Daniele Vicari. Diaz

Quando un film si propone come rielaborazione di fatti storici che, per quanto attutiti dalle intermittenze della memoria mediatica, bruciano ancora nel presente, entra di peso nel discorso pubblico, con tutto il peso specifico di quella macchina di finzione e persuasione che è il cinema e, dunque, con le relative responsabilità. Soddisfare insieme le esigenze di un’analisi storica rigorosa e la funzione di sintesi memoriale che gli è più o meno esplicitamente attribuita non è compito facile, anche perché, quando si interrogano le responsabilità del cosiddetto cinema civile, si tende spesso a chiedere troppo o troppo poco. Se andiamo a guardare alcuni commenti comparsi all’uscita di Diaz, ritroviamo questa oscillazione fra chi rimprovera al film approssimazioni e reticenze sospette, rispetto al proposito di attenersi agli atti dell’inchiesta, e chi lo celebra convinto che le sue immagini forti e necessarie possano colmare quello che per dieci anni è rimasto un opprimente fuori-campo della memoria e auspicando che questa visibilità possa “sanare una ferita”.

 

 

Ora, se, da un lato, risulta piuttosto sterile pretendere da un film narrativo commerciale un rigore documentario che esaurisca la complessità del materiale storico, dall’altro, sarebbe opportuna anche qualche riserva in più prima di investirlo di una funzione di pubblica catarsi. Per “far entrare i fatti nella memoria collettiva” un film di finzione deve pur sempre sottoporli a un trattamento che sacrifica la caotica frammentarietà della Storia in vista dell’efficacia drammaturgica, perché un contributo alla costruzione memoriale non risiede tanto nella pura esposizione dei fatti, quanto nella loro orchestrazione emotiva. Così, attenendosi puntigliosamente ed esclusivamente ai fatti, il film cerca la sua efficacia in una retorica decisamente muscolare, come se l’unico modo di coinvolgere lo spettatore fosse stordirlo, esporlo alla vertigine dell’evento. Il pugno nello stomaco è ben assestato: nel migliore dei casi, si può dire che Diaz è un salutare choc contro l’anestesia riservata dalla società attuale al proprio (diventare) passato e che la faticosa equidistanza che cerca di mantenere non assume mai (per fortuna) i toni della riconciliazione. Si mostra insomma abbastanza coerente col proprio sottotitolo, don’t clean up this blood: il sangue non si pulisce, le ferite non devono cicatrizzarsi (almeno fino a quando i responsabili conserveranno l’impunito cinismo che hanno finora dimostrato).

 

 

Ma l’integrità delle intenzioni non è sostenuta a sufficienza da quella delle scelte stilistiche e narrative, che presentano diverse falle, alcune trascurabili, altre ben più fastidiose. La qualità bruta e accidentata del digitale riesce a rendere la tensione testimoniale delle immagini di repertorio, invitando pure a sorvolare sulla disinvoltura con cui Vicari mescola quelle autentiche alla messinscena. La struttura narrativa frammentata, con i continui andirivieni temporali scanditi dal brutto leitmotiv della bottiglia roteante, per quanto confusa e inopportuna, si può sempre giustificare con l’intenzione di restituire l’atmosfera convulsa e il senso di spaesamento con cui tanti destini diversi convergono e precipitano nel vortice della Storia. E allo stesso modo l’atmosfera thriller dell’irruzione traduce in suspence narrativa il terrore e lo sgomento di fronte alla sospensione di ogni diritto che fa della scuola assediata una zona di guerra, dove la contrapposizione non è certo tra tutori dell’ordine e facinorosi, ma tra due idee di politica radicalmente opposte e fatalmente sproporzionate nei rapporti di forza.

 

 

E proprio qui, a mio parere, lo sdegno del film di Vicari trova il limite della sua confezione, perché sembra che proprio questa politicizzazione, cruciale per inquadrare le ragioni e le responsabilità di quell’operazione, venga rimossa o almeno stemperata dagli stereotipi e dalle suddivisioni schematiche che vengono tracciate: così il poliziotto responsabile si sgancia dalla ferocia del branco, così i black bloc la scampano, mentre i cittadini innocenti restano incastrati. È chiaro che anche questa concentrazione sui destini individuali, che lascia emergere soprattutto figure strategicamente tangenziali rispetto ai ‘gruppi’ di cui fanno parte, oltre a testimoniare la natura plurale e sfaccettata del movimento di Genova, serve ad avvicinare il più possibile lo spettro di quella catastrofe democratica al cittadino-spettatore. Ma il fatto che le ragioni di quel movimento rimangano sostanzialmente inespresse, così come un po’ troppo sfumata resta la volontà politica che a quelle ragioni ha risposto con le manganellate della Diaz, finisce per privare questa ricostruzione memoriale di una vera visione storica.

 

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