“Com’era nuovo nel sole Monteverde Vecchio”

Quartiere Monteverde

Ho chiesto a T. di fare una passeggiata con me a Monteverde. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a Torino sette mesi fa. Siamo andati a cena in un ristorante vicino alla stazione di Porta Nuova. Il cameriere ci portava le cose e ci diceva: “Grazie”. Noi provavamo a dire “grazie” prima di lui, ma il suo “grazie” era prevaricatore, era un “grazie” che non lasciava scampo. T. è uno scrittore. “Ci torniamo anche quest’anno”. Intende dire nel ristorante vicino a Porta Nuova. Intende dire durante i giorni del Salone del Libro. Lo dice mentre mi indica la strada. Sono passato a prenderlo in macchina a casa sua perché fa freddo e lui abitualmente si muove in motorino. È domenica mattina, e c’è il mercato di Porta Portese, ma T. conosce le scappatoie per raggiungere Monteverde senza restare intrappolati nelle deviazioni del traffico. “Cominciamo da via di Donna Olimpia?” dice, dove i ragazzi di vita di Pasolini passavano i pomeriggi “a giocare al pallone lì sullo spiazzo tra i Grattacieli e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che giocavano sui cortiletti invasi dal sole”. “Una delle regole di queste passeggiate”, ribatto, “è che si va a piedi”. Al che T. rinuncia all’idea di cominciare da via di Donna Olimpia, mi fa svoltare in via dei Quattro Venti per puntare dritti verso Monteverde Vecchio. E quindi parcheggiamo a largo Berchet e ci incamminiamo nell’azzurro del mattino.

 

Voliera di Villa Sciarra

 

Oltre le mura di Villa Sciarra i pini risplendono radiosi sotto il sole fulgido di gennaio. T. mi indica uno strabiliante villino in stile liberty in via Ugo Bassi, tutto bifore e colonnine. “Qui ci hanno girato un film con Totò”. Ho scoperto che una parte del villino è in vendita. Duecentotrenta metri quadri, otto locali. Richiesta: 1.850.000 euro. Nella descrizione dell’annuncio si legge: “Il villino – già residenza di uno dei più grandi artisti lirici italiani sulla scena internazionale tra gli anni ’40 e fine anni ’60 – rappresenta, se non proprio un unicum, sicuramente una rarità nel panorama architettonico romano, di carattere storicistico, non scevro da influenze liberty, è stato fonte di ispirazione per artisti di ogni arte ed epoca, come l’incisore olandese Escher, vissuto in quegli anni proprio a Roma, in via Poerio”. Penso all’artista lirico e mi viene in mente che la proprietà privata è sempre ontologicamente effimera.

 

Biciclette

 

E quindi, perduti nell’effimerità della gloria del mattino, raggiungiamo la scalinata di via Ugo Bassi. La vista su Roma sud è imponente, si scorge la sagoma del gasometro, la linea dei monti dei Castelli Romani addolcita dalla foschia. Sulla scalinata campeggia il viso di Elena Sofia Ricci ritratta nei panni dell’eroina romana Cristina Arquati nel film In nome del popolo sovrano. È opera di Diavù, lo street artist che ha dedicato alle scalinate di Roma un ciclo di opere ispirate al cinema. Ne ho una vicino casa, la scalinata che scende da via Ronciglione su Corso Francia con il volto di Michèle Mercier ne Il giovedì di Dino Risi. T. mi mostra un palazzo che domina la scalinata: “Lì ci ho guardato Italia-Croazia ai mondiali del 2002”. Ibaraki, Giappone. Due a uno per la Croazia, con gol annullato a Vieri nel finale. Non ricordo dove ho visto quella partita, non ricordo niente del 2002, sto invecchiando, ho vissuto troppi anni senza trattenere niente, troppi mondiali senza trattenere niente.

 

Scalinata di Via Ugo Bassi

 

Monteverde mi provoca un effetto doloroso, mi sento come se fossi vittima del knockout game, il gioco delinquenziale in voga fra gli adolescenti di mezzo mondo: un pugno in faccia a un ignaro passante, senza alcun preavviso. Vince chi stende il passante. Qui però a menare pugni sono la bellezza e la quiete delle vie assolate. E io sono il passante. Ci sono quartieri di cui so poco, città nella città, mondi distanti da me, che per ragioni legate al caso e alla spossante vastità di Roma non ho mai frequentato, quadrilateri di cui non possiedo niente, se non qualche ricordo minore. Sono i posti migliori in cui camminare, terre fertili per l’immaginazione. Rioni belli e così pacifici che mi danno l’impressione di essere incapaci di assorbire l’attenzione di cui li faccio oggetto; così desiderabili che mi scavano nel cuore un senso di gelosia, quasi mi si rendesse necessario rinchiuderli, impedire loro di essere visti e vissuti. Molto meglio abitarli con lo sguardo e col pensiero, è quanto mi ripeto da anni, e ne ho fatto addirittura una regola. La regola che mi spinge ogni volta a immaginare una forma alternativa di esistenza, la possibilità che in un’altra regione della mia vita, in una dimensione parallela del tempo, mi sia ritrovato, per le leggi del caso, a nascere e crescere proprio lì, a immaginare in rapidissimi secondi lo scorrere lento degli anni, l’accumulo dei fatti. Insomma, un altro me stesso. Allora mi lascio alle spalle la vita vera, come nei versi de La partenza del figliuol prodigo di Rilke, vero e proprio manifesto di flânerie: “Prendere tutto questo su di sé e forse invano / lasciar cadere il nostro dalle dita”.

 

 

Ci facciamo tutta via Poerio e poi risaliamo via Anton Giulio Barrili, ci fermiamo a guardare il cancello della scuola in cui insegnava Giorgio Caproni. “Dopo ti faccio vedere anche dove abitava”. Uno dei primi corsi che ho seguito all’università è stato un corso monografico sulla poesia di Caproni, lo teneva Biancamaria Frabotta, era il 1993. T. mi indica una piccola pompa di benzina, mi racconta la storia del benzinaio sudamericano che la gestiva, un tizio con la faccia sfondata che diceva di essere un grande pugile dimenticato. Il suo nome è Adriano Rodrigues, brasiliano di Porto Alegre, classe 1947, nel ’74 combatté sul ring di Kinshasa dopo The Rumble in the Jungle, il leggendario match fra Muhammad Alì e George Foreman.

 

 

Passiamo davanti a Desideri, la pasticceria del quartiere. “Qui a volte si incontrano Carlo Verdone o Nanni Moretti”, dice T. Siamo dalle parti di piazza Rosolino Pilo, l’unica piazza di Monteverde Vecchio, un quartiere che per il resto è fatto a isolati, come i block americani. Mi fermo un istante davanti all’insegna celeste del Circolo Bocciofilo Regina Pacis. Una volta un giornalista chiese ad Arturo Toscanini cosa ne pensasse dell’opera fatta all’aperto, e Toscanini rispose: “All’aperto si gioca a bocce”. Il che non vale a Monteverde, visto che il circolo è al chiuso. Entriamo in un bar per un caffè. Nel bar ci sono un adulto e un bambino, sono alle prese con un gratta e vinci. L’adulto dice al bambino: “Se vincemo te porto ‘n crociera”. Mi riesce difficile immaginare una crociera coi due gradi che ci sono questa mattina a Roma, il vento freddo che sembra scagliare dure lastre di ghiaccio sulle nostre facce. Ci dirigiamo verso il teatro Vascello, voglio andare a vedere il palazzo in cui Pasolini visse dal ’59 al ’63. Sopra al portone c’è una lapide: “Com’era nuovo nel sole Monteverde Vecchio…”. È il primo verso di Récit, da Le ceneri di Gramsci, e testimonia il momento in cui l’amico Attilio Bertolucci dà a Pasolini la notizia dell’incriminazione del romanzo Ragazzi di vita, accusato di contenuti pornografici. Attilio Bertolucci e Pier Paolo Pasolini abitavano porta a porta. “Non dico che Bertolucci je andava a chiede’ il sale”, dice T.

 

 

Facciamo pochi passi e siamo in via Oreste Regnoli, al civico 17 un’altra lapide sul palazzo in cui Giorgio Caproni visse per vent’anni. Pasolini, Bertolucci, Caproni. “La poesia è ovunque come Dio non è nessuna parte”, ha scritto Prévert, parlando – senza saperlo – di quattro strade a Monteverde.

 

Percorriamo tutta via del Vascello fino a via di San Pancrazio. Sullo sfondo c’è un elegante edificio color crema, circondato da un giardino con alberi secolari. È la villa del Vascello, sede del Grand’Oriente d’Italia. Sul sito web ufficiale, nella pagina Come diventare massoni, si legge: “In genere un buon candidato è: una persona che si fa domande sul senso della vita, sulla direzione da dare alla propria vita, sul senso del mondo e su se stesso; è desideroso di apprendere e progredire; è pronto all’ascolto e al confronto con l’altro; rispetta tutte le idee e credenze, accettando la discussione e gli scambi di idee; è pronto a lavorare su temi filosofici, simbolici e sociali”. Dunque la situazione è questa: sono un buon candidato per la massoneria.

 

Entriamo a villa Sciarra. Mi viene in mente la filastrocca di Gianni Rodari: «A Villa Sciarra c’è un laghetto, / ci stanno due rane e un ranocchietto / su una foglia – e ancora ne avanza – / ci fanno cucina, salotto e stanza. / Non pagano affitto né caparra, / beati i ranocchi di Villa Sciarra». La recitavo a mio figlio quando aveva tre anni e la sera, prima di addormentarsi, voleva che gli leggessi una filastrocca e che gli raccontassi una favola. La favola però doveva avere due caratteristiche precise. La prima: il protagonista doveva essere sempre lo stesso, ossia un cavallino di nome Trottolino. La seconda: Trottolino doveva essere l’alter ego di mio figlio. In pratica le avventure del cavallino Trottolino ricalcavano gli eventi della giornata che mio figlio aveva appena trascorso. Se durante la giornata lo avevo portato a fare una visita dalla pediatra, la favola sarebbe iniziata così: “C’era una volta un cavallino di nome Trottolino. Un bel giorno papà Trottolone lo accompagnò dalla dottoressa Trottolessa” e così via. Mio figlio in pratica si era preso una cotta per il realismo.

 

La fontana dei Satiri

 

Anche T. mi racconta qualche aneddoto della sua infanzia legato a Villa Sciarra. Mentre racconta, mi mostra i segni dell’incuria che soffoca il parco. Indica la grande voliera; un tempo era un’attrazione per i bambini, oggi è vuota. Davanti alla fontana dei satiri commenta: “Questa era ‘na vasca piena de girini, non ce sta più niente”. Nonostante ciò, il luccicore dei raggi del sole tra le foglie è incantevole, e tra i viali della villa si respira un senso di quiete e di inesplicabili attese. Scendiamo verso il ninfeo, i giochi di luce riflessa sulla superficie immobile dell’acqua sono gli stessi di un quadro di Monet. Boschi, aria fresca, un fremere di foglie spostate dal vento. Tutto sommato il mondo è in buona salute, penso. T. fa un sospiro: “Qui un tempo ci si veniva con le ragazze”. Gli viene una faccia malinconica, negli occhi un garbuglio di nostalgia. Quando si riprende, chiosa: “Del resto il laghetto se presta alla fratta”.

 

 

 

Tranne la foto della scalinata di via Ugo Bassi, tutte le immagini sono di Andrea Pomella

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