Jonathan Glazer. Under the skin

“Mi trovi carina?”, chiede retoricamente Scarlett Johansson ai ragazzi che carica sul suo furgoncino, per le strade fredde e umide della Scozia. Una domanda inutile, un artificio seduttivo ingenuo che rivela la facilità con cui riesce ad attirare gli uomini e a portarli con sé, grazie alle sue sembianze. Il corpo di questa ragazza senza nome, interpretata dalla diva americana, è infatti la maschera assunta da una creatura misteriosa che si rivelerà, sotto la pelle, soltanto alla fine. Il regista Jonathan Glazer procede per continue ellissi e reticenze, mostrandoci soltanto la misteriosa apparizione di questo corpo in un ambiente bianco e senza dimensioni, dove per la prima volta si veste da donna, per poi affrontare le strade di Glasgow e dintorni, allo scopo di catturare uomini.

 

 

Ciò che sappiamo è soltanto ciò che vediamo: il peregrinare rituale con il furgoncino, l'accostamento a ragazzi solitari che camminano per strada, la seduzione immediata e l'arrivo “a casa”. La scena che segue, nell'ambiente intimo in cui lei invita le sue conquiste, è in uno spazio nero profondo, dove gli uomini denudati dal desiderio procedono verso la donna, che indietreggia e attira, fino a scendere volontariamente in un buco nero, un ambiente amniotico nel quale scompaiono.

 

Dal realismo delle strade e della natura selvaggia delle Highlands, allo schermo nero riflettente che si rivela puro spazio senza dimensioni né gravità, carico dell'eros gelido della pubblicità di un profumo, Glazer riesce a esprimere al meglio il suo talento visivo, tanto da far somigliare Under the skin più ad alcuni suoi videoclip famosi, come The Universal dei Blur o Karma Police dei Radiohead, che ai suoi film precedenti, Sexy Beast e Birth – Io sono Sean. Il regista crea un panorama visivo che conta più della narrazione, dove la comprensione sembra persino ostacolata: chi è questa ragazza? Che cosa ne è dei corpi risucchiati degli uomini, invischiati dal desiderio? Chi è l'uomo che la “mette al mondo” per primo, perennemente in motocicletta, e che le fa da supervisore?

 

 

Il rituale si interrompe quando la predatrice sceglie la vittima sbagliata, un uomo dal volto deformato dalla neurofibromatosi, elephant man di lynchiana memoria. Se lui non sia adatto a essere una preda come gli altri, in quanto umano dalle sembianze non umane, o perché sin dall'inizio non resta ipnotizzato dalle arti della ragazza, non credendo mai di poter essere desiderabile, Glazer non chiarisce. Quello che gli interessa è proseguire da questo punto in poi con il vero pedinamento del film, quello di lei, che libera l'ultima preda e si libera a sua volta, smettendo di essere uno strumento, semplice procacciatrice di carne umana, e diventando cosa vivente alla scoperta di sé.  

 

La prima apparizione della ragazza, preceduta dalla lallazione infantile che apre il film e rivela l'apprendimento di una lingua non sua, sembrava la venuta al mondo di una creatura compiuta, che sapeva già fare tutto, mentre la rottura del rituale di caccia sembra aprire a un nuovo inizio, a nuove cose che non conosce e deve imparare. La fuga è una seconda nascita, dopo la quale quasi non parla più, in contrasto con la loquacità iniziale necessaria ad attirare prede.

 

 

 

In questa nuova fase, lei sembra avvicinarsi alla conoscenza di quello che è, come nella scena cruciale in cui ordina per la prima volta una torta ma non riesce a ingoiarla. Soltanto adesso, assieme a lei, gli spettatori cominciano a scoprire di chi o cosa si tratta, e qualcuno che credevamo potente e onnisciente, e cioè il tradizionale alieno conquistatore del cinema, si rivela una preda, come gli umani, tanto dell'amore quanto della violenza. Un ET esposto al pericolo dalla sua bellezza.

 

Che fosse un alieno ce lo svelava già il romanzo di Michel Faber da cui il film è vagamente tratto, Sotto la pelle, pubblicato in Italia da Einaudi, ma è un alieno diverso dalla maggioranza vista finora al cinema. Si può tentare di avvicinarlo a quello di film come L'uomo che cadde sulla terra, con l'umano più astrale che abbiamo, David Bowie, ma tutti i rimandi sembrano insoddisfacenti. Under the skin è un oggetto misterioso, opaco, dove quello che conta sono le atmosfere, l'attrazione che cresce in uno sguardo sempre incerto: spesso non comprendiamo quello che vediamo, e le parole e le spiegazioni lasciano il posto alla musica siderale, insinuante, di Mica Levi, che nel film ha un peso più specifico di qualunque altra colonna sonora.

 

 

Ecco perché Under the skin somiglia più agli spot e ai videoclip di Glazer che ai film suoi o di altri, e in questo caso “estetica da videoclip” non ha la valenza riduttiva che spesso assume nei commenti dei critici più innamorati della scrittura, del dominio della sceneggiatura. Questo film vuole somigliare più a una visione che a un racconto: le parole tendono a scomparire sempre più, per far aderire lo stupore della scoperta di sé della protagonista al nostro.

 

L'amore e la violenza a cui la ragazza è esposta provocano entrambe un'apertura, letterale, del corpo, con una perdita della verginità e una sottomissione all'altrui volontà, che rendono questo corpo senza nome e senza progetto una pura presenza di pelle, fragile e mortale come tutti. L'alieno non è mai stato più inconsapevole, più indifeso di così, e forse non è un caso che sia una donna, mostrata nella sua splendente nudità, ridotta a puro involucro, usata come oggetto di seduzione o violenza, e che non riesce mai a farsi soggetto. L'elephant man che lei aveva liberato è così, a posteriori, il suo doppio, che dalla sponda opposta della bellezza le mostrava allo specchio il loro essere profondamente vittime dei propri dissimili, corpi di tenebra esposti alle intemperie.

 

 

La ragazza è un mostro paradossale, sottomessa alla volontà umana di consumo, come scrive Alberto Abruzzese a proposito di tutti i monstra dell'immaginario nel suo La grande scimmia, nel quale potremmo idealmente inserire anche questa strana aliena, Venere in pelliccia low cost come si vuole dai mostri prosaici della contemporaneità: “... a partire dal magnifico gesto con cui la Dietrich in Blonde Venus si sfila di dosso la pelle di scimmia, si comincia ad accerchiare di desiderio collettivo il mostro, a strumentalizzarlo, a ridurlo. Non più soggetto e oggetto di un voyeurismo sublime, ma dispositivo carnale, macchina portatile, sfondo di un voyeurismo che scopre, dietro al sublime, pulsioni collettive per la biancheria intima, per un abbigliamento “stuprato”, per un corpo abbondante”.

 

Non sembra un caso, ma una precisa scelta, che questo corpo abbondante sia quello di Scarlett Johansson, che nei suoi ultimi film sembra proprio incarnare le vie paradossali per essere e non essere umani, dal corpo assente di HER, fantasma-dispositivo per il desiderio, al supercorpo della Lucy di Luc Besson, di prossima uscita, in cui l'umano potenziato dalla realtà aumentata è capace di superare i suoi limiti e agire in realtà non più soltanto parallele, ma integrate, con il reale e il virtuale intersecati nella stessa vita-videogame.

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