David Cronenberg. A Dangerous Method

Come il romanzo di John Kerr dal quale è tratto, A Dangerous Method, focalizza la propria attenzione sul complesso rapporto che Carl Gustav Jung intrattenne a partire dal 1904 con la propria paziente prima, e amante poi, nonché futura psichiatra, Sabina Spielrein e contemporaneamente col proprio mentore e padre putativo, Sigmund Freud. Questo curioso triangolo è divenuto, in tempi recenti, non soltanto oggetto di studi e ricerche biografiche, ma anche spunto per numerose opere artistiche fra le quali vale la pena ricordare oltre al già citato lavoro di Kerr, la pièce teatrale di Christopher Hampton, sceneggiatore del film di Cronenberg, “The Talking Cure” del 2002 e senz’altro, sempre del 2002, la pellicola Prendimi l’anima di Roberto Faenza, inedito ritratto della Spielrein che ha suscitato non poche polemiche.

Temi noti quindi. Indagini per nulla nuove che Cronenberg affronta con evidente interesse e fascinazione soprattutto per i risvolti più morbosi della dottrina freudiana.

E se, come già in Spider (2002), egli sembra abbandonare il consueto immaginario demistificante e perverso legato alla rappresentazione del corpo in luogo di una più attenta riflessione per pulsioni patologiche e ontologiche della mente, non cessa di porre il soggetto umano al centro del mondo che descrive.

In questo film in particolare, il regista canadese trova il modo indagare la figura umana non soltanto come elemento da cui si originano passioni e germi creativi ma anche e soprattutto come soggetto in divenire e cardine dello scorrere di esistenze eterne e universali.

Non è un caso, infatti, che egli inserisca la propria storia in un ambiente, quello dell’Europa dei primi anni del ventesimo secolo, profondamente multiforme e evocativo.

Giocando con le contrapposizioni, infatti, Cronenberg riesce molto bene a inquadrare un’epoca cruciale per la nascita della modernità, cogliendo, a un tempo, lo spirito di novità che pervade l’ambiente mitteleuropeo di inizio Novecento e il fascino austero del passatismo nostalgico della Belle Époque – pensiamo a tal proposito al contrasto che si genera tra le idee progressiste della Spielrein e lo spirito reazionario di Emma Jung oppure a quello, sibillino, tra l’immagine verticale della New York degli anni dieci e quella geometrica e appiattita della Vienna asburgica.

Se l’intento diventa quindi quello di cogliere il momento ancor prima di proporne l’analisi, diviene impossibile non trovare nella messinscena cronenberghiana echi e allusioni a un’altra disciplina che muoveva i primi passi in quegli stessi anni: il cinema. Il medium, cioè, che della scienza freudiana incarna il riflesso visivo per eccellenza. Come la psicanalisi figlio del Novecento, elemento fondante della modernità e frutto di una straordinaria sintesi di scienza applicata alla creazione di immagini, al linguaggio e al pensiero.

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