Nessuno ha ucciso Tiziana

Andiamo subito al punto: se vogliamo capire davvero la vicenda di Tiziana Cantone, dovremmo mettere da parte questo sentimento divenuto oramai mantra costante della Rete: l’indignazione morale. Una volta Marshall McLuhan disse: “L’indignazione morale è la strategia adatta per rivestire di dignità un imbecille”. Mai parole furono più appropriate: indignarsi è il più facile degli stratagemmi retorici, quando non si ha poi molto da dire, ma lo si vuole dire con la voce più alta possibile. E in una logica da economia dell’attenzione quale è quella che guida i social network, basta gridare più forte per ottenere il numero più alto di like e commenti compiaciuti dalla propria cerchia di pubblici connessi.

 

Per cui – mi spiace – ma non trovo grande differenza tra le predicazioni morali che in queste ore hanno voluto interpretare forzatamente la vicenda di Tiziana, incanalarla nel proprio frame valoriale, con l’unico risultato di tracciare linee di confine tra giusto e sbagliato, individuare il barbaro contro cui scagliarsi. Ci sono quelli che hanno fatto passare Tiziana come una vittima – il nemico sceglietelo voi: la Rete, il cyberbullismo, il giornalismo di costume, i milioni di utenti che hanno riso, condiviso e contribuito a trasformare il suo video in un tormentone, la società patriarcale (quello non manca mai). Poi ci sono quelli che hanno tentato di raccontarla come un carnefice, avanzando senza pudore l’idea che Tiziana in fondo “se l’è cercata”, come se amare il sesso fosse qualcosa di riprovevole, come se voler giocare con gli immaginari della pornografia fosse qualcosa che ci colloca automaticamente lontani da una dimensione etica, talmente al di fuori da rendere legittima quella vergogna che sfocia nel suicidio. Tali posizioni si equivalgono, dal momento che l’indignazione non perde occasione di commentare ogni vicenda a partire dalla presunzione di essere titolari di chissà quale moralità.

 

No. Tiziana non era un angelo, né un demone. Trovare vittime e colpevoli è un lavoro che spetta alla magistratura, non attiene all’opinione di quattro teorie sociologiche raffazzonate. Così facendo, non ci accorgiamo che stiamo consegnando la nostra civiltà – che sul dibattito e lo scambio di idee dovrebbe basarsi – all'irrazionalità di un approccio emotivo, che finisce per avvantaggiare solo ed esclusivamente quel sistema mediatico che proprio sulle emozioni costruisce le sue audience.

 

Perché se continuiamo a vivere ogni vicenda in questo modo perdiamo di vista la capacità di ragionare, di individuare i problemi e pensare alle possibili soluzioni. Non c’è bisogno di avere un nemico contro cui scagliarsi. E, se non ve ne siete accorti, nella vicenda di Tiziana, il nemico non c’è. Ci saranno dei colpevoli – lo speriamo tutti. Ci sarà qualcuno che pagherà per aver diffuso illegalmente filmati che erano stati fatti per rimanere privati all’interno di una ristretta cerchia. Ma smettiamola di cercare affannosamente un nemico, altrimenti finiamo come i protagonisti della poesia di Costantino Kavafis, che a forza di aspettare i barbari, non si erano accorti che i barbari in fondo non c’erano mai stati.

Se non c’è un nemico, è perché la vicenda di Tiziana smuove qualcosa di più radicale, qualcosa che riguarda quello stato di connessione che costituisce esperienza di vita quotidiana per ognuno di noi. In questo stato di connessione perenne in cui siamo immersi, come direbbe la studiosa Helen Nissenbaum, non esistono più una sfera privata e una pubblica, ma una pluralità di spazi, all’interno dei quali le informazioni acquistano significato a seconda del contesto in cui vengono veicolate, degli attori che le ricevono, dalle aspettative sociali che vengono investite in esse. Per questo, il vero problema non è legato all’informazione in sé, ma al contesto in cui viene resa pubblica. Più che invocare una generica tutela della privacy, sarebbe opportuno riflettere proprio su tale mancanza di “integrità contestuale” a cui sono sottoposti quotidianamente i nostri dati personali.

 

Tiziana voleva essere pubblicamente visibile, ma non aveva avuto modo di prevedere i gap contestuali che avrebbero portato i suoi contenuti in spazi e contesti talmente lontani da rendere quei contenuti stessi completamente svincolati dalla storia dei suoi autori, dalle loro intenzionalità. Per questo, condannare le persone che hanno visto, condiviso, parodiato il video di Tiziana è quantomeno ridicolo. Nel flusso di filmati pornografici amatoriali che imperversano in Rete, quello di Tiziana era un contenuto da consumare come un altro. Ecco, fingete che non avete mai visto un porno amatoriale in rete prima d’ora e provate a cercarne qualcuno. Troverete titoli come "In macchina con una VEDOVA di CHIANCIANO dopo la scuola”;“Condividere la moglie ormai è diventata una moda. Se volete ve la presto”. Milioni di persone ogni giorno visualizzano filmati come questi, e milioni di persone probabilmente si sono imbattuti nel video di Tiziana, magari titolato con epiteti poco gentili, ma perfettamente in linea con l’universo della pornografia contemporaneo. Se quello era il contesto il cui l’informazione era traghettata, di cosa dovrebbero essere ritenuti colpevoli costoro?

 

E lo stesso ragionamento vale per le migliaia di parodie che sono state fatte del famoso tormentone “Stai facendo il video, bravoh!”: la sua ripetizione ossessiva e reiterata aveva oramai reso del tutto ininfluente la presenza originaria del suo autore. Come direbbe Derrida, il significato di qualsiasi segno scritto non dipende mai dall’intenzionalità del suo autore, è sempre differito nel futuro, proiettato in un orizzonte aperto di continua risignificazione. Le parole di Tiziana erano diventate un fatto di costume, vivevano oramai di vita propria. Come si può valutare la responsabilità etica di chi ha fatto proprie e consumato quelle parole alla stregua di qualsiasi meme divertente che circola in Rete, non considerando in alcun modo il contesto in cui tale flusso informativo circolava?

 

E allora se davvero vogliamo capire quello che è successo a Tiziana, dovremmo iniziare a ricostruire anzitutto il vocabolario con cui parliamo della Rete per capire davvero quali sono le condizioni abilitanti di questa tecnologia che tutti noi utilizziamo. La tecnologia non è semplicemente quello che noi facciamo con essa. La tecnologia è un sistema di creazioni che si autorafforza, il cui unico obiettivo è perpetrare sé stesso, arrivando a un livello tale di complessità da raggiungere una sorta di indipendenza. Come sostiene Alberto Abruzzese nel suo Il Crepuscolo dei barbari, le reti digitali determinano una tale destrutturazione dei rapporti spazio-temporali che il soggetto si trova sempre più implicato all’interno di spazi fisici anonimi e senza storia, veri e propri non luoghi liberi da quelle marche disciplinari di confine e di contenuto con cui la società tende a territorializzare l’esperienza e vincolarla all’egemonia della sua volontà di civilizzazione più tradizionale. Spazi senza forme di sovranità della Bellezza e del Bene. Senza etiche ed estetiche rassicuranti. La tecnologia è una potenza endogena dell’esperienza contemporanea e non esogena, e sarebbe il caso che si iniziasse a fare i conti con questo, invece di invocare facili progetti educativi.

 

Attardarsi a individuare i buoni e i cattivi, insistere a sostenere ingenuamente che la Rete è uno strumento neutro, che sono i nostri usi sociali a poterla sempre definire, non ci farà capire nulla di vicende come quelle di Tiziana. A meno che non si voglia continuare nell’esercizio dell’indignazione, che è in fondo sempre un buon modo per rivestire di una qualche dignità teorica le proprie predicazioni morali.

René Burri, Newspaper Seller on Florida Street, Buenos Aires, Argentina, 1958

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