Lo giuro

Nessun rimorso, dice il brief. E prosegue: Raccontate a Doppiozero le vostre storie di azzardo, di rischio. Nel momento in cui, al principio di questo articolo, adopero la parola brief, subito me ne pento. Lemma troppo feriale, screditato dall'uso storpiato che ne fece a suo tempo Nicole Minetti (brieffare), rubato al business english e poi trascinato in contesti d'uso impropri, secondo un borioso utilizzo dell'anglismo che circola qui a Milano. Ma soprattutto questa circostanza mi è prova di come un piccolo pentimento, e un minuscolo rimorso, siano presenti ogni istante, mimetizzati nei fluidi del pensiero.

 

Qual è stata la volta in cui, invece, non mi sono per nulla pentito di qualcosa che ho fatto? E c'è qualcosa che ho fatto di cui possa sentirmi addirittura or-go-gli-oso? Si sono verificati nella mia biografia eventi noti, episodi che hanno trasgredito le regole, ma hanno permesso un cambiamento positivo? La risposta è sì ed è custodita dentro un periodo della vita che risale ormai a molti anni fa. Primi anni '90. Un postino, un giorno, mi recapitò un rettangolino di cartone. Color verde acquamarina, menta, se non ricordo male. Oppure no: color carta da zucchero. O forse ocra. La famosa cartolina. M'informava che nel giro di pochissimo, forse un mese o meno, sarei dovuto partire per il servizio militare. Avevo dimenticato, infatti, d'inoltrare la richiesta scritta per fruire del cosiddetto rinvio. Tantomeno mi ero preoccupato di fare domanda per il servizio civile. Appena diplomato mi ritrovavo così scaraventato dentro una caserma. A Fano, nelle Marche al confine con la Romagna, sul mar Adriatico.

 

Prima di partire mi ero rasato a zero. Allo specchio gli occhiali da vista mi erano sembrati pieni di barocchi effetti luminosi, enormi e ridicoli. A Fano mi accompagnarono quattro amici. Viaggiammo inscatolati su una Y10. Passammo lungo una strada che saliva per l'Appennino, dove centinaia di rane, illuminate dagli abbaglianti, attraversavano da parte a parte la carreggiata. Non ricordo altro, se non i dreadlocks di Michele, al posto di guida, che avevano ballato per tutta la notte dentro lo specchietto. Alle 10 del mattino ero davanti al portone della caserma. Iniziò così la prima di quattro settimane di C.A.R, il centro addestramento reclute.

 

Ogni mattino, intorno alle sei e mezza, un caporale scuoteva con le braccia il telaio del letto a castello. Poi mi urlava “svegliaaa” nelle orecchie. C'insegnarono a rifare il letto servendoci di una tecnica chiamata 'il cubo'. Dovevamo ripiegare le lenzuola e le coperte, ficcando le une dentro le altre, fino a farne una specie di sandwich a forma di cubo, appunto. Coperte stupende, tra l'altro, color castagna, alte due dita, che la notte mi schiacciavano e infoibavano a centinaia di metri dentro me stesso, dove per via della stanchezza, ricordo, si formavano molti sogni e visioni. Ma io non riuscivo mai a farne un cubo di queste coperte. Anche perché il cubo doveva essere realizzato in circa un minuto, e c'era quel caporale che ti cronometrava. Così come aveva già cronometrato il tempo che era servito per lavarmi i denti e sciacquare la faccia.

 

Poi passavamo le mattine e i pomeriggi a marciare lungo il piazzale. Spesso con un fucile FAL in mano, che andava tenuto ogni volta in una certa posizione, e quando ti fermavi andava messo a terra seguendo un certo movimento, passando il fucile dalla presa di una mano all'altra. A mezzogiorno, per entrare in mensa, ci dovevamo mettere in fila. C'era sempre qualcuno che ti urlava in faccia. Mentre si marciava, mentre si stava in fila. Urlava in un italiano deformato, rabbioso, aspirato, simile ad un dialetto prussiano che dentro di me tuonava: un'arcana lingua fascista, tagliente come un pezzo di vetro.

 

Altre volte ci chiudevano in una specie di cinema, dove proiettavano dei filmati prodotti dall'esercito, con delle sagomine che rappresentavano il nemico: ci veniva spiegato, sostanzialmente, come difenderci da quel nemico o come ucciderlo. Intorno alle sei c'era la libera uscita. Ricordo la città fatta di una pianta semplice, a castrum romano, con strade pulite, larghe, che s'incrociavano a perpendicolo in un modo prevedibile, noioso, con i negozi Sasch e Diesel, e i manichini in vetrina, che mi toglievano la gioia di vivere. Ce ne andavamo in uniforme per il centro, sentendo su di noi lo stigma e gli sguardi un po' schifati dei borghesi. Oppure il velo della loro indifferenza, mentre ci passavano accanto nello struscio serale.

 

 

Non c'erano internet né telefoni. Le ragazze non ci degnavano di uno sguardo. Puzza di rancio, fureria e popolo. Eravamo sempre tra noi maschi, con gli anfibi, i capelli corti e una baldanza grottesca e fuori dal tempo. Caricature del passato, di un musicarello con Little Tony, mentre nei bar passava l'house music e i trentenni portavano le giacche rosa come Fiorello. Il servizio militare era qualcosa su cui era caduto un generale discredito, del resto. I giornali avevano raccontato Elvis Presley in divisa da soldato; e Gianni Morandi sotto le armi negli anni '60. Ma al tempo di Jovanotti in fanteria ad Albenga, nel 1988, la grande epica della naja, come rito pedagogico e virile, era già quasi del tutto tramontata.

 

All'inizio degli anni '90 eravamo nel mezzo di una marea, nel punto in cui le vecchie acque delle controculture libertarie e progressiste si mescolavano, sotto una misteriosa luna, a quelle nuove del godimento come imperativo, annunciato nel nascente ventennio berlusconiano. Quale fascino e potere di seduzione poteva ancora conservare, quindi, un rituale così obsoleto, fondato sulla legge, sull'ordine, sull'urlo e sulla gerarchia?

 

Il militare faceva schifo un po' a tutti, difatti, tranne ai pochi che avevano assorbito in famiglia le più polverose morali apologetiche, ultraconservatrici, neppure fasciste ma antichissime e piccolo borghesi, da Italia umbertina: il militare forma il carattere, io credo nell'Italia, e poi: personalmente amo il tricolore, la divisa mi emoziona e Fratelli d'Italia\L'Italia s'è desta\Dell'elmo di Scipio\s'è cinta la testa ♪ ♫ ♪ ecc. Per farla breve: ingoiato nello stomaco di un Leviatano; schiacciato, senza volere, sotto un grottesco frammento d'ideologia ottocentesca, pagando un prezzo abnorme per la mia superficialità.

 

Se dico che stavo morendo dentro, proprio non esagero. Per cui un giorno, in una circostanza solenne, durante l'adunata e le prove che si stavano facendo per la cerimonia del giuramento, decisi di fingere uno svenimento. Mi lasciai cadere a terra, platealmente, di fronte alla caserma schierata. L'obbiettivo era quello di farmi trasferire in barella in infermeria, quindi, e cominciare a marcare visita, come si diceva in gergo, per riuscire ad accumulare convalescenze, giorni su giorni di convalescenza, precisamente 78 giorni di malattia, termine con il quale si poteva sperare di venire congedati.

 

E pregavo che succedesse al più presto, anche perché volevo evitarmi di partecipare a quella cerimonia, di giurare per uno Stato che, in quella circostanza, sentivo essere non lo Stato espresso nella Costituzione, ma una deformità fascista ancora nascosta, pacchiana e mostruosa, dentro l'architettura repubblicana. Purtroppo al giuramento ci arrivai, anche se al climax della cerimonia gridai 'fanculo al posto di lo giuro, ma poi mi fermai giusto in quel punto della leva, alla fine del C.A.R.

 

Iniziai a marcare visite, a girare per qualche ospedale militare, fingendomi depresso, anche se depresso in realtà lo ero per davvero, per effetto del fascismo che non se ne andava dal mondo, pensavo, sic et simpliciter; continuai ad accumulare giorni di convalescenza, fino al momento in cui, totalizzati i 78 giorni di malattia, venni riformato grazie all'articolo 41, che mi classificava sotto una gamma di patologie dal suono per me glorioso: personalità fragili, insicure, abuliche, asteniche, labili di umore, anancastiche, immature, tossicofiliche, sessualmente deviate. Così, quando ogni tanto mi viene chiesto se esista qualcosa di cui io mi senta fiero, che io rifarei da capo, allora per l'ennesima volta racconto del giorno in cui finsi di svenire.

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