Ivano De Matteo. Gli equilibristi

Ivano De Matteo ha fatto un film importante. Ovvero: ha trattato un “argomento” importante, ha portato l’attenzione su una realtà difficile e ancora troppo ignorata, ma non ha fatto un film che passerà alla storia per la sua “importanza” cinematografica. Questo no. E un po’ dispiace che non abbia trovato, appunto, un equilibrio di merito tra la forma e il contenuto.

 

La storia è forte e paradigmatica: una famiglia con due figli e due stipendi medio bassi può faticosamente farcela, perché l’unione fa la forza, ma con formula identica ed opposta, la separazione è debolezza. Si sopravvive in due, si muore separati: “il divorzio è per ricchi, non per i poveracci come noi”, sentenzia un compagno di sventure del protagonista. Ed è proprio così: con 1.200 euro al mese di stipendio il matrimonio non è più una scelta ma una galera, dalla quale non si può più uscire, pena la discesa negli inferi della povertà. Una volta pagati gli alimenti non resta molto. Ricominciare, dignitosamente, non è possibile, così Giulio – fedifrago per caso e per unica distrazione – si ritrova a dormire in auto, a lavorare al mercato ortofrutticolo, a frequentare la mensa di Sant’Egidio. Una parabola spaventosa che poteva avere una vera potenza ma che, invece, si perde nell’ossessione del regista per il dramma e dimentica di essere vera, di raccontare un tessuto sociale, nuove dinamiche di vita, dimentica di raccontare le persone, di farsi credibile.

 

 

Valerio Mastandrea è forse alla sua migliore interpretazione: smette i panni di Mastandrea e veste egregiamente quelli di Giulio mentre lentamente, poco a poco, perde famiglia, dignità, casa, ironia, leggerezza, voglia di vivere. Barbora Bobulova è sempre brava, anche alle prese con un personaggio che avrebbe meritato molto di più e dietro al quale, purtroppo, si cela tutta la fragilità del film. Perché questa donna ferita, tradita ed incapace di superare la scappatella del marito nonostante il tentativo, meritava un po’ più di spessore. Com’è possibile che non si ponga mai, nemmeno una volta, il problema di come il marito possa mantenersi da solo? Sa benissimo quanto guadagna, prende gli alimenti, chiede quote extra per dentisti e gite scolastiche e non si ferma nemmeno un attimo a fare i conti, salvo poi catapultarsi a cercarlo per le strade di Roma quando un’incredula figlia scorge il padre cenare alla mensa dei poveri? Un mostro? No. Una stupida? Nemmeno. Superficialità di scrittura? Temiamo di sì.

 

E perché quest’uomo giovane e simpatico non ha nemmeno un amico? Nessuno che si preoccupi di sapere come sta, di offrire un aiuto. Un solo collega, per quanto possibile, si preoccupa di lui. Il regista ci vuole raccontare la disumanizzazione? Ben venga, ma ce la dovrebbe raccontare, non sbattercela in faccia così come un dato de facto. Manca il processo di empatia: come si arriva ad essere così soli, così disabituati al rapporto umano da non riuscire più nemmeno a chiedere aiuto? Il processo è superiore, unico, ed è lo stesso che conduce una società a non curarsi più dei propri cittadini, una moglie a non curarsi più del padre dei suoi figli - troppo presa dalla macchina infernale della quotidianità - un uomo a non avere più amici e a non saper più parlare.

 

 

Il meccanismo della sopravvivenza è disumanizzante, non è una novità. De Matteo è meritevole nel puntare lo sguardo sul nostro paese usando questa lente d’ingrandimento, è coraggioso nel voler mettere a fuoco una realtà drammatica, un vuoto sociale che s’innesca su un dramma privato fino a renderlo cosa povera, svilita di ogni dimensione umana. Peccato che poi si concentri troppo sull’atmosfera neorealista, sulla solitudine, il Natale, i barboni, le mense, il contesto tutto e ben descritto, senza soffermarsi sul percorso, senza portarci dentro a quelle pareti squallide e quindi lasciandoci fuori, un po’ freddi e - cosa più grave - poco sensibilizzati.

 

Peccato, perché De Matteo ci è simpatico, ha l’energia degli entusiasti e l’entusiasmo dei militanti, lo aveva dimostrato con l’assurda vicenda del suo film precedente - La bella gente - caduto vittima di un folle meccanismo di non-distribuzione tutto à l’italienne, per dirla coi francesi che invece lo hanno distribuito e premiato ampiamente. Sarebbe stato bello se oltre scegliere un tema edificante, forte, importante, su cui puntare occhi e riflettori, avesse anche fatto un gran bel film, un po’ più alla Ken Loach e un po’ meno alla Umberto D. Perché quando arriva il gran finale si è già troppo lontani senza essere mai stati davvero vicini.

 

 

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