Le storie di Cosimo

Cosimo era morto in primavera, a quattordici anni. La morte non aveva fatto in tempo a riscattarlo dalle bravate commesse ma aveva riempito il suo nome di mitologia. Io avevo nove anni, facevo la quinta elementare, e in classe ero nuova. Ero nuova in paese, a dir la verità, e di Cosimo non sapevo nulla. Ma a settembre parlavano ancora tutti di lui, i compagni, la maestra, come se l’incidente in cui aveva perso la vita fosse appena accaduto. Il suo nome saltava fuori ogni giorno, durante una partita al campetto – Cosimo sì che ficcava la palla in porta – o se scoppiava un litigio tra quelli delle medie – Cosimo, se gli girava, poteva pure picchiare un compagno; e poi sputava, e bestemmiava.


Io mi sentivo a disagio quando gli altri raccontavano storie su Cosimo. Perché le storie di Cosimo avevano il potere di escludermi. Ma come, non ti ricordi quella volta che ha centrato col motorino il cancello della scuola? Ah già, tu non c’eri.


No, io non c’ero, ero in un’altra città, in un’altra regione, e la regione in cui sarei venuta ad abitare occupava due pagine appena del sussidiario, tanto che la mia maestra l’aveva saltata nel programma, una strisciolina di terra, non valeva la pena. Io quella primavera passavo i pomeriggi a pedalare in cortile, e ignoravo che dall’altra parte dell’Italia ci fosse un paese pronto ad accogliermi, e che in questo paese facesse a pugni un ragazzino di nome Cosimo, pronto a morire, senza saperlo. Sembrava ci fossimo dati il cambio, sembrava se ne fosse dovuto andare per fare spazio a me, che per giunta non sapevo giocare a calcio e nemmeno dicevo parolacce, non ero una sostituta memorabile. Si scordavano di me persino al campetto, quando qualcuno esordiva con una storia di Cosimo, e lui d’improvviso ricominciava a esistere, mentre io sparivo, soltanto perché non l’avevo conosciuto, e non potevo sorridere, fare un pettegolezzo. Non potevo annuire né replicare quando dicevano che Cosimo era un ragazzo cattivo, a bassa voce perché non arrivasse all’orecchio della maestra. Si poteva parlare così di un morto? Non lo difendevo, e diventavo colpevole.


Ero in colpa per la morte di Cosimo. Perché non gli avevo mai voluto bene e il suo corpo imprigionato dalle lamiere non mi commuoveva come una cosa vera. Mi sforzavo di figurarmi la sua morte, nel tentativo di spremere una lacrima per lui, ma era più facile figurarmi la sua vita, fingere che avesse fatto parte della mia, per sentirmi come gli altri, per non essere esclusa.


Era stato un evento, l’incidente di Cosimo. Il primo grande evento nell’infanzia dei miei compagni. Aveva tagliato in due la primavera dell’87, l’aveva resa epica. Io da quell’evento non ero stata colpita, ero arrivata troppo tardi.
La sera pensavo a Cosimo, e mi chiedevo come si sarebbe comportato se mi avesse incontrata. Forse lui non mi avrebbe fatta sparire, forse mi avrebbe trovata divertente, persino carina, mi avrebbe chiesto di aspettarlo seduta sulle scalette della scuola mentre scartava un avversario, di tenergli la felpa sulle ginocchia; alle sei del pomeriggio se la sarebbe infilata sopra la maglietta umida di sudore e saremmo andati via insieme, mano nella mano, sotto gli occhi di tutti.


Morendo era diventato uno straniero, Cosimo, proprio come me. Apparteneva a un altro mondo, e a me quel mondo non faceva paura. A letto la sera potevo parlare con lui, in fondo era come pregare, leggere una favola, giocare a facciamo che ero. Facciamo che ero amica di Cosimo, facciamo che gli dicevo tutto, facciamo che mi ascoltava, che mi credeva, facciamo che potevo anche barare, pur di farlo stare dalla mia parte. Facciamo che alla fine forse ci innamoravamo anche, Cosimo e io, facciamo che mi mettevo con uno delle medie, uno che dava a tutti del filo da torcere, uno che solo io sapevo come prendere.
A nove anni non è reale ciò che tocchi, è reale ciò che ti tocca. Cosimo era diventato questo, una cosa che mi toccava.

La mamma della maestra morì d’estate, avevamo già finito gli esami. Ci portarono al cimitero dopo il funerale, nessun genitore pensò che fosse troppo presto per noi. Dopo l’incidente di Cosimo, la morte aveva fatto il suo ingresso nell’immaginario dei bambini: spaventosa o no, ormai era libera di essere nominata. Era passato un anno esatto dal mio arrivo, e in quell’anno avevo imparato non solo a ridere delle storie di Cosimo, ma a raccontarle a mia volta. A furia di sentirle le conoscevo a memoria, e nessuno obiettava, ma che ne sai, tu? mica c’eri, anzi capitava che qualcuno dicesse, proprio a me, ti ricordi quella volta che Cosimo, e io assentivo convinta, davvero me la ricordavo. Erano stati gli altri a dimenticarsi di lui a poco a poco, finché pure io avevo smesso di parlargli la sera.


Non ero mai entrata nel cimitero del paese. Mia madre mi aveva ordinato di non allontanarmi, ma io non potei fare a meno di seguire i miei compagni, partiti in una disordinata marcia in mezzo alle tombe, tra spintoni e pizzicotti, calci nel sedere e strilli, una lunga ricreazione.


Quando si fermarono, uno addosso all’altro, all’inizio non capii. Fissavano immobili, in apnea, una foto sfocata. Dovetti leggere il nome per sapere che era lui. Non dissi nulla, qualcuno si fece il segno della croce, qualcun altro si grattò la testa, finché il primo non si mosse, tana libera tutti, e gli altri gli andarono dietro, riprendendo a parlare. Forse proprio di Cosimo, non so. Perché io rimasi lì, con la lapide.


Per la prima volta vedevo il suo viso. Avevo voglia di passare le dita sul vetro ovale della foto, presentarmi, ciao Cosimo, eccoci finalmente. Ma gli altri mi avrebbero vista, che cosa avrebbero pensato? Mia madre forse mi stava cercando, se mi avesse trovata lì, che avrebbe detto? I miei compagni mi chiamarono, presi la rincorsa per raggiungerli.


Ti sbrighi?, urlavano, e io pensavo che Cosimo non sorrideva, nella foto, aveva una specie di ghigno sbruffone, i capelli sulla fronte. Che facevi?, mi chiesero, e Cosimo portava un giubbotto sportivo, invernale, ma strizzava gli occhi come se ci fosse troppo sole. Mia madre aveva detto non allontanarti, e chissà se conosceva la madre di Cosimo, se le aveva mai parlato. Io avevo parlato con lui ogni sera e non l’avevo detto a nessuno, e adesso che l’avevo guardato in faccia ero scappata via, perché chiunque avrebbe pensato che ero pazza, che parlavo coi morti, pure i morti che non avevo conosciuto. Cosimo fu il mio primo tradimento.


Chissà se lo avrei mai rivisto, se sarei tornata al cimitero, se mi sarei pentita di non averlo ringraziato – di cosa poi? Avevo usato le sue storie per prendermi uno spazio, lo avevo trasformato nel personaggio di una storia tutta mia, e nemmeno mi sfiorava l’idea di avergli fatto un torto. Il naso, per esempio, il naso non me lo ricordavo già più, se solo l’avessi guardato un po’ più a lungo, magari sarei riuscita a tenere a mente la forma delle labbra, magari sarei riuscita a capire com’è lo sguardo di uno pronto a morire senza saperlo, di uno che moriva mentre io pedalavo in cortile, dall’altra parte dell’Italia, uno che non ha fatto in tempo a conoscermi e non saprà mai niente, niente di me, uno che non ho fatto in tempo a conoscere, eppure so tutto, proprio tutto di lui.


Non mi accorsi nemmeno di girarmi, tornare indietro, camminare fino alla lastra di marmo con il suo nome, le sue date, 1973-1987. Chissà se gli altri erano rimasti in silenzio a guardarmi, se erano stupiti: del resto ero una straniera, dovevano aspettarselo. Non mi importava più.


Mi piazzai di fronte alla sua faccia da bandito. Aveva narici piccole, Cosimo, il labbro superiore si gonfiava al centro. Gli occhi socchiusi sembravano posati su di me. Restammo così per qualche minuto, lui intrappolato dietro il vetro, io sempre più vicina, per spiare ogni centimetro del suo volto. E forse avete ragione, lo ammetto, non si indaga una lapide con tanta avidità, è irrispettoso se non si tratta di un morto tuo. E non ci si appropria delle storie che non ci appartengono, ma io non ho fatto altro, nella vita, non ho creduto che in questo. E non avevo il diritto di considerare amico uno che non mi aveva scelto, che non avrebbe potuto scegliermi mai, eppure niente era stato più naturale, più giusto, dei miei monologhi a Cosimo. Forse ero un po’ strana a nove anni, a dieci, a trentasei, o forse era solo troppo bello, Cosimo, per morire a quattordici anni. Forse, quando poggiai le labbra sulla foto, quando lo baciai, qualcuno la considerò una violazione, invece era il mio saluto a Cosimo. Commosso perché era l’ultimo, e anche il primo.

Fotografia di Ferdinando Scianna

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06 Agosto 2014