Sònar Festival

Si è conclusa sabato scorso la ventunesima edizione del Sònar, festival di musica elettronica e arte multimedia nato e cresciuto a Barcellona, con la direzione di Ricard Robles, Sergi Caballero ed Enric Palau che lo hanno fondato nel 1994.

 

L’evento è da sempre strutturato in due parti, una diurna più dedicata all’ascolto e una notturna danzereccia. Il Sònar de dia dall’anno scorso ha cambiato location. Ha perso uno spazio emblematico e affascinante come il Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona, che fin dall’inizio lo ha ospitato contribuendo a formarne il carattere. La tendenza a percepire la musica come medium tra gli altri, legato a linguaggio video, interazione e tecnologia, emergeva in modo naturale, differenziando il Sònar da qualsiasi altro festival di musica elettronica. Ora il day si tiene al polo fieristico alle spalle di Plaça de Espanya, ai piedi del Montjuic (Fira Barcelona Montjuïc).


Bisogna dire però che lo spostamento ha centrato diversi obbiettivi. Ha permesso di superare l’effetto ressa che si creava spesso nei locali del CCCB al Raval. Non solo ha concesso maggior respiro agli astanti, ma anche spazio per la seconda edizione di Sónar+D, il punto di incontro interdisciplinare tra professionisti delle industrie tecnologiche e culturali che aspira a crescere tanto da avere una propria identità.

 

Più di 3500 professionisti accreditati, circa 1600 compagnie da 57 Paesi: i numeri ufficiali rendono l’idea di come quello che era un movimento underground sia diventato una bella fetta del mercato musicale, come era ovvio che avvenisse. Passeggiando tra gli stand del MarketLab si potevano provare macchine per comporre musica usando parti del proprio corpo come Oval, uno strumento musicale molto simile a una percussione collegato a un app per iPad con la funzione di midi; oppure ci si poteva imbattere in una stampante per trasformare foto fatte con l’ipad in polaroid o trovarsi tra un gruppo di makers che si costruivano una piccola scatola per fare musica elettronica. Certo, la sensazione finale era quella di aver visto una sovrapproduzione di oggetti e progetti più che novità, ma si sentiva la passione delle persone lì impegnate nelle diverse attività.

 

    

 

Women talent era il titolo di un incontro in cui si è cercato di cogliere il rapporto tra femminile ed industrie creative, la discussione ha toccato gli estremi del discorso senza entrare in profondità: internet è donna, ma anche internet è patriarcale, le donne sono brave a connettere, ma tendono ad essere escluse o ad autoeslcudersi. Le relatrici hanno portato le proprie esperienze (ovviamente fortunate).

 

Sputniko! ha raccontato della sua invenzione, un marchingegno per far provare agli uomini l’esperienza del ciclo mestruale, e di come questa l’abbia resa famosa. Stephanie Pereira, direttrice del Arts Program di Kickstarter, la piattaforma di crowdfunding, ha sottolineato l’importanza dell’autopromozione nei progetti artistici indipendenti. La produttrice Keri Elmsly che si occupa di interaction design e di visual art, ha raccontato delle sue connessioni personali sparse nel mondo senza le quali non potrebbe andare avanti e, con la sua forza maori ha concluso l’incontro dicendo “cosa mi aspetto per il futuro? Che le persone non avranno più paura delle trasformazioni”.

 

Ma è la musica ciò che ha spinto i 109.000 visitatori ad acquistare il biglietto, di cui 54.000 solo nella parte diurna. La voce di Neneh Cherry ha lasciato molti stupiti per la potenza, mentre Kid Koala ha divertito alla grande muovendosi tra il pubblico vestito da koala (e da cosa altrimenti?) accompagnato da quattro hostess di linea stile Pan Am anni ‘70 che distribuivano aeroplanini di carta e oggetti vari. Il palco all’aperto nella fascia del tardo pomeriggio ha ospitato gruppi decisamente festaioli e allegri, dai live di WhoMadeWho e di Bonobo, al caldo ed estivo djset di Theo Parrish.

 

 

Unica eccezione è stata fatta per il nuovo live di Richie Hawtin aka Plastikman, punto di riferimento della scena tecno internazionale tra i più amati dal pubblico, che in questa occasione non si è risparmiato non solo durante il suo live, ma anche durante tutto il Sònar di cui è stato tra i più assidui frequentatori tra il pubblico in sala. Per rendere possibile Objekt, questo il titolo della perfomance a cavallo tra audio e video, studiata per il Guggenheim di New York e riportata qui un anno dopo, l’orario di chiusura del SonarVillage è stata posticipato alle 23.

 


I concerti puntavano molto sulla spettacolarità, la tecnica delle luci da palco all’avanguardia e ogni live o dj set era accompagnato da video proiettati su schermi immensi. Lo spazio del giorno ospitava Despacio, un’installazione firmata 2many deejays e James Murphy che con la coda fuori sembrava un vero club all’interno della cittadella sonar. Durava diverse ore ogni giorno e l’intenzione era quella di riprodurre una discoteca, con l’aiuto di un impianto potente e preciso che permetteva a chi entrava di vivere l’esperienza della disco con una qualità dell’audio al limite del perfetto, il che non limitava l’effetto nostalgia che rendeva tutta l’operazione di difficile digestione, puro revival.

 

La notte, tutti alla Fira Gran Via L'Hospitalet, il polo fieristico in periferia, che si conferma uno degli spazi cittadini più adatti ad accogliere un evento di massa come questo, anche se i frequentatori della prima ora ricordano con affetto i primi anni quando il Sònar de noche era sul mare. Sabato sera, dopo l’attesissimo e mai deludente live dei Massive Attack, alcune decine di migliaia di persone hanno saltato ballato e cantato al ritmo di “Everybody dance, uuh uuh clap your hands, clap your hands”, portando un omaggio a Neil Rodgers, che ha fatto la storia della dance music, tra le altre cose attivista al fianco delle Black Panthers e che è tornato sulle scene anche grazie alla recente collaborazione con i Daft Punk.

 

In contemporanea in programma il live dei Future Brown, che come è ovvio aveva un pubblico in confronto assai ridotto. Il gruppo, che sembra esistere solo per i momenti live, è formato da J-Cush, giovane deejay e produttore di New York che compone pezzi di hiphop sperimentale, un duo che propone kuduro e bass music, e Fatima Al Qadiri giovane irachena, nata in Senegal e trasferita a Londra, il cui ultimo disco parla cinese ma esplora sonorità arabe. La potenza del live vibrava nei bassi talmente spessi e solidi da reggerti in piedi nonostante tutto, sintetizzando sentimenti ed emozioni decisamente contemporanee. Sonorità non proprio facili o particolarmente allegre, suscitavano un discreto fascino per quel gusto di essere qualcosa che risorge dalle ceneri, che comunque nonostante tutto rimane vivo.

 

Da segnalare il live diurno dei Matmos, intramontabili con il loro carattere originale sono una certezza per chi ama la musica elettronica, e l’ottimo live notturno e quasi gotico di Gesaffelstein, con cui si è goduto di buona tecno dai suoni industrial il tutto condito dall’interpretazione pulsante del giovane musicista tedesco. Lauren Halo, recording artist e live performer il cui primo lavoro è stato pubblicato dalla Hyperdub, è riuscita a ricreare uno spazio intimo all’interno dell’enorme spazio notturno, grazie a sonorità tribali ma mai scontate.

 

 

Per quanto riguarda l’arte multimediale spesso sacrificata anche a causa del poco spazio e della massa crescente di pubblico, la buona notizia è la nascita di Sònar Planta, una collaborazione tra Sònar e Fundaciò Soguirè, che quest’anno ospitava Unindisplay, l’installazione di Carsten Nicolai curata da Andrea Lissoni già presentata poco tempo fa a Milano.

 

 

Un’installazione audiovisuale immersiva dove elementi geometrici molto semplici, come linee e puntini, muovendosi secondo algoritmi, e grazie all’interazione con due grossi specchi, creano un paesaggio infinito dove perdersi, dando corpo al suono. Il duo canadese composto da Martin Messier e Nicolas Bernier ha voluto agganciarsi alla storia della musica elettronica e a Luigi Russolo in particolare con “Machine Variation”, dove il rapporto tra corpo e musica era quasi sovvertito, e per comporre ogni semplice suono i due uomini al lavoro dovevano fare non pochi movimenti e non poca fatica per muovere le enormi leve di cui la macchina era costruita.

 

Tante persone e un festival che cresce e diventa sempre più solido di edizione in edizione, perdendo forse un po’ della propria anima e adattandosi alla globalizzazione del suono.


Il Sònar si allontana dalle sue radici a Barcellona, diventa un format esportabile in vari continenti, una specie di marchio del divertimento che trascende la sua origine legata alla musica elettronica, per andare sempre più verso la contaminazione dei generi, pop e dance in particolare. Il cross over multimediale, la mescolanza dei generi, il meticciato musicale, forse tutto ciò ci dice come sta andando il mercato musicale, ma ci offre anche un punto di vista sulla contemporaneità.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO