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Inside out o dell’elogio delle emozioni

«Va bene tutto, ma la tristezza, la prego, la tristezza nooo»: esclama quasi urlando Maria, la donna che ho di fronte, e mentre parla si prende la testa tra le mani. «Mio padre è in fin di vita, mi viene da piangere, ma temo di frammentarmi» – sussurra Elisa al telefono. «In ospedale, a un mio amico hanno dato pochi giorni di vita, l’importante è stare calmi, se ci emozioniamo non lo aiutiamo» – racconta Bruno.  «Non sento, non riesco a capire se sono innamorato» – si chiede Carlo. «Dopo anni è la prima volta che ho avuto un orgasmo, però mi è sembrato troppo violento e ho chiamato il medico» – dice Enrico. «È meglio non sentire, le emozioni sono una gran perdita di tempo» – afferma Daniela.

 

 

Nella stanza d’analisi, dove si corre il rischio di rendere visibile l’invisibile, si va a caccia di parole per riuscire a rappresentare quello che, dentro, si muove. Tristezza è spesso una parolaccia, ma anche le altre emozioni non se la passano meglio. L’imperativo categorico del nostro mondo, dove le facce devono essere sempre pronte a fare cheese, il ritmo quotidiano alterna l’up e il down e l’euforia si rovescia in depressione, l’infinita gamma del sentire fa balenare subito il dubbio di non essere normali, stati d’animo confusi e più sfumati sembrano annunciare crolli e catastrofi emotive. Si vorrebbero tavolozze interiori monocrome, mentre, imprevedibili, le tinte si mischiano e si scompongono. L’emotività par già un turbamento di per sé, è l’ansia la sentinella che sorveglia i passaggi dal dentro al fuori.

 

Forse non solo, ma anche per questo, un film di animazione intelligente e vivace come Inside out, i cui protagonisti sono Gioia e Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto, produce un effetto terapeutico sugli spettatori di ogni età. Che entrano divisi – i nonni vanno in coppia, i genitori con i figli più piccoli, gli adolescenti con gli amici, i single insieme ad altri single – ma escono uniti e rinfrancati. I grandi con la convinzione di aver finalmente compreso i segreti della mente adolescente, e i soggetti in causa di aver afferrato qualcosa sulla fatica di essere se stessi, perché sullo schermo il normale caos delle emozioni appare qualcosa che si può rappresentare.

 

Il cambiamento che con un taglio netto ha interrotto bruscamente l’infanzia dorata di Riley, un tempo protetto che nulla pareva potesse turbare, ha sconvolto al contempo quel triangolo famigliare, un sistema dove i genitori erano contenti, lei era contenta di esser contenta e di fare contenti loro. Quello che capita alla ragazzina undicenne è un’esperienza attuale, perché il piccolo, sempre più spesso unico, è bello, i genitori ne sono innamorati e lui ricambia, ma è l’adolescente che provoca il patatrac. Per differenziarsi dai genitori li deve attaccare, per crescere deve lasciarsi alle spalle il mondo di ieri: liberare la stanza dai peluche, far prevalere il me cattivo che non piace e non si piace.

 

Chi si aggira per casa non è più l’infante, ma non è ancora l’adulto con le sue assunzioni di ruolo e di responsabilità, è un ibrido, un personaggio nuovo ed estraneo. Che le classificazioni e gli stadi tradizionali, a partire da quelli di Freud, faticano a inquadrare. È un individuo fragile e spavaldo così come lo descrive Gustavo Pietropolli Charmet nel suo Ritratto dell’adolescente di oggi. Il bambino non è più il “selvaggio” da educare, non è il perverso polimorfo di Freud, non è l’Edipo traumatizzato dalla scena primaria ipnotizzato dalla camera da letto dei genitori. A occupare la scena adesso è Narciso, un animale sociale precoce e bisognoso di tenerezza rispecchiante, il bambino-relazione che chiede amore. Abituato al riconoscimento del suo valore intimo, sa di avere una missione da compiere. Ma per Riley, come per i suoi coetanei in mutazione, il futuro appare una minaccia, perché risulterà impossibile continuare a essere amati e perfetti, a sviluppare in modo lineare e progressivo le proprie abilità. Un brutto voto, una sconfitta sportiva confermeranno il timore di deludere le aspettative proprie e dei genitori. Il morale si abbassa, si mantiene invece sempre alta l’ansia da prestazione, che provoca noia e vergogna, induce un senso di fallimento che può essere peggio del senso di colpa che, ai nostri tempi, perseguitava Edipo. Narciso è libero dentro e fuori, i genitori gli chiedono “solo di essere felice”, ma si dibatte nel dubbio del proprio valore mentre cerca “un’immagine mentale dotata di senso” sulla quale costruire la sua nuova identità.

 

Inside out, seppure in modo inevitabilmente un po’ semplificato e schematico, riesce a rappresentare questo momento evolutivo conflittuale, una lotta, con morti e feriti. Perché la psiche è conservatrice, ripete e non dimentica, il ricordo fissa il paradiso perduto del passato. Bing Bong, l’amico immaginario, che vuole aiutare Gioia a rimanere l’emozione guida del quartier generale di Riley, è disposto a tutto, persino a sacrificarsi, a sprofondare nell’inconscio, per diventare quel ricordo che un giorno potrà riemergere. Perché ora Riley lo deve abbandonare se vuole continuare a crescere. Quando piange e dai suoi occhi piovono caramelle, tutto il cinema si commuove – perdere un amico immaginario fa rivivere la nostalgia dell’infanzia.

 

Cinque anni fa, quando ha iniziato a immaginare Inside out, il regista Pete Docter si è consultato con Dacher Keltner, fondatore del Greater Good Science Center dell’Università di Berkeley dove lo studio della psicologia si accompagna a quello delle neuroscienze. Lo psicologo ha risposto ai suoi interrogativi sulle caratteristiche della vita emotiva di una ragazzina di undici anni, sul ruolo che assumono le emozioni nel flusso di coscienza, la loro influenza sulla memoria. E nel film il regista ha utilizzato ricerche secondo le quali, proprio a quell’età, le emozioni positive e la capacità di empatia diminuiscono, mentre prevale l’incertezza. Le cinque emozioni che, alleate, hanno collaborato al benessere della bambina, l’hanno aiutata a sventare i pericoli, a crescere con la sensazione di una base sicura, traballano. Mentre Tristezza interviene sempre più spesso a modificare i ricordi, tutte, Gioia per prima, se la prendono con lei. È Tristezza il nemico da battere, lei, che mentre Gioia è slim, è pure decisamente rotondetta. Anche lei stessa non si dà pace, si sente un peso, una rovina famiglie, il fattore di disturbo dei ricordi, un essere inutile che dovrebbe solo sparire. Ma a questo punto arriva il colpo di scena, un vero e proprio capovolgimento di alleanze. Gioia ha avuto un insight, ha capito quanto poteva diventare imprudente ignorare Tristezza, e invece di continuare a combatterla, ha iniziato a sostenerla, fino a contagiarla. Così finalmente, sull’autobus che la riporta indietro, nel Minnesota, lontano da San Francisco e dalla sua vita attuale, Riley esce dal suo stato di autismo adolescenziale, percepisce le sue sensazioni, si rende conto dei sentimenti dei genitori, finalmente sente. Interrompe la fuga e torna a casa.

 

Tristezza non ci può credere, nemmeno le altre parti ci possono credere, senza di lei non ce l’avrebbero mai fatta. Unite, o meglio integrate, guideranno la nuova console emozionale più grande e decisamente più complessa, dove i colori di base saranno arricchiti da nuovi pulsanti e nuove possibilità. Inside out può apparire un po’ didascalico, alcuni termini inesatti – subconscio era considerato superato già da Freud, certo a noi arriva la versione in doppiaggio – ma che la console emozionale non possa fare a meno di Tristezza è una notizia importante. Infatti, tanto Riley quanto i suoi genitori soffrono per il trasloco e il cambiamento, ma nessuno, a partire dagli adulti, vuole affrontare i pensieri e le sensazioni negative. I genitori per primi vorrebbero continuare a fare come se. Eppure, anche la Tristezza, se accettata e riconosciuta, fornisce un segnale indispensabile all’orientamento. Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza dell’undicenne Riley funziona da metafora di ogni tappa esistenziale, quell’evoluzione naturale che va dalla culla alla tomba. Impossibile attraversarla tutta d’un fiato, come fosse un eterno presente dove le luci sono sempre accese e l’umore è sempre posizionato su flat, lo sguardo sempre rivolto al passato onnipotente e magico dell’infanzia, perché, come in Inside out, Tristezza si vendica e fa scolorire il tutto.

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