87 ore. Una morte di Stato

87 ore è l’ultimo film di Costanza Quatriglio. Non è difficile prevedere che susciterà un’accesa, e forse aspra discussione. Su che cosa? Sull’opportunità di utilizzare nel film una parte delle 87 ore di riprese effettuate, senza interruzione, da diverse telecamere di sorveglianza a circuito chiuso all’interno del Reparto di psichiatria dell’Ospedale di Vallo della Lucania tra la mattina del 31 luglio e la notte del 4 agosto 2009. Che cosa si vede in quelle immagini?  Si vede l’ingresso in Ospedale di un paziente sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), la sua sedazione e la sua successiva contenzione in un letto dove quel paziente sarebbe morto nel giro di poco più di 4 giorni senza che in nessun momento gli fossero state tolte le fasce che lo assicuravano alla branda mani e piedi. Senza che nessuno gli avesse mai rivolto la parola o gli si fosse avvicinato se non per girarlo, pulirlo, coprirlo con un lenzuolo, infilargli degli aghi e delle sonde, spostarlo da una stanza ad un’altra.

 

 

 

Come era successo? Il 31 luglio 2009 Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di 58 anni, noto per le sue simpatie anarchiche, viene raggiunto dalle Forze dell’ordine sulla spiaggia di San Mauro nel Cilento, dove si era rifugiato cercando di sottrarsi a un inseguimento in auto. Mastrogiovanni era ricercato perché la sera precedente aveva manifestato “anomalie comportamentali” guidando ad alta velocità nell’area pedonale di Acciaroli. L’uomo non oppone resistenza e si limita, a detta dei presenti, a intonare canti anarchici in modo sguaiato. Considerato passibile di TSO, viene condotto nell’Ospedale più vicino, nonostante le sue proteste.  Si tratta dell’Ospedale in cui, 87 ore dopo, Mastrogiovanni sarebbe morto.

 

Ci sono state, naturalmente, conseguenze penali. Nel processo di primo grado i 6 medici che si erano avvicendati nel Reparto durante il Trattamento inflitto a Mastrogiovanni sono stati condannati; sono stati assolti invece i 12 infermieri che “pur essendo esecutori di un ordine criminoso – si legge nella sentenza – agivano ritenendo di obbedire a un ordine legittimo”. Quest’ultima decisione è stata considerata impugnabile dalla Procura e contestata dai difensori e dai familiari di Mastrogiovanni, che hanno fatto ricorso in Appello. Il processo di secondo grado è tuttora in corso. Un altro punto va chiarito. Le riprese effettuate dalle telecamere di sorveglianza sono state acquisite nel corso del Processo di primo grado e successivamente trasmesse in streaming sul sito del settimanale “L’Espresso” con il consenso dei familiari di Mastrogiovanni. Si tratta dunque, a tutti gli effetti, di un documento pubblico. Chiunque avrebbe potuto accedervi, come si può accedere, con certe restrizioni (comunque non insuperabili), alle immagini che mostrano altre torture e altre morti: per esempio quelle che vengono fatte circolare dal sedicente Stato Islamico.

 

C’è nondimeno una differenza di rilievo tra queste due forme di attestazione pubblica dell’orrore: tanto sono intenzionali, attenti alla confezione e provvisti di finalità comunicative i video dell’IS, quanto impersonale, povero e privo di qualsiasi scopo eccedente il formato del “circuito chiuso” è il filmato delle telecamere di sorveglianza dell’Ospedale di Vallo. La cui unica funzione, appunto, sarebbe stata quella di “sorvegliare”.  Ma sorvegliare che cosa, se la totale visibilità di Mastrogiovanni per 87 ore consecutive non ha impedito che egli morisse per soffocamento (edema polmonare acuto) e le lacerazioni e i segni lasciati sul suo corpo dai molti tentativi di divincolarsi sono stati osservati, e correttamente interpretati, solo sul suo cadavere, dal medico che ha eseguito l’autopsia? Altre due domande si affacciano. Ecco la prima: il documento rappresentato dalle 87 ore di riprese delle telecamere dell’Ospedale di Vallo della Lucania fa parte o no della storia di contenzione, passione e morte di Francesco Mastrogiovanni? In altri termini: quella storia e il suo orrore sono dissociabili dal fatto che esiste un documento che li attesta (non dico ancora, e a ragion veduta, che li “testimonia”)? O non sarà vero, piuttosto, che quel documento, al di là del suo valore probatorio, è un elemento essenziale di quella storia, qualcosa di cui quella storia stessa potrebbe voler reclamare la presa in carico e l’elaborazione? Seconda domanda: quelle immagini che suscitano sgomento – in mezzo alle quali in un certo momento, pur non determinabile, noi che le guardiamo sappiamo di aver visto un uomo che muore, sappiamo di non aver potuto abbassare o volgere altrove lo sguardo – quelle immagini si possono mostrare, si possono forse elaborare oppure si debbono custodire pietosamente in una cripta dove nessuno sguardo le possa raggiungere, o addirittura sarebbe giusto distruggerle?

 

È evidente che per rispondere alla seconda domanda bisognerebbe aver già preso partito a proposito della prima. Se è infatti vero che quella condizione abnorme e mostruosa di visibilità – o di cecità – fa parte, intimamente, della passione e della morte di Mastrogiovanni, allora ci dev’esser qualcuno che si assume la responsabilità di dire che, sì, quelle immagini si possono e si debbono elaborare e rendere condividibili. E di aggiungere che la decisione di non farlo, per quanto confortata da innumerevoli motivazioni a tutti note e da tutti comunemente sottoscritte (e cioè che la morte è il più privato degli eventi e che farla vedere e un’oscenità e via dicendo), quella decisione sarebbe, nel caso specifico, la sottrazione di un diritto reclamato dalla vittima e, in termini più generali, e anzi direi storici, la sanzione di un catastrofico arretramento di fronte a un compito – elaborare le immagini dell’orrore – che ci viene posto ogni giorno e che ogni giorno noi eludiamo abbassando lo sguardo o volgendolo altrove.

 

Ma come presentare quelle immagini? Come far parlare quel documento muto e ostinatamente sigillato nel suo “circuito chiuso”? Come dargli un senso? Come trasformare un documento in una testimonianza? Come ottenere che quelle immagini ci rivolgano un appello e ci riguardino, in tutti i sensi dell’espressione? Ecco le questioni che Costanza Quatriglio ha affrontato, senza indietreggiare, nel suo ultimo film. Con un’audacia pari solo all’immensa cura dedicata alla materia prima del suo lavoro: il martirio invisibile di un uomo risucchiato nella follia del suo essere divenuto, per 87 ore, totalmente e ininterrottamente visibile. Ma visibile come lo è una cosa, un corpo reificato e destituito non solo di ogni riferimento alla persona, ma anche di ogni riferimento alla sua medesima corporeità, al suo essere sensibile. Un corpo che comincia a parlare solo nella condizione del cadavere, come sentiamo dire dal medico che ha eseguito l’autopsia: “Le domande ben fatte a un cadavere danno sempre una risposta che si avvicina alla verità”.

 

Occorre dunque dirlo chiaro e forte: anche in questo film di Costanza Quatriglio, come in altre opere recenti, sue e di molti altri autori che oggi lavorano in modo completamente nuovo a un “cinema della realtà” (una volta si chiamava “documentario”, ma questo termine diventa ogni giorno più penosamente inadeguato), anche in questo film ciò su cui ci viene chiesto di prendere partito in modo meditato e non effimero è la questione, radicale e ineludibile, della verità delle immagini in un mondo strabordante e saturo di immagini come il nostro. Che questa verità possa conseguire solo da un processo di elaborazione estremamente complesso (molti fili si intrecciano nel film) e accurato fino allo spasimo (non c’è fotogramma della passione di Mastrogiovanni che sia transitato nel montaggio del film senza la cura che si deve al più prezioso dei reperti) forse non ci è ancora abbastanza chiaro: le immagini non parlano mai da sole, non ci dicono mai la verità in modo diretto e per virtù propria. E quando ciò accade, o sembra accadere, o ci piacerebbe che accadesse, bisognerà chiedersi quanto sia duraturo il loro effetto. E se per caso non ce ne serva un dosaggio quotidiano sempre maggiore per non disperdere le emozioni (effimere) che ci sembra di aver provato quando le abbiamo viste. Penso alla fotografia del piccolo Aylan morto annegato su quella spiaggia turca, e a tutto il lavoro di elaborazione che quella immagine ci richiede (e che forse qualcuno un giorno o l’altro potrebbe fare) per arrivare a riguardarci, sul serio e stabilmente, come un lutto che sia anche, e per davvero, il nostro.

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