Rischio Controllato

Da sempre gli facevano la riga da una parte. E lui non se ne era mai lamentato. Quando lo prendevano per pettinarlo, la mano andava sicura ogni volta nello stesso punto e voilà: la riga era fatta. Se succedeva di mattina, era opera di suo padre. Quando tornava da scuola, ci pensava la madre. Capitava perfino in vacanza, uscito dall’acqua del mare: “Così ti si asciugano a posto”. È facile mettere in fila cose geometriche, ma come si traccia una linea, sempre la stessa, in mezzo ai capelli? “Si va a occhio”, dicevano. “Mica serve misurare, ti viene a forza di farlo”.

 

Nota 1. “Andare a occhio” significa ripetere un certo segno con sufficiente precisione senza strumenti di misura ma tramite un allenato coordinamento di sguardo e memoria. Nel caso in questione quel punto preciso si trovava a circa trenta gradi rispetto al centro della testa (vedi figura A).


Quando cominciò a pettinarsi da solo, per prima cosa provò a spostare quella riga. Ci fu una volta che la portò fino verso l’orecchio. “Sembra che ti sei fatto il riporto” disse la zia. Un’altra volta la fece al centro. “Ti sei impazzito? – sbottò la nonna. – Mi sembri quel sudicio del figlio di Antonella!” (Secondo lei Antonella era capace solo di cose deviate e irregolari). “A me piace la riga in mezzo” provò a dire lui. La replica fu categorica: “La puoi tenere per casa ma non ci puoi uscire. Pensa se ti vede qualcuno”.
Mentre ubbidiva, fantasticava su cosa sarebbe stato uscire con la riga al centro. Di certo lo avrebbero guardato tutti e si sarebbero fatti delle idee. Avrebbero pensato che era un sudicio o che sua madre era una deviata e un’irregolare. Non poteva fare una cosa del genere alla sua famiglia. La riga tornò sui trenta gradi.
“Pensa se ti vede qualcuno” era il nocciolo di una teoria dello sguardo. Lo scopo non era la forma bensì la funzione. Non erano così poveri da badare alle apparenze per necessità, né così ricchi da usare l’alta rappresentanza come strumento di comando. La nonna veniva da una famiglia di farmacisti inurbati, fatto che, per complesse ragioni di nevrastenia sociale, comportava un’altissima opinione di sé.

 

Nota 2. La riga nei capelli – insieme a una manciata di convinzioni araldico-comportamentali – appartiene a quei codici che, in alcune discendenze, significano il ruolo occupato in mezzo agli altri. Secondo gli anziani di queste famiglie i valori della borghesia primonovecento sono intramontabili e sulla testa dei nipoti ricadono gli accordi di decennali leggi suntuarie.

 

La madre, col suo carattere pratico, sembrava tracciare la riga per scelta di comodo: un figlio maschio bisogna pur pettinarlo e così si faceva prima. Eseguiva il compito distrattamente, al modo con cui si caccia il gatto che è salito sul tavolo o come quando si tira il lenzuolo disfatto; uno di quei gesti con cui si mette a posto un inizio di entropia, prima che la situazione sfugga di mano.

 

Nota 3. Va detto, a voler essere scientifici, che la riga non può essere fatta in qualsiasi parte della testa: per riuscire bene bisogna infatti assecondare quei punti in cui i capelli si aprono in una vertigine naturale e lì – spingendo il pettine ora a destra ora a sinistra – valorizzare le predisposizioni del cranio. Di questo, però, il protagonista di questa storia non aveva contezza e attribuiva le ragioni di quella forma a questioni esclusivamente convenzionali: la riga (e la sua qualità) era niente più che un accordo tra adulti.

 

Col passare degli anni cominciò a capire che quell’imposizione figurativa esercitava un potere: quando parlava, gli si credeva. Non era il tipo da dire bugie – uno che accetta la riga in testa fa parte di coloro che stimano l’autorità – eppure, anche se aveva solo sette anni, quando parlava, se c’era da credere a qualcuno, credevano a lui.

 

Nota 4. Vista dalla luna la riga non è niente, un segno troppo piccolo per essere notato. Se la si guarda a volo d’uccello la riga è un addomesticamento, comparabile al solco dell’aratro. Per l’occhio di un uomo che passeggia appartiene alla specie degli alberi potati o messi in fila lungo i viali: è una decorazione, talvolta simbolica. Se però ci si avvicina di più, fino a guardare negli occhi chi la indossa, allora si comprende che la riga è appunto una forma sociale: rappresenta il desiderio di essere trattati con rispetto, di essere inclusi pur mantenendo un’opportuna distanza.

 

Cominciò a mentire. Non perché ne avesse bisogno, ma come verifica. L’importante era tenere la voce calma, offrendo le parole senza farle pesare; la riga nei capelli avrebbe fatto il resto. Per il suo primo esperimento scelse un compagno di scuola pettinato a porcospino. Un calcio sulle ginocchia e iniziarono le botte. Quando la maestra provò a dividerli, lui si voltò sfoggiando una riga perfetta e – al modo degli attori d’altri tempi che escono dalla palude con la piega a posto – con voce onesta disse: “Ma ha cominciato lui!”. E la maestra, vittima adoratrice di capigliature stereotipate, gli credette.
L’entusiasmo divampò. Si sentiva simile a uno scienziato che ha scoperto le proprietà di una materia sconosciuta: c’era dunque un ampio numero di adulti che subiva l’influsso della riga da una parte. Soprattutto donne, un po’ vecchie, con l’aria severa.

 

Nota 5. A giudicare dalle statue, la riga era sconosciuta agli antichi romani. Il Rinascimento gli preferiva i capelli lunghi, un po’ perché il taglio alla Gesù aveva un suo fascino, un po’ perché a quei tempi per ottenere rispetto bastava la spada. La riga sembrerebbe un’invenzione moderna, industriale. Come la giacca e la cravatta, con cui vestono gli impiegati nell’Ottocento, la riga è una costrizione incompleta: limitando i movimenti dice che non si svolgono attività faticose. È coeva alla scolarizzazione di massa e ne condivide gli aspetti normativi: la riga rimane a posto solo se si sta seduti. Gli operai la scelsero per distinguersi dai contadini, ma la riga è anzitutto cittadina e burocratica. La riga sembra piacere a chi vuole sentirsi a posto, quale ne sia la ragione. Oggi – che la simpatia ha soppiantato l’autorevolezza e il rango si esercita dissimulandolo – la riga sembra passata di moda. I politici conservatori, di destra e di sinistra, non hanno però mai smesso di tracciarla, forse in omaggio a Kennedy, forse perché chi conserva lo fa a prescindere.

 

“Non sei mai stato normale” gli diceva la madre, che con la riga provava almeno a salvare le apparenze. La scriminatura in testa significava e nascondeva: talvolta difensiva tipo un elmo, più spesso come quelle maschere teatrali dal ruolo cristallizzato. Se lo volevano buono, avrebbe rappresentato la bontà.
Il fatto che gli adulti non sospettassero cosa pensasse lo faceva sentire protetto. Né si sentiva in colpa a coltivare eventuali nefandezze, in fondo erano gli altri a crederlo in un certo modo; lui si limitava a non smentirli. Nel frattempo tramava piani, inventava tattiche, formulava strategie, non per guadagnarci qualcosa, ma per il piacere di esercitare il suo ascendente. “Io parlo, e mi si crede” si diceva. E già solo a dirselo se ne appagava, come capita in genere a chi trova più entusiasmante la compagnia dei propri miti che quella dei fatti altrui.
Aveva calcolato tutto. Quel pomeriggio aveva convinto due amici, Lorenzo e Bastian, a salire insieme sul terrazzo della scuola. Lorenzo portava i capelli a spazzola fissati con un gel lucidissimo che gli dava un’aria da esaltato. “Effetto bagnato” diceva la pubblicità e il risultato non sarebbe sfigurato in un album di Lombroso. Bastian era rispettato da tutti, pur risultando sotto alcuni aspetti eccentrico: era un parigino appena arrivato in Italia, portava boccoli quasi da femmina (che nessuno però osava prendere in giro) e dei pantaloni alla zuava di velluto bordò sopra i calzettoni bianchi. La prima volta che entrò in classe i compagni pensarono fosse mascherato da Lady Oscar, poi si arresero al fatto che i francesi sono un po’ così nella vita reale.
Lui, Lorenzo e Bastian. Li avessero ritratti in quel momento sarebbero stati la locandina di un poliziesco scalcinato: il buono, il bandito e il parigino. E lui era il buono, o meglio, lo rappresentava in modo inappuntabile.
Per l’occasione non aveva lesinato energie. Si era fatto una riga tirata con perfetta imprecisione: qualche capello era stato infatti mosso ad arte per ottenere il giusto tocco di nonchalance. Quella per i dettagli sembra sempre una mania a chi non la coltiva, ma per un virtuoso come lui, convinto che stare al mondo fosse un pezzo di bravura, era prioritario che nel risultato lo sforzo passasse inavvertito. Fu il suo capolavoro.

 

Nota 6. Una riga credibile deve cadere vaporosa, senza affettazione e in nessun modo risultare inamidata. Sul piano dell’effetto d’insieme gli esiti sono diversi: su un uomo brutto la riga è una condanna; accentua i difetti, incorniciandoli. Su un uomo bello ne può aumentare il fascino. Come il reggicalze per le donne, la riga è un laccio che contiene quello che vorrebbe straripare: su uomo bello la riga promette di essere scapigliata al momento giusto.

 

Stavano dunque sul terrazzo. Di sotto, oltre il cornicione, si vedevano le persone passare. “Comincia tu” dice lui, rivolto a Bastian. E Bastian tira fuori dalla cassa una bottiglia vuota. Si affaccia e la tira di sotto. Quella si frantuma a pochi centimetri da una tizia. Si sporgono per capire meglio. Intanto si è creato un gruppetto intorno alla tizia, che adesso sta seduta a terra. Forse una scheggia di vetro l’ha ferita? Non si capisce. Non si riesce a vedere bene. Dalla strada invece qualcuno li ha visti e ha dato l’allarme.
Scappano. Giù per la scala. Alla fine della prima rampa Lorenzo corre a sinistra e si nasconde nei bagni. Lui e Bastian si infilano a destra, per la scala di servizio. Girato l’angolo si trovano di fronte la Martini, la maestra della B. È donna, un po’ vecchia, con l’aria severa. Bastian tace, terrorizzato. Lui al contrario la guarda in faccia, sfidandola con gli occhi del candore. “Chi avrà mai il coraggio di dire che il re è nudo se il re ha un’impeccabile riga da una parte?”. E invece quella gli molla uno schiaffo. Uno solo. Secco. Solo a lui, che per la prima volta si ritrova senza riga, squadernata dal colpo inaspettato. “È un’ingiustizia – dice, indicando l’amico – Io non c’entro. È Bastian che mi ha costretto a salire.” Ma concentrato sui boccoli parigini, sui pantaloni alla zuava, sul gel e sulle tattiche non aveva dato peso al dettaglio che lo incastrava: Bastian non aveva un braccio.

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