The End of the Tour

In Italia non è ancora arrivato, e per il momento non è ancora prevista una sua uscita. Qualche settimana fa la Festa del cinema di Roma l’ha presentato in anteprima europea, e in quell’occasione abbiamo avuto modo di vedere The End of the Tour, il film dedicato all’incontro e alle conversazioni fra David Foster Wallace e David Lipsky e ispirato al libro del 2010 Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (in originale, Although of Course You End Up Becoming Yourself: A Road Trip With David Foster Wallace), che lo stesso Lipsky ha tratto da un’intervista registrata per la rivista «Rolling Stone» nel 1996 e poi mai pubblicata.

 

A dispetto della produzione indie che non si discosta troppo dalla medietà stilistica del genere; al di là dell’operazione virata a una nostalgia e una malinconia figlie non tanto della vera personalità di David Foster Wallace, quanto, a posteriori, del suo tragico destino, The End of the Tour è un film sull’anima travagliata e divisa di due scrittori americani, o forse in generale di ogni scrittore e artista; un film sulla guerra sempre persa, sempre devastante, fra l’io letterario e la personalità soffocata nella vita di ogni giorno. The End of the Tour, con i dovuti distinguo, con un tono e uno stile meno grotteschi e rabbiosi ma per l’appunto più dolci e rassegnati, è una versione cinematografica dell’Informazione di Martin Amis, capolavoro del 1996 in cui il romanziere inglese immagina la sfida a specchio fra due scrittori amici e rivali, uno geniale e fallito e l’altro stupido e di successo, raccontandola dal punto di vista desolato e rabbioso del primo.

 

L’incontro fra Lipsky e Foster Wallace è vero, il legame che s’instaurò fra i due nei giorni trascorsi insieme, tra la casa dell’Illinois in cui Foster Wallace viveva e le ultime tappe del tour promozionale per Infinite Jest (nel film si vede solamente il viaggio a Minneapolis), è riscontrabile nelle parole di Lipsky, nelle pagine di un libro definito un incontro a due degno di Tom Stoppard, potenzialmente tanto tragico quanto grottesco. Il reciproco rispecchiamento, lo scontro silenzioso e sottilmente feroce tra Lipsky e Foster Wallace nel libro rimane in qualche modo inespresso. Scegliendo di riprendere le sue registrazioni due anni dopo la morte del vecchio amico, Lipsky vede le tracce del futuro nel passato, invoca una relazione e ammette una rivalità, usa l’ammirazione e il senso di inferiorità verso un genio come modo per avvicinarlo e conoscerlo. Il film, da parte sua, rende esplicito tutto questo, è una versione solo più dimessa e forse sbiadita del cinismo di Martin Amis. Il regista James Ponsoldt e lo sceneggiatore Donald Margulies, al servizio della parola e del libro, partono proprio dal sentimento di inadeguatezza dello scrittore newyorchese, trentenne moderatamente ambizioso e ben inserito, autore di un romanzo autobiografico e con buone recensioni, verso l’autore poco più vecchio e già considerato una star, con alle spalle un romanzo inafferrabile, smisurato e incredibile, con una mente letteraria senza limiti e senza confini, e una vita distrutta dalla una tragica auto-consapevolezza, immersa nel gelo del Midwest e confusa nel corpo piatto dell’America anonima e tragicamente autentica.

Lo slittamento fra le due personalità è inevitabile, così come il loro confronto e lo scontro. Senza arrivare alle vette disperate di Amis – che ovviamente nei due scrittori rivali ne tratteggiava uno solo, o meglio ancora, tratteggiava se stesso, le proprie aspirazioni e le proprio ambizioni meschine – The End of the Tour mette i due David su piani uguali, li lascia in qualche modo entrambi soli, entrambi tristi e delusi da se stessi, a giocare la partita complessa della loro personalità. In tempi di #jesuis qualsiasi cosa, di inseguimenti a una continua proiezione di se stessi in una dimensione inesistente, fatta dall’insieme fagocitante di fotografie, libri, film, canzoni, citazioni, parole e pensieri che definiscono una personalità (o forse l’immagine di se stessa), The End of the Tour afferma in modo sottile e sommesso quanto in realtà sia difficile, a volte impossibile accettare l’incongruente caos interiore che ciascuno si porta dentro. Nella figura gigantesca e cadente di Foster Wallace, genio malato di depressione, già guarito dalla dipendenza dall’alcol e sempre tentato da altre forme di seduzione di massa, come l’amore smisurato per la spazzatura televisiva o il junk foond, la contraddizione della vita americana, lo scontro fra l’anima e il corpo, l’essenza e l’immagine, trova un corto circuito di inadeguatezza e al tempo stesso seduzione, fascino da drop-out e sincerità del vero artista, che purtroppo lo stesso Foster Wallace non è riuscito a gestire. Negli occhi dell’uomo qualunque David Lipsky, invece, dal punto di vista dello scrittore onesto che vive nella città meno qualunque del mondo, in un ambiente in cui a trionfare è unicamente la dimensione dell’io, il genio letterario – anche e soprattutto alla luce della sua morte – diventa un gigante di argilla che nessuno, in propria coscienza, forse vorrebbe essere. Nonostante la seduzione di una mente analitica, di un’immaginazione strabordante, di una creatività disperata e senza fine.

 

The End of the Tour è così il racconto di una delusione, di un fallimento, e insieme di un placida, inevitabile accettazione dell’anima americana. Il David Foster Wallace del film è un uomo malinconico e fintamente riappacificato con la propria natura, americano sommerso, nascosto nel proprio mondo, e insieme incapace di non uscirne, di non darne una rappresentazione alienata e distopica. È un genio che rifiuta la propria genialità, o meglio, che la accetta come mondo silenzioso, tenuto nascosto sotto una bandana, dentro un corpo sovra-dimensionato e anti-letterario, in cambio di una accettazione acritica della socialità americana più ovvia, o forse solamente più giusta e autentica. In cambio, ancora, di quella che Wallace stesso definisce nel film «the perfect storm of shit», la perfetta tempesta di merda, che nello specifico vale per una maratona notturna di tv anni ‘80 e nel resto della sua vita si applicava al classico mondo di alienazione delle vita americana, tra stanza d’albergo in metropoli senza storia, dove il massimo dell’attrazione sono la statua di una presentatrice televisiva o un centro commerciale, o spaventose città di provincia dove nulla succede, e nulla deve succedere (e a tal proposito, non può non venire in mente il bellissimo pezzo di Considera l’aragosta in cui lo scrittore racconta dalla prospettiva del midwest la tragedia dell’11 settembre, con un misto dolce, perfido e malinconico di ammirazione e disprezzo per il mondo in cui aveva scelto di vivere).

La forza di The End of the Tour, in fondo, sta nel modo in cui, dalla prospettiva degli anni Duemila e soprattutto a partire dallo sconforto di fronte al suicidio di Foster Wallace, racconta l’ambizione della scrittura, della creatività, della liberazione dell’io dalla prigione della coscienza, della famiglia, della società, come un’altra, ancora più grande prigione. Una prigione americana, come dice ancora Wallace, una forma articolata e mortale di abuso, di dipendenza: «It wasn’t a chemical imbalance» dice lo scrittore a Lipsky a proposito della sua depressione e del pettegolezzo che lo voleva guarito dalla dipendente dall’eroina, «and it wasn’t drugs and alcohol. I think... It was much more that I had lived an incredibly American life. This idea that if I could just achieve X and Y and Z, that everything would be okay». E poi, ancora, «There’s a thing in the book about how when somebody leaps from a burning skyscraper, it’s not that they’re not afraid of falling anymore. It’s that the alternative is so awful». Quell’alternativa, quel bruciare vivi che in qualche modo in Infinite Jest anticipava ciò che sarebbe successo al World Trade Center, è ciò che il più geniale (non necessariamente il più grande) scrittore americano della propria generazione a un certo punto della sua vita, il 12 settembre 2008, ha deciso di non scegliere più. Ed è invece il regno della normalità, della vita, dell’indecisione e del dubbio che tutti i David Lipsky del mondo vivono e scelgono di proseguire.
 

Una scelta forse obbligata, non libera, che nasce più dalla coscienza dei propri limiti che dalla ragionevolezza dei propri pensieri. Una scelta che tiene in vita anche nel fuoco e protegge dal caos di pensieri che forse tutti abbiamo, ma soli i geni sanno inserire a forza in un romanzo o nell’oceano di pensieri, note e note alla note che ancora renderà per sempre spaventoso e inavvicinabile un oggetto come Infinite Jest, soprattutto se lo si legge come prova indelebile che la mente di Foster Wallace, prima ancora di essere una perfetta, folle e tossica mente americana, era la mente di una persona che faceva di tutto per fuggire da se stessa.

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