I film dell’anno di doppiozero

Dicembre, si sa, è il mese delle classifiche: i migliori dischi, i migliori libri, i gol più belli, il Pallone d’oro, i personaggio dell’anno. E ovviamente anche i film della stagione, che poi in realtà non si mai quali siano, se quelli usciti nelle sale, se quelli visti ai festival, se quelli recuperati su internet, se quelli che film veri e propri non sono, come le serie tv, ma che ormai hanno spettatori, ammiratori e imitatori più dei film stessi.

Presi ovviamente dalla serietà del gioco, abbiamo deciso di raccogliere le nostre preferenze e di stilare una lista il più possibile esaustiva di quello che il 2012 ha detto al cinema: nelle sale, nei festival, magari anche in tv, con la speranza di presentare una serie ovviamente parziale, ovviamente contestabile, di consigli per la visione.

Ecco i primi otto.

 


 

Holy Motors, di Leos Carax

 

Il film dell’anno, fosse anche per il clamore suscitato a Cannes, tra le urla al capolavoro e il fastidio per il talento esibizionista di Carax. Racconto di un giorno nella vita di un personaggio pirandelliano che è uno nessuno e centomila, Holy Motors è strabordante, complesso, a tratti incomprensibile, pieno di un’emozione così viva da spingere allo stupore. Ci sono decine di storie nelle storie, di film in altri film, di momenti così artificiali da essere più veri del vero, c’è Denis Lavant che sembra un elastico, Eva Mendes come ideale di bellezza contemporaneo, un po’ icona e un po’ prostituta, Kylie Minogue che canta e fa venire i brividi, ci sono i primati come in Kubrick, il dadaismo, il cazzeggio, il doppio, l’ossessione di un’intera società per la riproduzione tecnica e la ripetizione… C’è così tanta roba, insomma, che fa pensare all’opera definitiva sugli anni Duemila. Da prendere o lasciare.

In uscita in Italia, non si ancora quando.

 


 

Tabu, di Miguel Gomes

 

Il vincitore morale dell’ultima Berlinale e la conferma di uno dei talenti più puri del cinema europeo. Meglio di The Artist e prima dell’imminente Blancanieves, la più bella riflessione su un’altra delle ossessioni contemporanee, quella cioè per il passato, la memoria, il cinema in bianco e nero e la nostalgia di mondi e sentimenti mai esistiti. A partire dal racconto di un anziano signore a una donna un po’ triste nella Lisbona di oggi, un mélo ambientato nell’Africa coloniale degli anni ‘60, girato come un film muto ma in realtà no, perché i suoni ci sono e a mancare sono le parole, con il cinema che diventa la terra del sogno e la realtà che si mangia il cinema, che cancella l’occidente imperialista e condanna i bianchi all’eterna nostalgia di un paradiso perduto e agognato solamente nelle fantasie. Cinema d’avanguardia che sa essere incredibilmente commovente e diretto.

In uscita in Italia, forse a marzo. Qui l’intervista a Miguel Gomes su Doppiozero.

 


 

No, di Pablo Larrían

 

Ancora il passato, la memoria e l’immaginario: il regista di Tony Manero e Post mortem chiude la trilogia sul Cile di Pinochet raccontando, a partire da una pièce di Antonio Skarmeta, la vittoria del fronte del No al referendum che lo stesso Pinochet indisse nel 1988 per ottenere un plebiscito. Recuperando le videocamere dell’epoca, fondendo veri spot pubblicitari con immagini girate oggi e camuffate con la grana slabbrata e i colori spenti di allora, Larraín attesta la vittoria dell’immaginario sulla realtà, non solo individuale ma collettiva e politica. Esaltando la strategia comunicativa che portò alla vittoria delle forze progressiste, fondata sulla creazione di un’immagina positiva e ottimista di un paese reduce da quindici anni di dittatura, No manda in cortocircuito la Storia, trasforma la pubblicità in strumento di interpretazione del mondo (come in fondo da anni fa Mad Men) e racconta l’ambiguità parabola di un Paese che si liberò del suo padrone grazie al marketing consumista. La Storia esiste (solo più) come ricordo televisivo e la politica come commercio.

In uscita in Italia, non si ancora quando.

 


 

The Master, di Paul Thomas Anderson

 

Il legame di affetto e dipendenza tra un santone e il suo discepolo prediletto nell’America degli anni ‘50, tra i residui della Seconda guerra mondiale e la paranoia dell’olocausto nucleare. Ispirato o meno alle origini di Scientology, un film glaciale eppure intensissimo, cinema classico nella sua forma più pura eppure, al tempo stesso, riflessione attualissima sul destino dell’immagine e della narrazione, sull’impossibilità di penetrare a fondo il mistero dell’anima e dello sguardo. Girato in 70mm non per allargare le potenzialità espressive del cinema (come potrebbe fare Malick, per intenderci), ma al contrario per affondare nella carne e nel cuore. E trovare, al fondo di tutto, nient’altro che il buio. Un capolavoro respingente, sorretto dalla bravura mostruosa di Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix, con il quale il regista di Magnolia dimostra una volta di più di possedere un talento che supera di gran lunga la fama che lo precede di nuovo Altman o nuovo Scorsese.

In uscita il 7 febbraio 2013.

 


 

Moonrise Kingdom - Fuga d’amore, di Wes Anderson

 

L’altro Anderson, Wes, dimostra anche lui di saper superare se stesso e con Moonrise Kingdom gira il suo film da nouvelle vague, la conferma e insieme la liberazione del suo stile, con le solite inquadratura frontali, i movimenti laterali, i libri inventati, la tenerezza e l’abbandono, l’ironia e la disperazione, ma l’aggiunta di inquadrature, sguardi, emozioni che hanno qualcosa di selvaggio e vicino al cuore dei piccoli protagonisti del film, due adolescenti innamorati che attuano un fuga d’amore su un’isola immaginaria del New England, con gli adulti a dal loro la caccia, una tempesta perfetta nell’aria e un rifugio d’amore che ricorda Monica e il desiderio e regala momenti di cinema tenero e purissimo. Da vedere fino alla fine, titoli di coda compresi, per non perdersi una meravigliosa descrizione di come funziona la musica sinfonica, metafora nemmeno troppo nascosta del desiderio di unione espresso da tutte le famiglie infelici di Anderson.

Uscito nelle sale il 6 dicembre 2012. Qui la recensione di Odeon.

 


 

Après mai, di Olivier Assayas

 

Assayas fa i conti con il suo passato nella sinistra extraparlamentare all’inizio degli anni ‘70 e gira un film che guarda agli anni della contestazione, della sbornia maoista o marxista-leninista, del cinema militante, del privato è politico, delle molotov e della droga, delle infinite discussioni politiche e dell’amore libero, della nascita delle passioni e della fine dei sogni, con una modestia e una precisione ammirevoli, senza rabbia o nostalgia ma con la giusta distanza che si deve riconoscere a ogni racconto sulla giovinezza, un po’ autobiografico e un po’ generazionale, un po’ resoconto personale un po’ saggio storico. Non intenso come il suo capolavoro L’eau froide, che gli anni ‘70 li raccontava dal di dentro, con lo spirito selvaggio necessario, ma piano, preciso e profondamente onesto: prima di tutti con se stessi, con i propri fallimenti e le proprie conquiste, e poi con il cinema e la Storia.

In uscita il 17 gennaio 2013 con il titolo Qualcosa nell’aria.

 


 

Hugo Cabret, di Martin Scorsese

 

Il primo film in 3D di Scorsese, la sua prima e inattesa incursione nel cinema natalizio per bambini, è un omaggio a Méliès, al muto, al cinema come strumento educativo come solo lui poteva girare. Nella storia del piccolo orfano che nella Parigi anni ‘20 incontra il vecchio regista creatore di sogni e lo aiuta a riportare in vita i suoi film dimenticati, Scorsese trova il contraltare dello straordinario Viaggio nel cinema americano, il documentario in cui spiegava con l’emozione di un bambino l’amore per la Hollywood classica: nonostante la tecnologia, il budget milionario, Hugo Cabret è un film di sincerità imbarazzante, colto ma non intellettuale, ravvivato da una passione per il cinema che è passione per la vita. Ai tempi delle origini e ancora oggi, nell’era della tecnologia che si mangia ogni forma di racconto.

Uscito in patria nel 2011, ma arrivato da noi solamente nel febbraio 2012. Qui la recensione di Odeon.

 


 

C’era una volta in Anatolia, di Nuri Bilge Ceylan

 

Un Simenon tra le colline brulle e a perdita d’occhio della Turchia; un Tarkovskij più materico, ma ugualmente ossessionato dalla ripetizione, che si interroga sull’origine del proprio Paese, le sue radici e il suo linguaggio; un Kieslowski che indaga il mistero del reale e vi cerca la soluzione del dilemma tra scienza e divino. Nuri Bilge Ceylan guarda ai suoi maestri, abbandona le atmosfere nebbiose e astratte dei suoi lavori precedenti e gira un film di bellezza infinita, un noir che mette a confronto un assassino, il giudice che lo condanna e un medico legale, tutti attirati da un mistero che arriva dal profondo della Terra, dal passato ancestrale di un popolo e dell’umanità stessa.

Presentato a Cannes nel 2011, uscito in Italia nel giugno 2012. Qui la recensione di Odeon.

 

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