Davide Monteleone. Spasibo

Una conversazione

Quanto costa abbattere il muro del silenzio?

Moltissimo, ci ha insegnato la storia. Moltissimo, ci dimostra ancora una volta la terribile notizia di quanto successo il 24 maggio al fotoreporter italiano Andy Rocchelli, ucciso a colpi di mortaio in Ucraina.

Eppure se non ci fossero persone come lui, le verità scomode resterebbero solamente un dolore represso a pesare sul cuore di chi le vive. Una ferita senza nome sulla pelle delle generazioni a venire.

 

È con questa consapevolezza che si dovrebbe visitare Spasibo, l’esposizione di fotografie di Davide Monteleone, vincitore della quarta edizione del Carmignac Gestion Photojournalism Award. Il progetto, che prevede diverse tappe, è in mostra a Milano dal 24 maggio (fino al 21 giugno), presso lo Studio Museo Francesco Messina.

Spasibo significa “grazie” in lingua cecena. Dopo decenni di sanguinosi conflitti, la Cecenia sta vivendo oggi un momento di pace: ufficialmente Repubblica autonoma della Federazione Russa, è protagonista di anni di veloce ricostruzione. Lusso e monumentalità costituiscono la nuova immagine della capitale Grozny, costellata di palazzi scintillanti, ampie strade, parchi verdeggianti. Grazie, dunque, al Primo Ministro Ramzan Kadyrov e a Putin che hanno permesso tutto ciò. Ma nelle piazze regna una calma sinistra: questo ringraziamento risuona a vuoto per le strade semideserte. Ed è così che ci chiediamo cosa si nasconda sotto alla superficie patinata della nuova Cecenia.

Dov’è finito l’orgoglio indipendentista dei ceceni? Dove si sono nascoste le tracce di ciò che sognavano di essere? Cosa c’è oltre al muro del silenzio?

 

Da tutto ciò nasce la mia decisione di incontrare Davide Monteleone.

Classe 1974, fotocamera Alpa TC 12 alla mano, ha visitato per la prima volta la Cecenia nel 2003 per un breve viaggio stampa; dopo una visita più prolungata nel 2007, vi torna tra gennaio e aprile 2013 per realizzare questo ultimo progetto. Il suo lavoro si concentra da tredici anni sulla Russia e i territori circostanti.

Per comprendere davvero un territorio bisogna viverci, stare con la sua gente, abbandonandosi, con loro, alla quotidianità: «questo mestiere diventa spesso una commistione tra la vita professionale e quella privata.

 

Trascorrere molto tempo in un determinato ambiente porta a riflettere sulle cose in una maniera diversa», mi spiega Davide. Nel suo lavoro non vuole forzature, evita la spettacolarità: «cerco di seguire quella che si potrebbe chiamare la “fotografia dell’impassibilità”: scelgo una distanza e tento di realizzare immagini che non presentino giudizi. Non urlate, senza effetti speciali ed inquadrature anomale. Apparentemente neutre».

In tutte le sue fotografie viene lasciato spazio ai dettagli, particolari stridenti, invisibili evidenze che colpiscono l’occhio dello spettatore spingendolo naturalmente verso un processo inferenziale: «la fotografia funziona soltanto quando suscita tante domande, e ciò accade se non svela immediatamente tutto».

Per farmi capire meglio ciò di cui sta parlando, mi guida tra alcune delle immagini in mostra. Ci soffermiamo su quella che pare ritrarre una sposa bambina.

 

Davide Monteleone, VII Photo, for the Carmignac FoundationDavide Monteleone, VII Photo, per the Carmignac Gestion Photojournalism Award

 

Monteleone mi fa notare l’apparenza ingannevole della situazione, suggerita dalla location anomala per un matrimonio: Rada, così si chiama la ragazza, si trova all’interno di un autobus. Non si sta sposando, sta solo provando un abito nuziale, disegnato dalla sorella, sul set di un film sulla deportazione cecena. La tradizione di dare in sposa donne in giovanissima età faceva parte della tradizione cecena, di matrice musulmana. Nonostante il presidente Kadyrov si stia impegnando verso una forte promozione dell’Islam, arrivando ad affermare che durante il suo regno la Cecenia sarebbe diventata «più islamica degli islamisti», le autorità russe lo hanno costretto a proibire e condannare pubblicamente questa pratica – le leggi federali russe, infatti, vietano il matrimonio con i minori.

 

Le frequentazioni amorose rimangono comunque poco frequenti e le unioni sono spesso concordate dalle famiglie. Le ragazze cecene sono spinte a sposare ragazzi ceceni, in quanto si ritiene che la sposa appartenga alla cultura del marito. La donna è costretta a indossare lo hijab in pubblico ed è incitata a portarlo anche nella sua quotidianità. Ma nelle immagini in mostra, sotto alle lunghe gonne, sbucano tacchi affilati e vertiginosi, mentre le labbra di alcune sono gonfiate dal botox, la moda del momento. La condizione femminile è così sintomo di una situazione contraddittoria, derivante da un’islamizzazione forzata che si rivela spesso zoppicante.

I ceceni sono per lo più sunniti, e la maggior parte di loro si riconosce nel ramo sufi, di inclinazione profondamente mistica e meditativa, mi spiega Davide indicandomi una fotografia in cui alcuni anziani pregano in montagna.

 

Davide Monteleone, VII Photo, for the Carmignac FoundationDavide Monteleone, VII Photo, per the Carmignac Gestion Photojournalism Award

 

Nella tradizione sufista è diffusa anche la danza rituale del dhikr, “memoria”: si tratta di atti cerimoniali che durano anche sette ore e durante i quali il nome di Dio, insieme a formule e versetti del Corano, viene ripetuto senza sosta, in uno stato di trance.

 

Dalla fine degli anni Duemila hanno preso piede nuove tendenze: i governi locali stanno applicando una propria versione del cosiddetto Islam tradizionale, introducendo elementi della Sharia, che talvolta si sostituiscono alle leggi ufficiali russe. Monumento all’islamizzazione è la moschea Akhmad Kadyrov, conosciuta come “il cuore della Cecenia”, pulsante a Grozny e controllata dal figlio Ramzan. Allo stesso tempo i residui radicalizzati del movimento separatista ceceno hanno abbandonato il nazionalismo in favore del pan-islamismo, aspirando a formare gli Emirati del Caucaso con altri movimenti regionali insurrezionalisti.

 

Si sospetta che i ribelli si rifugino ancora nelle montagne. In mostra ci sono molte fotografie delle catene del Caucaso, immense, solitarie, selvagge. Proprio per la loro conformazione e per la loro estensione sono diventate, insieme ai boschi, il nascondiglio ideale. Uno dei luoghi più turbolenti del paese è quello al confine con il Daghestan.

 

Davide Monteleone, VII Photo, for the Carmignac FoundationDavide Monteleone, VII Photo, per the Carmignac Gestion Photojournalism Award

 

La zona, un tempo totalmente interdetta, è ancora sotto il controllo del KTO (operazioni antiterrorismo) e bisogna attraversare tre posti di blocco per giungervi. «Qualche anno fa», ricorda Monteleone, «incontravo la gente e mi diceva: “Ci sei mai stato sulle montagne? Noi abbiamo le montagne più belle di tutte. Però non ci possiamo andare”». Forse proprio per tentare di addomesticare queste terre, ora il governo intende stanziare molti fondi per trasformarle in popolose destinazioni turistiche.

 

A fare da contrappunto a questi paesaggi sono le geometrie cittadine, in particolare della capitale, Grozny. Il rigore autoritario si esprime con prospettive rettilinee e squadrate, disegnate da mastodontici palazzi di marmo e da una ripetizione infinita di colonne. C’è una fotografia che più di tutte offre un’immagine di questa rigidità architettonica, scattata il 23 marzo, durante le celebrazioni per il decimo anniversario del Giorno della Costituzione, «una Costituzione bizzarra, nella quale si leggono articoli come quello sulla libertà di parola, quando invece è il contrario».

 

Davide Monteleone, VII Photo, for the Carmignac FoundationDavide Monteleone, VII Photo, per the Carmignac Gestion Photojournalism Award

 

Le forze dell’ordine sono rigorosamente schierate in occasione della parata vastissima «secondo il gusto sovietico che permane nella grandiosità di queste manifestazioni». L’orizzontalità delle linee tratteggiate della strada si incrociano perpendicolarmente alla verticalità dei palazzi sullo sfondo, le cinque torri simbolo della città ricostruita. La Cecenia è una delle repubbliche russe che riceve più soldi da Mosca: «ci si tiene immensamente alla facciata di benessere, quindi apparentemente tutto funziona. Ma, appunto, si tratta di una facciata, una sorta di villaggio Potëmkin».

 

Narra la leggenda che alla fine del XVIII secolo il principe Potëmkin costruisse villaggi di cartapesta lungo le rive del Dnepr nei territori conquistati dall’Impero Ottomano per impressionare Caterina II di Russia. Erano ingaggiati anche attori, che fingevano una vita bucolica. Una vita ideale, ma totalmente fittizia. Grozny City vuole essere il centro finanziario della capitale: ci sono scintillanti hotel di lusso, ristoranti costosi, negozi di alta moda ed una piazza di affari che vuole essere internazionale. Ramzan Kadyrov ha il sogno di renderla la “Dubai del Caucaso”. Al di là di questa aspirazione c’è però la realtà, con un altissimo livello di disoccupazione e la forte carenza di infrastrutture, completamente distrutte durante i conflitti.

Cattura la mia attenzione un’altra fotografia scattata a Grozny nell’interno di una palestra, dove si stanno allenando alcuni lottatori.

 

Davide Monteleone, VII Photo, for the Carmignac FoundationDavide Monteleone, VII Photo, per the Carmignac Gestion Photojournalism Award

 

Sullo sfondo ci sono le gigantografie di Akhmad Kadyrov, faccia bonaria, Ramzan Kadyrov, ammiccante, ed al centro un Putin giovane dallo sguardo severo. Lì li chiamano “il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. Akhmad Kadyrov è stato il Gran Mufti della Repubblica Cecena di Ichkeria nel 1990, durante e dopo la prima guerra cecena. Durante la seconda guerra cecena, con un voltabandiera, ha offerto il suo servizio al governo russo, conquistandosi il titolo di Presidente della Repubblica Cecena nel 2003. Muore l’anno dopo in seguito ad un attentato esplosivo allo stadio di calcio, nella capitale. Ramzan, che in precedenza capeggiava le truppe del padre, ricopre la carica di Presidente dal 2007. Dalla sua ascesa i ceceni stanno vivendo un processo di “normalizzazione” imposto.

 

Alla repressione violenta delle torture è subentrata la minaccia psicologica oltre alla propaganda martellante che irrompe nella vita privata dei cittadini. Le attività di svago e lo sport sono viste come un potente diversivo per distogliere l’attenzione dai problemi reali, oltre ad essere un goffo espediente per cercare di cancellare il dolore per le perdite irrimediabili che la gran parte della popolazione ha vissuto negli anni della guerra. La “Trinità” è l’onnipresente occhio che mette in guardia con severità dagli errori e veglia benevolmente. Bastone e carota. Ma anche in questa immagine emerge un contrasto sottile. La potenza fisica degli atleti diventa più evidente di quella visiva delle gigantografie.  I ceceni, mi dice Davide con un sorriso, «sono famosi lottatori. Anche nello spirito».

 

Cosa c’è oltre al muro del silenzio? Davide Monteleone non vuole dare una risposta univoca: «la mia fotografia non aspira ad essere informativa né tantomeno ad innalzarsi a testimone assoluto. Apre piuttosto le porte su eventuali mondi». Interroga lo spettatore, a cui resta il compito, se vorrà, di cogliere gli inizi offertigli. Contro un’autorialità urlata, viene lasciato spazio al soggetto della foto di raccontare la sua storia. Che emerge, con silenziosa evidenza, in ogni singolo scatto.

Davide Monteleone, VII Photo, for the Carmignac Foundation

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