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Boulez dittatore di linguaggi

Pierre Boulez, compositore e direttore d’orchestra francese, è morto il 5 gennaio scorso a Baden-Baden, dove viveva dagli anni Sessanta: il 26 marzo avrebbe compiuto 91 anni. Ogni anno, da dieci anni, molti ne celebravano gli 80 anni, il compleanno, i 90 anni… C’era il bisogno di fare storia su questo musicista che si è piantato nella musica a metà Novecento in modo lucido, perentorio, inestirpabile. La sua formazione matematica ne ha sempre improntato il pensiero: poco emotivo, ha sempre pensato le sue rivoluzioni come un sistema formale, una esplorazione del mai udito, in linea con il compositore da cui decise di fare iniziare la sua storia: Edgar Varèse, che a differenza degli altri capostipite dell’avanguardia del Novecento, Schönberg e Berg, aveva chiuso definitivamente i conti con le forme tonali e emozionali dell’Ottocento; pochissime note composte, e l’inizio della sfida tra puro suono e silenzio. Con la Scuola di Darmstadt negli anni Cinquanta Boulez ebbe rapporti molto stretti: diresse a Parigi lavori di Stockhausen, stimava enormemente Bruno Maderna. Continuò a dirigere molte prime assolute del suo maestro, Olivier Messiaen. Gli anni Cinquanta videro partire i bulldozer che volevano spianare per sempre la muffa tonale e melodica, e strappare i velluti rossi dai teatri d’opera; Boulez nel 1967 scrisse che era impensabile un’opera moderna prodotta in teatri che ancora eseguivano Verdi e Wagner, e che al massimo si spingevano con un po’ di orrore sino al Wozzeck e alla Lulu di Berg: ci volevano nuovi palcoscenici, nuovi luoghi per la musica contemporanea, e le bomboniere settecentesche e ottocentesche si potevano anche far saltar per aria. Nel 1972 scrisse che l’arte del passato, tutta, anche la Monna Lisa di Leonardo, andava distrutta, perché la sola arte è la creazione del nuovo: «I musicisti che ammiro (Beethoven, Wagner, Debussy, Berlioz) non hanno seguito la tradizione, ma hanno costretto la tradizione a seguire loro».  Ammirò il primo Cage e il primo Stockhausen, salvo poi definire il primo «una scimmia da palcoscenico» e il secondo «un hippie».

 

Pierre Boulez

 

Boulez fu un artista contraddittorio? No. Una volta disse: «Non voglio che le mie dichiarazioni siano congelate nel tempo. Devono sempre essere collegate a una data. Una tua foto di 30 anni fa non può certo essere utilizzata come una tua foto d’oggi». Così, se il potentissimo intellettuale Boulez, ascoltato dai presidenti francesi Pompidou e Mitterrand, è riuscito a creare a Parigi l’Ircam (il più avanzato centro di ricerca di musica elettronica al mondo), l’Ensemble InterContemporain (il più prestigioso gruppo di esecutori di musica contemporanea al mondo) e infine la Cité de la Musique (il primo grande centro polivalente di musica aperto al pubblico), il gelido, intransigente pensatore Boulez per decenni ha fatto accuratamente pulizia etnica, particolarmente in Francia, di tutti coloro che osassero comporre musica contemporanea al di fuori dei suoi piuttosto coerenti, pressoché immutabili filtri ideologici. Come un Robespierre che spazza la monarchia ma poi instaura il Terrore, o un Napoleone che infiamma la Storia e poi si nomina Imperatore. Ma il Boulez compositore ha fissato nel Novecento alcuni capolavori assoluti: uno di questi, Répons, (1980/1984) scavalca à rebours svariati secoli, e si ispira alla radice storica della musica occidentale, alla matematica sublime delle antifonie gregoriane.

 

 

 

 

E il Boulez direttore ha ripulito alcune opere del repertorio che voleva spazzare da ogni nauseabonda incrostazione abitudinaria: memorabili il Pelléas et Mélisande con la regia di Peter Stein a fine anni Sessanta, i Wagner a Bayreuth e la Lulu di Berg negli anni Settanta, con le regie di Patrice Chéreau. A scombinare tutto, infine, testimoniando quanto una grande mente e un grande potere possano al fine generare una grande libertà eccentrica, sulla sua tomba lasceremo una lapide che ricorda quel giorno in cui Pierre Boulez chiamò Frank Zappa e gli commissionò The Perfect Stranger, dirigendo l’Ensemble InterContemporain e Zappa al synclavier. Quel disco in vinile del 1984 riunisce due “perfetti estranei” che si capirono perfettamente: «Zappa – ha detto Boulez nel 2010, 85nne - si è distinto nel rock perché ha rifiutato di lasciarsi incasellare dal rock, e ha evitato la logica commerciale. Provocatorio, politico a modo suo, odiava il mercato, con cui la musica rock si era compromessa. Mi ha fatto piacere lavorare con lui sul materiale musicale, sulla forma, sulla mobilità del linguaggio. Non vedo nessun erede». E come Frank Zappa, neanche Pierre Boulez lascia eredi sul suo trono di creatore di linguaggi.  Non si concedono bis.

 

 

 

 

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09 Gennaio 2016