Nel cratere

Vivo al centro di una valle vicina a città, stazioni e autostrade, famosa per i carciofi e per la cipolla ramata. L’aria è buona, come la carne, il vino, la frutta, il pane. Il tempo è lento, i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo, e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano. I maschi si sposano giovani. Le femmine vanno in palestra un mese prima di sposarsi. Dopo il matrimonio ingrassano, sfornano figli, e a trent’anni ne dimostrano cinquanta.

 

A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune, i corpi dei vecchi assumono la posizione di quelli che si vedono al telegiornale dopo una strage. Incontro per caso la bambina con la quale giocavo da piccola nel giardino sotto casa. Anche lei è rimasta in paese. Abita a cento metri dal prato in cui giocavamo, e mi guarda come se non mi avesse mai incontrata prima. I miei compagni di Liceo si sono accoppiati tra loro e sono invecchiati presto. Li saluto durante la festa patronale, tra conversazioni che non restano.

 

Mi sono sempre guadagnata da vivere dipingendo quadri e creando oggetti piuttosto inutili. Ho tre amiche e nessun amico. La mia vita sociale è prossima allo zero. Una paura strana scompagina ogni mia intenzione. L’angoscia di non riuscire a fare tutto quello che devo non si placa neanche dinanzi alla rivelazione quotidiana di non avere niente da fare. Mi lamento di tutte le cose che si potrebbero fare e che non si fanno, ma io per prima faccio abbastanza schifo: non mi interesso di niente, credo poco in ogni cosa, non voglio partecipare, sto bene solo assente o defilata. Cosa deve cambiare? Non saprei nemmeno da dove iniziare.

 

Nel mio paese l’artista non è un mestiere con cui si pagano le tasse, ma un hobby che alimenta pittoresche leggende popolari. Per le amiche rimaste con me nel cratere, la mia è follia. Io sarei dovuta essere la prima a scappare, ma a 42 anni proprio non ce la faccio a trasferirmi a Londra o a Berlino, a imparare un’altra lingua, a lavorare in un bar fino a tardi; io che alle nove di sera vado a dormire, e che ho tutte le fisime di una vecchia zitella. Anche perché, tutto sommato, qui non si sta poi così male.

 

Vivo circondata da montagne a est e da colline a ovest: un paesaggio che mi ha insegnato il buono del limite, maestro di fatica, di pazienza e di misura. Sto bene perché non mi illudo. Una volta ho provato ad andarmene da qui, nell’impeto giovanile che porta a credere che altrove andrà meglio. Destinazione Milano: ci sono rimasta solo quindici giorni. Al primo appuntamento di lavoro ho litigato con l’assistente del titolare, un pugliese trapiantato al nord, che si mangiava le unghie e che si vergognava di sua madre, perché quando saliva a trovarlo viaggiava con una borsa piena di marmellate e teglie di pasta al forno, che poi, appena arrivata, scartava orgogliosa davanti a chiunque si trovasse in casa. A questo punto meglio il cratere, e senza rimorsi.

 

Sono passati 17 anni. Quando esco in strada, la gente si chiede se avrò messo la testa a posto, se porto le mutande, se sarò fedele al mio compagno, come sarà la mia casa, se mi drogo, se bevo, perché un artista che non si droga e che non beve che artista è? Qui la gente si accende per poco e ti fa sentire importante per meno. Sa gioire senza farsi tante domande, altre volte la semplicità diventa dabbenaggine, nella corsa alla mediocrità della sopravvivenza. Il circo della provincia mi intenerisce, mi affascina e mi diverte; è uno dei motivi per cui sono rimasta.

 

La provincia mi nutre coi suoi fatti che non accadono, coi suoi abitanti e i loro scambievoli silenzi. Le città sono pomate profumate sopra ferite che non si rimargineranno. I paesi di provincia sono onesti, perché le loro ferite le lasciano all’aria aperta ad asciugare, o a compiacersi del fatto che non guariranno. Non me ne sono andata da questo paese perché viaggiando ho capito che il mondo si somiglia dappertutto. Di certo, però, se fossi rimasta a Milano non avrei incontrato la piccola piazza di S. Felice. L’olmo al centro della piazza diventa in primavera la cattedrale di insetti e piccoli fiori. Qui, i festoni appesi per la nomina del nuovo sacerdote applaudono nel vento come foglie, legni che bruciano, palme in riva al mare. Davanti alla lapide in memoria dei caduti dell’ultima Guerra mi siedo e scrivo, raccogliendo i colpi della vita; vita che dormendo si rivolta, vita che azzanna, quando il mio amore per le cose diventa amico dell’errore.

 

Ieri è venuta a trovarmi una signora che ha perso il figlio da poco. Non ce la fa a rialzarsi, così, per distrarsi si è messa a dipingere. Viene per qualche consiglio sull’ultimo quadro, di solito il ritratto del figlio, che non riesce mai a finire. Mentre mi ringrazia, la vedo armeggiare con le mani nella borsa. Alla fine, caccia un pan di Spagna ancora caldo fatto apposta per me; non una fetta, ma un dolce intero, solo perché l’ho ascoltata un poco. Sono questi piccoli episodi, vasti silenzi, la paura di non farcela a darmi la spinta per un salto ancora. Ogni giorno mi dico: “Non chiuderti, conserva una mente curiosa, la capacità di amare l’esistenza col suo carico di varietà e bellezza”.

 

Quando il salto arriva, la vita va come un vento portato dall’urgenza del suo racconto. Ho tempo, ne ho molto in questo vivere cercando sempre quello che è già mio, nella certezza di esistere che avrei se solo io ci fossi.

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