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George Clooney. Le idi di marzo

L’origine di questo film risale al 2004, quando il giovane Beau Willimon ha appena finito di lavorare per il candidato alla Presidenza Howard Dean, durante la campagna in Iowa, e da questa esperienza decide di scrivere un testo teatrale che racchiuda lo scenario di intrighi, segreti e bugie che si celano dietro una campagna elettorale. Nasce così Farragut North, che sta alla base del film di Clooney e che in Italia uscirà a gennaio pubblicato da Mondadori.

 

Quando, in un dietro le quinte da dibattito fra il governatore Morris e giovani studenti universitari, le silhouette nere di Seymour-Hoffman e Gosling si stagliano su una scenografica bandiera degli Stati Uniti d’America retroilluminata, mentre si confessano segreti e manovre si ha quasi un rigurgito da iperclassicismo ed è palesemente chiara l’ambizione di aver chiamato questo film Le idi di Marzo.

 

 

Se il riferimento alla morte di Cesare e al padre di tutti i complotti è forzata, perché il film non aggiunge davvero nulla all’universale asserzione per la quale la politica è corrotta ed i mezzi utilizzabili per raggiungere il risultato sono tutti leciti all’interno di uno scenario senza etica o morale, non è forzata in relazione a quella che è l’ambizione di Clooney regista, ovvero costruire la macchina filmica perfetta ispirata alle grandi regole del classicismo. Da qui il riferimento al “gran complotto” e al più simbolico degli assassinii politici. Da qui un cast di eccellenza, solo mostri sacri: un grandissimo Paul Giamatti che regala al termine ambiguità almeno due o tre significati nuovi; un’ottima Marisa Tomei, che ha sempre lavorato troppo poco per i personalissimi gusti di chi scrive, ma che aggiunge con questo piccolo ruolo un bel grado a quelli già guadagnati con onore sul campo di due grandissimi e recenti precedenti come Before the devil knows you are dead di Lumet e The Wrestler di Aronofsky; un sempre eccellente Philip Seymour-Hoffman che non ha davvero più bisogno di conferme; un Ryan Gosling dalla faccia sempre più perplessa e fuori luogo che non si capisce bene come, però, ci sta sempre perfettamente, con quello sguardo liquido e sincero al di là di ogni più che ragionevole dubbio; una Evan Rachel Wood giusta e perfettamente in ruolo come vittima sacrificale predestinata; un Clooney, per finire, sempre più Cary Grant che si ritaglia un ruolo tutto sommato minore e anche poco interessante rispetto a quelli che regala ai suoi comprimari.

 

 

Ecco messi insieme gli ingredienti perfetti per fare il grande cinema popolare imbevuto di classicismo, tutto al posto giusto, tutto oliato alla perfezione, con ritmi e dialoghi calibratissimi. Non ci fa impazzire ma ci andrebbe anche benissimo, se ne facessero di grandi film classici e di buon cinema popolare, se non fosse che Clooney perde leggermente di vista la sceneggiatura che in qualche punto fa un po’ acqua e manca un po’ di verosimiglianza laddove dovrebbe essere una macchina perfetta: la storia dei 500 dollari presi dalla cassa è poco credibile ed inutile, sembra il classico fermaporta messo ad arte per trovarla aperta dopo e invece finisce nel nulla. Così come è poco credibile che un Gosling appena licenziato in tronco riesca non solo ad arrivare per primo sulla scena del crimine ma anche ad arraffare il cellulare della vittima e con quello entrare indisturbato alla conferenza stampa del governatore e dalla sala gremita di giornalisti fare la sua bella teatrale chiamata a Clooney.

Niente di grave per carità, il film è godibile, ben fatto, ben recitato, ma innegabilmente medio e un po’ sopravvalutato. Si poteva fare di più, ecco.

 

 

Quello che si apprezza particolarmente è però il raggiungimento di una bella ambiguità, tutta incarnata da Gosling, il cui personaggio puro ed idealista si spezza e si piega allo sporco gioco del ricatto senza però comunicare una classica e dolorosa fine delle illusioni, quanto piuttosto una sottile soddisfazione, un inatteso godimento che regala al film l’unico vero ed interessante brivido, prendendo un po’ le distanze dal precedente politico Good Night and Good Luck, film dalla morale democratica più semplice e quadrata che però, guarda caso, in apertura della trasmissione See it Now del protagonista Edward R. Murrow, citava proprio il Giulio Cesare di Shakespeare: “La colpa, caro Bruto, non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi. Buonanotte, e buona fortuna”.

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