Il suonatore Jones

(o Della scomparsa della nebbia)

Diventando vecchio, la mia preghiera quotidiana – il mio motto, il mio proposito – sono diventati quel verso bellissimo che Fabrizio De André mette in bocca al suonatore Jones. Sì, lui. Jones il suonatore, «che fu sorpreso dai suoi novant'anni, e con la vita avrebbe ancora giocato».


Il motto di Jones dunque è questo: «ricordi tanti e nemmeno un rimpianto».
È un bellissimo bilancio di una vita, e per me anche la memoria ha questa accezione: non rimpianto, non nostalgia (almeno nella sua versione lamentosa), ma una montagna, un mare di ricordi.
E nemmeno un rimpianto.


Perché se memoria deve essere il rimpianto per «il bel tempo che fu», be’, a me non interessa, anzi, penso che il bel tempo che fu quasi mai era stato bello davvero. Infatti, allora, nel presente di allora, non lo percepivamo affatto così luminoso; bello lo diventa solo quando e in quanto passato, per noi che amiamo così tanto lamentarci, e così tanto mitizzare e rimpiangere la giovinezza.
I ricordi invece sono tutt’altra cosa.

 


Faccio ritorno spesso al mio paese d’origine, nella Bassa.
Qualche anno fa, improvvisamente, mentre guidavo, mi sono scoperto a pensare: ma dov’è finita la nebbia? Tutta la mia infanzia e la mia adolescenza, negli anni Sessanta, erano state letteralmente avvolte da quei nebbioni meravigliosi e terribili che duravano da novembre a febbraio e che si tagliavano davvero con il coltello, non per modo di dire.
Ricordo notti in cui paesaggi conosciutissimi e strade assolutamente familiari sparivano del tutto, si trasformavano in lande misteriose e surreali, e per fare pochi chilometri bisognava tirar giù completamente il finestrino della macchina e tenere la testa fuori per evitare di finire nel fosso.


Ricordo che spalancavo la finestra del mio studio, affacciato su un’infinita distesa di campi, ed era come se qualcuno avesse improvvisamente ingabbiato tutta la casa in una struttura di cemento, tanto era solida e grigia e vicina la nebbia, al punto da respingere dentro addirittura la luce della stanza.
E com’era bello il fiume di notte con la nebbia, paesaggio lunare e magico come nessun altro al mondo (non a caso è questa la nebbia che vediamo nei film di Fellini, da Amarcord a La voce della luna).


Una notte di novembre di pochi anni fa mi sono reso conto che quella nebbia era scomparsa, forse addirittura da un decennio. Ho sentito una fitta di nostalgia, nostalgia lamentosa, quella che dopo un minuto ti sprofonda con tutti e due i piedi nel famigerato «si stava meglio quando si stava peggio». Allora, mi sono fermato sul ciglio della strada, sono sceso dalla macchina e ho alzato gli occhi al cielo. Sopra di me, milioni di stelle brillavano limpide, luminosissime, mozzafiato. Ma… non era più bello della nebbia. E neanche... meno bello di quella nebbia che non permetteva nemmeno di vedere il proprio cappello.


Era semplicemente diverso.
Come dire? Era dopo la nebbia.
È così che ho trasformato la nebbia da rimpianto a ricordo.


Una cosa che c’era stata, e che proprio per questo mi sarebbe appartenuta per sempre, che non andava rinnegata, ma nemmeno rincorsa. La mia nebbia, quell’emozione, nessuno me le avrebbe più portate via. E adesso avevo guadagnato, in più, un cielo invernale pieno di stelle, assai poco padano, in verità, ma destinato anch’esso a diventare – nella mia più avanzata vecchiaia – un ricordo che nessuno mi avrebbe mai più potuto rubare.

 

Rivisitazione di un testo scritto per Bruno Cattani, fotografo.

 

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