ne possa scaturire una recrudescenza del conflitto. Ma di fatto, una simile castrazione non fa che obliterare un agente storico fondamentale, l’imperialismo britannico, e sanzionare l’ineluttabilità di uno status quo comunque tragico. 

 

Foto tratta dai libri di Rob Rolston, drawing support, pubblicati da Beyond the Pale. 

 

Col boom economico (Celtic Tiger) degli anni Novanta le tensioni sociali al Nord attorno all’allocazione di case popolari e alla disoccupazione – i motivi da cui erano nati i Troubles – si placano, e con esse gli scontri. La pacificazione riprende, a conferma di quanto sia insulsa la vulgata per cui a fronteggiarsi in Nord Irlanda siano due schieramenti religiosi: cattolici e protestanti. È quest’ultimo un malinteso tanto caro, ad esempio, ai neofascisti italiani, da sempre in cerca di contesti nobilitanti dove forzare proiezioni identitarie a-classiste e modellarle su contrapposizioni razziali o religiose. Come osservava Furio Jesi, sono queste infatti le categorie assertive e incontestabili del nazionalismo – razza, Dio, patria, onore, etc. – “idee senza parole” che, al pari dei miti e delle metafisiche, rimandano al vuoto perché non si possono spiegare se non ribadendo se stesse. Ma se oltre a infiammarsi di fronte alla fierezza dei guerrieri (maschi, bianchi) gaelici, i neofascisti decidessero di porsi criticamente rispetto al Nord Irlanda potrebbero chiedersi perché i murales nelle enclave repubblicane di Derry e Belfast trasudano internazionalismo e raffigurano Malcom X, Mumia Abu-Jamal e le lotte dei neri americani, Che Guevara, Emiliano Zapata e le rivoluzioni cubana e messicana, i palestinesi, i baschi e gli aborigeni australiani; oppure potrebbero domandarsi come mai il principale partito indipendentista, lo Sinn Féin, si proclama da sempre antifascista.

 

 

Le risposte le si ottiene solo se si custodisce la memoria, la stessa che ha permesso all’anima socialista dell’indipendentismo irlandese, quella in prima fila nella Rivolta di Pasqua del 1916, di continuare oggi, cento anni dopo, a ispirare il movimento repubblicano e a promuovere gli ideali dell’internazionalismo, della difesa dei più deboli e della solidarietà di classe. La vivacità di questa tradizione è confermata da due episodi recenti. Il primo, datato maggio 2015, è di colore arcobaleno e racconta il ruolo di primo piano di laburisti, Sinn Féin, repubblicani tutti e settori nient’affatto trascurabili del cattolicesimo di base nell’estendere alle coppie omosessuali il diritto al matrimonio. Con buona pace del Vaticano, da allora la cattolica Irlanda è il primo paese nella storia ad aver sancito tale diritto dopo averlo sottoposto a referendum. La percentuale bulgara dei Sì (62%) descrive gli irlandesi meglio di ogni altro commento. Il secondo episodio, datato febbraio 2016, è relativo al primo tentativo di uscita pubblica di Identity Ireland e di una fantomatica Pegida irlandese durante un freddo sabato dublinese. Alla loro convocazione, in realtà, come hanno scoperto con sgomento quattro gatti e due organizzatori, hanno risposto centinaia di anti-razzisti impedendo la manifestazione. Due episodi apparentemente di segno opposto, pacifista l’uno e militante l’altro, ma entrambi volti a tutelare l’inclusività e l’antifascismo proprio delle genti irlandesi. Due episodi che ci piace pensare come prove di futuro in Irlanda. 

 

"James Connolly & the reconquest of Ireland" è curato da John Callow e prodotto dai sindacati GMB, RMT in collaborazione con la Jim Connell Society e la Marx Memorial Library.

The cause of Ireland is the cause of labour.

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