Maurice Pefura: chi è lo straniero?

In un’epoca in cui pare che la qualità del proprio lavoro sia direttamente proporzionale alla visibilità riscontrata, è particolarmente piacevole incontrare persone il cui talento è accompagnato a una sincera riservatezza. Non c’è spettacolarità nelle loro azioni. Non c’è fretta, non c’è fame nella loro comunicazione. Non sono mai banali, forse proprio perché non temono la banalità. Maurice Pefura è una di queste persone.

 

Artista defilato e riflessivo, Pefura (solo il cognome: questo è il suo nome d’arte) è di Parigi, dove è nato nel 1967 da genitori di origine camerunense. Da qualche mese, però, si è trasferito a Milano, ed è così che ho l’opportunità di incontrarlo in zona Isola, al Laboratorio VI.P., dove ha in mostra alcune delle sue opere in occasione della collettiva Invisibili abitanti, focalizzata sullo sguardo sulle periferie da parte delle minoranze. È un tema caro a Pefura, che è cresciuto in Camerun – i genitori infatti avevano deciso di farvi ritorno – per poi tornare a Parigi per frequentare la facoltà di Architettura. Dopo essersi laureato ha deciso di dedicarsi esclusivamente all’attività artistica, ottenendo nel 2000 una residenza alla Cité Internationale des Arts.

 

Nessun elemento della sua biografia viene perso nel suo lavoro: il fatto di essere a cavallo tra due paesi e due culture totalmente diverse emerge tra le righe, mentre la formazione da architetto è visibile nell’attenzione che riserva all’idea di spazio e all’elemento urbano.

 

Mi spiega: «l’identità camerunense fa parte di me. Ma non mi interessa parlare direttamente della mia biografia, perché ritengo che l’esperienza personale dell’artista possa diventare una componente efficace dal punto di vista comunicativo solo quando si fa portatrice di un messaggio che possa parlare a tutti, in cui tutti possano in qualche modo riconoscersi. Non voglio rivolgermi solo ai migranti, ma anche alla gente del luogo, perché tutti possono spostarsi. Anche se di poco». Nel ricordo si conserva e si tramanda l’esperienza personale, la quale viene vissuta in un luogo preciso, ma poi si sposta con l’individuo.

 

Il concetto da cui parte Pefura è che tutti possiamo essere portatori di una cultura altra, dal momento che abbiamo alle spalle vissuti inevitabilmente diversi. Ecco allora la scelta di realizzare un’opera come Nos voyages immobiles (2014), in mostra al Laboratorio VI.P.: in una valigia da viaggio sono racchiusi piccoli palazzi di polistirolo, uno a fianco all’altro, tutti uguali. Questa valigia può appartenere ad un migrante come ad una persona che vive nel suo paese, nella sua città di origine. I palazzi in essa contenuti ricordano qualsiasi città, qualsiasi periferia. Essi possono fare parte del ricordo di una persona di origini francesi nata a Parigi così come di una persona di origini camerunensi nata nella stessa città. Se i luoghi fanno parte della memoria di tutti, entrando a far parte del bagaglio personale, sorge l’interrogativo: chi è lo straniero?

 

Nos voyages immobiles, Laboratorio VI.P., Milano, 2014

Nos voyages immobiles, Laboratorio VI.P., Milano, 2014

 

Da questa esigenza di parlare a tutti, deriva la scelta di non rappresentare nessuna città in particolare, ma una realtà che possa essere riconosciuta come propria, o simile alla propria, da qualsiasi abitante delle metropoli occidentali. L’ispirazione principale deriva tuttavia da un elemento concreto, ovvero le barres de logements, che si potrebbe tradurre come “stecca di abitazioni”, ovvero le grandi soluzioni abitative delle periferie parigine. Esse sono il simbolo dello sviluppo ipertrofico delle città. Costruzioni soffocate, palazzi ammassati, moduli che si ripetono senza variazione: tutte manifestazioni dell’urbanizzazione proliferante ed incontrollata, che non tiene conto delle esigenze di chi poi vi andrà ad abitare. «Le barres rispondono al grosso problema di sovrappopolazione che è conseguito allo sviluppo industriale, soprattutto dagli anni Sessanta in poi.

 

Al bisogno pressante di organizzare lo spazio viene data una soluzione veloce e affrettata. Non essendo frutto di uno studio dal punto di vista del piano urbanistico, ne deriva un risultato duro». Pefura insiste molto sulla durezza: duro è ciò che non si adatta alle esigenze altrui, in questo caso dell’individuo e dello spazio. L’errore è commesso dagli uomini che progettano questo tipo di costruzioni popolari, che tentano di addomesticare l’ambiente circostante secondo le loro esigenze di organizzazione e controllo. Viene imposto uno schema mentale rigido a ciò che rigido non è: la natura e le altre persone, tutte portatrici di esperienze diverse, e dunque non confinabili a soluzioni abitative soffocanti e serializzate. Ma alla fine l’identità emerge sempre, come in Non lieu, “Non luogo” (2014), dove allo stesso modulo – le finestre che si ripetono tutte uguali, corrispondono colori sgargianti. È l’interno delle abitazioni, ciò che è nascosto dietro a quei muri duri, che emerge con un’evidenza schiacciante all’esterno. Sulle facciate dei palazzi disumanizzanti si disegna l’umanità diversificata dei loro inquilini.

 

Non Lieu, Laboratorio VI.P., Milano, 2014

Non Lieu, Laboratorio VI.P., Milano, 2014

 

Il rapporto tra interno ed esterno è uno dei punti centrali del lavoro di Pefura, che si è laureato in Architettura proprio «per indagare il concetto di spazio nelle sue diverse e possibili declinazioni». Per chiarire questo aspetto decidiamo di incontrarci una seconda volta nel suo studio milanese. È qui che mi illustra alcune sue opere precedenti, tra cui Intérieur / Extérieur, presentata alla Galleria David Sorgato di Milano nel 2002, in occasione della sua personale Alta Tensione.

 

Una serie di radiografie fornitegli da un amico diventano il supporto ideale per la sua pittura: «si tratta di un supporto caricato, in quanto permette di vedere ciò che l’occhio umano non può vedere. È un paesaggio interiore». Il corpo, secondo Pefura, è il limite, la frontiera tra interno ed esterno, e l’RX permette di superare questo confine; la radiografia viene poi coperta dalla pittura parzialmente o interamente, per creare una sovrapposizione di piani tra lo spazio interiore e quello esteriore. E per interrogare ancora una volta lo spettatore, dissuadendolo da una frettolosa lettura: ciò che si vede è davvero ciò che sembra?

Sans titre - Intérieur / Extérieur, Galleria David Sorgato, Milano, 2002

Sans titre - Intérieur / Extérieur, Galleria David Sorgato, Milano, 2002

 

«Si tenta sempre di plasmare l’alterità ad immagine di ciò che noi ci aspettiamo che sia. A me interessa creare un rapporto stridente tra gli elementi, al fine di far scaturire un ragionamento inaspettato». Ciò succede anche in un lavoro esposto nel 2005 nello spazio di una fabbrica in disuso a Montreuil, in Francia. Il titolo è White Spirit, termine inglese che in Francia è usato per indicare l’acquaragia. «Ho notato che nelle istruzioni d’uso sull’etichetta vi è una contraddizione: “per lavare e per far partire il colore”». Il fatto poi che la bottiglia sia installata da una persona di colore, crea un’ulteriore ambiguità, uno stridore che fa riflettere anche sull’uso del termine stesso.

 

White Spirit,  Sputnik 347, Montreuil, 2005

White Spirit, Sputnik 347, Montreuil, 2005

 

«How clean do you have to be to be white?», è una delle scritte che realizza per Cl2, opera ideata per la collettiva Swimming Pool Expò, tenutasi nel febbraio 2006 presso la Piscina Romano di Milano. Gli artisti vengono invitati ad intervenire negli spazi interni e negli spogliatoi: Pefura sceglie la cabina per gli oggetti di valore, l’unica dotata di una finestra verso l’esterno. Installa un lungo filo a cui appende tanti ritratti su carta di persone di colore. Gli addetti gli avevano mostrato in precedenza tutti i sistemi di pulizia dell’acqua, tra cui le pastiglie di cloro e i filtri.

 

Il cloro disinfetta e sbianca allo stesso tempo; il filtro elimina fisicamente le impurità, non permettendo loro di entrare nella piscina. Si crea così un forte parallelismo tra il flusso dell’acqua, che viene depurato dal filtro, e il filo che viene arrestato dalla finestra, da cui pare che i ritratti appesi non possano uscire per raggiungere la piscina verso la quale sembrano diretti. «La piscina ripropone su scala ridotta la rigida geometria della città e le sue strette regole sociali», mi spiega, «inoltre i media in quel periodo parlavano moltissimo dei clandestini che arrivavano sulle coste italiane con i gommoni. Così il mio riferimento è anche agli immigrati bloccati alla frontiera».

 

Cl2 ,Swimming Pool Expò, Piscina Romano, Milano, 2006

Cl2 ,Swimming Pool Expò, Piscina Romano, Milano, 2006

 

Pur avendo esordito come pittore, Pefura si è spostato sempre più verso forme istallative e performative: tra le altre, la grande istallazione If You Can’t Swim (Frigoriferi Milanesi, Milano 2013), che ricreava le barres de logements attraverso l’accumulazione di 490 moduli di carta realizzati a mano dall’artista in un ininterrotto lavoro-performance di sei mesi; due grossi volumi si fronteggiavano, con un corridoio in mezzo che poteva essere percorso dal visitatore. Ma anche The Silent Way, presentata all’MMK di Francoforte quest’anno, altra istallazione per cui su grandi carte fluttuanti affisse a asticelle mobili sono riportati, bianco su bianco, versi del Paradiso della dantesca Commedia. Il fruitore è portato a spostarsi per indagare l’opera e per scoprire dettagli a cui bisogna necessariamente dedicare attenzione: superata la frontalità, egli partecipa alla sua costruzione di senso, diventandone anch’esso autore.

 

If You Can’t Swim, Frigoriferi Milanesi, Milano, 2013

If You Can’t Swim, Frigoriferi Milanesi, Milano, 2013

 

Attraverso gli interrogativi e l’inversione tra opposti solo apparentemente inconciliabili, Pefura provoca nello spettatore una vertigine percettiva. Chi è l’Altro? Bianco e di colore, autoctono e straniero, autore e visitatore. Interno ed esterno. Tutto dipende unicamente dal punto di vista da cui si guarda. Mai come oggi, la realtà non è un ambiente dato ed immutabile. La possibilità di conoscere noi stessi passa necessariamente dalla capacità di rapportarci con ciò che a noi è estraneo, perché siamo noi stessi estranei per gli altri.

 

D’altra parte, come disse James Clifford, i frutti puri impazziscono.

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