La staffetta di Nanni Moretti

I. Danke per Danco

 

Sono le 14,15 di lunedì 13 aprile. Tra poche ore, al cinema Nuovo Sacher di Nanni Moretti, verra presentato alla stampa l’ultimo film del regista: Mia madre. Perché, allora, scrivere queste righe prima ancora di vederlo? Il motivo è semplice: ritengo importante segnalare adesso, alla vigilia della nuova pellicola, ciò che per me costituisce un piccolo, significativo evento. Proprio ieri sera, alle 22 30, sono difatti andato al Nuovo Sacher per vedere N-capace, opera prima di Eleonora Danco, prodotta dalla Bibi Film di Angelo Barbagallo in collaborazione con Rai Cinema e insignita della menzione speciale giuria al recente Torino Film Festival. Ebbene, Moretti ha talmente apprezzato la pellicola (visibile in contemporanea anche alla Cineteca di Bologna e presso il gruppo Anteo di Milano), che ha deciso di programmarla per ben due volte al giorno, da giovedì 19 aprile fino a oggi stesso, con ultima visione alle ore 16,30. Dunque, se ho pensato di parlare di N-capace appena poche ore prima del film che il regista romano proietterà nella medesima sala, è perché questa curiosa contiguità spazio-temporale mi sembra rappresenti il segno più evidente di quanto egli abbia saputo trasmettere, caso del tutto unico, alle giovani generazioni.

 

N-Capace, regia Eleonora Danco, 2015

 

Quanto deve il cinema italiano a Nanni Moretti? Non solo al Moretti regista, che pure è piombato nel nostro paesaggio culturale come un alieno, un dislessico, un dislessico alieno – ma anche al Moretti produttore, educatore, traghettatore. Strano davvero: il personaggio che ha fatto della sgradevolezza e dell’antipatia la sua arma letale (naturalmente sullo sfondo di una seduttività senza uguali), si è in realtà rivelato il più generoso non solo sul piano politico (con un impegno che rimane esemplare), ma anche su quello deontologico (cioè rispetto a tanti suoi odiati “colleghi”). Con una dedizione del tutto inattesa, ha infatti cominciato a sostenere, promuovere aiutare un infinito numero di debuttanti, aprendo al pubblico romano la sala-arena Nuovo Sacher. Come se non bastasse, durante l’estate questo spazio accoglie una delle più intelligenti rassegne del panorama nazionale. Da oltre dieci anni Bimbi belli (sarcastico nome, irrisorio quel tanto che basta per nascondere un benemerito intento filantropico) rappresenta una specie di “festival degli esordi”.

 

Ma veniamo a N-capace un’autentica boccata d’ossigeno, non a caso designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici e definito “estremo e controcorrente". Descrizione tratta dalla rete: «Una donna, Anima in pena [così Eduardo chiamava una figura di Questi fantasmi], si aggira tra Roma e Terracina, dove vive l'anziano padre. Vaga tra campagne, mare e città, con un letto e in pigiama. Spesso con un piccone in mano, vorrebbe distruggere la nuova architettura che ha tradito i suoi ricordi. Il rapporto con il tempo e la memoria è motivo di struggimento per lei, unico personaggio lucido del film, il più sofferente. Comunica solo con adolescenti e anziani, compreso suo padre, li interroga sull’infanzia la morte, il sesso». L’opera alterna dunque spezzoni visionari e simbolici (a mio parere la parte meno convincente del lavoro) a stupefacenti primi piani di perfetti sconosciuti, con una voce femminile fuori campo che incalza cruda, complice, talvolta inquisitoria. Malgrado alcuni difetti di composizione, spicca da subito la forza della fotografia (che l’autrice dichiara ispirarsi alla primitività di Giotto, alla metafisica di De Chirico, al surrealismo di Buñuel) e delle musiche elettroniche (firmate dal tedesco Markus Acher). Ma perché intervistare solo giovani e vecchi? «Ho messo insieme anziani e adolescenti, quelli fuori dai cicli produttivi», ha dichiarato Eleonora Danco: «Gli adulti non ce la fanno, non hanno molto da dire, sono sommersi dallo stress, mentre a me interessava la gente che galleggia, che unisce angoscia e vitalità. Mi piace il senso di attesa di quelle età. L’attesa della fine e quella dell’inizio […] Mi dicevano cose incredibili! Ma eravamo alla pari. Gli strappavo cose pazzesche, ma le strappavo anche a me».

 

Eleonora Danco viene da un teatro per lo più monologante e scabro, in slang romano, fra Pasolini e Sarah Kane, con spettacoli via via intitolati Ragazze al muro o Me vojo sarva’, Ero Purissima (dove “ero” sta a indicare anche l’eroina come sostanza stupefacente) o Intrattenimento Violento. I temi preferiti, è stato scritto, sono il corpo, il piacere, il dolore, la solitudine, la famiglia. Ma nel film accade qualcosa di diverso, con la prepotente, commovente irruzione del prossimo, dell’altro, dell’estraneo o dell’essere più caro: «Nel film le persone dovevano restare persone. A cominciare da mio padre che oggi ha 83 anni. Gli altri sono un vecchio ex venditore d'olio, e una decina di minorenni scelti dopo una massacrante serie di provini a Tor Bella Monaca, tutti fra i 13 e i 17-18 anni […] Ho girato tra la Roma popolare dove ho vissuto e dove vivo, e la Terracina dell'infanzia. Racconto lo sbilanciamento della condizione umana davanti alle cose veloci della vita, quando si è chiamati a rispondere con l'istinto: con Dio, col sesso, con la famiglia, con la morte, con la separazione, coi conflitti, con gli slanci […] Il film è pieno di vitalità, è una cosa che vola, e il titolo allude a un trampolino che serve a diventare capaci».

 

Osservando come il lavoro di Eleonora Danco scompigli tutti i generi, mescolando autobiografia, inchiesta sul territorio, psicanalisi selvaggia, i critici hanno evocano Rezza e Ciprì e Maresco, oltre a Moretti stesso. Giusto, ma quel che più conta è il risultato originalissimo, prova di una personalità maturata in anni di duro esercizio, nel corpo e nella scrittura. Concludo limitandomi a citare tre brevi epifanie, come nel dialogo sui lupi mannari, dopo i titoli di coda; come nella riflessione sulle anime di chi muore in sottomarino; come nel frenetico balletto di una badante romena in tuta da astronauta.

 

Post Scriptum: ormai arrivato quasi alle 18, sento di dover precisare un’impressione provata nei giorni scorsi. Nelle interviste rilasciate alla stampa o alla televisione, mi ha molto colpito l’insistenza con cui, a proposito del suo imminente film, Moretti abbia ribadito: «Con Mia madre metto in scena la mia inadeguatezza», oppure: «Mi sento molto vicino al personaggio di Margherita Buy, al suo senso di inadeguatezza». Sarà stata la visione di ieri sera, eppure mi sono domandato se il regista (come ognuno di noi, se davvero onesto) non abbia finito per percepire in fondo a sé il timore di essere un «N-capace».

 

N-Capace, regia Eleonora Danco, 2015

 

 

II. Moretti forbicione

 

Oltre vent’anni fa provai a riassumere le mie impressioni sull’opera di Moretti. Le ho ritrovate, rilette, ritoccate, e confesso di continuare a condividerle con quell’Io che, tanto diverso da come sono oggi, pensava di potersi firmare a mio nome. Eccole qui di seguito, dopo un discreto lifting.

 

Non mi ricordo chi, non mi ricordo quando, disse che tutti o quasi i prodotti dell'attuale musica leggera sono composti su un medesimo schema. Ogni canzone (gli esperti scuseranno la sommarietà di quanto cercherò di riportare) comporterebbe cioè un dato numero di battute destinate a l'esposizione del tema; seguirebbe uno snodo, anch'esso di lunghezza fissa, e infine, la ripresa. Si tratterebbe, insomma, di autentici prefabbricati melodici, con elementi modulari standardizzati e di facile impiego.

 

Dalla catena di montaggio dell'industria sonora, uscirebbero quindi, come è logico, oggetti prestampati, prêt-à-porter. E questo per varie ragioni: andare incontro alle abitudini degli ascoltatori (il famoso orizzonte d'attesa tanto studiato dalla critica letteraria), semplificare il processo di memorizzazione collettiva (perché il motivo entri rapidamente in circolo), accelerare il lavoro di assimilazione (sì, proprio come per certi stimolanti alcoolici), agevolare il montaggio dei passaggi radiofonici (affinché ogni disk-jockey possa staccare i brani tutti al momento giusto, tutti allo stesso modo).

 

L'associazione potrà sembrare peregrina, eppure, per commentare il cinema di Moretti, è questa la prima immagine che mi è balzata agli occhi. Mi spiego. Rispetto alla tranquilla convenzione narrativa accettata da tanti compositori e registi, davanti al taglio di tanti film fatti in serie, di fronte all'acquiescenza di noi spettatori blanditi, lusingati e rassicurati da quelle prevedibili, insapori "merendine visive" di film all'americana o alla matriciana (con l’oboe che parte melodico, proprio come fosse una cellula fotoelettrica, non appena i protagonisti avvicinano le labbra oltre i cinque cm), Moretti irrompe come un sarto pazzo, il Sarto Forbicione, che sega, sforbicia, sconcia, cuce e riucuce.

 

È questo l’Apicella che mi piace, anarchico e autarchico, il cappellaio pazzo di un cinema che non aspetta di "farsi dare il tempo", non attende la battuta, non sta, letteralmente, "al passo dei tempi", ma esce dalla fila, rompe la marcia, e se ne va, brusco e straziato, per conto suo. Inutile dire quanto sia necessario un lavoro del genere nei riguardi dell'immenso pubblico italico, drogato da goal, telefilm, quiz, clip, news, spot, fiction e cine-panettoni. A tutti costoro, nulla di meglio che l'andamento contratto e mosso, scompaginato e iroso dei suoi racconti. Per questi veri e propri “pazienti filmici”, il cinema del primo Moretti è terapeutico, rieducativo, ortopedico, serve cioè a farli tornare in salute, dopo la sclerosi mentale,  l’atrofizzazione neuronale cui sono stati sottoposti per anni.

 

Per terminare, mi limiterò a rievocare qualche passo esemplare. Penso all'idea di trasformare la piscina in teatro, in anfiteatro greco, per proiettare Palombella rossa nella sfera del rito (sia pure, certo, di un rito stranito e allucinato). Penso a La messa è finita, dove l'immagine del bambino che nuota in una piscina, questa volta deserta, ricorda una “animula vagula blandula” (l’inizio del celebre epitaffio pronunciato dall'imperatore Adriano) che vaghi sulla superficie delle acque lustrali come l'idrometra, descritta in una toccante poesia di Giorgio Caproni. Penso al bagno della casa in cui si trasferisce il protagonista di Bianca, dato alle fiamme per realizzare una sorta di folle purificazione interiore – e per disinfestarlo da cosa, poi? dai vecchi inquilini dell'appartamento, o dai ricordi del nuovo proprietario?

 

Ho citato tre film, e vorrei concludere con un quarto diviso in tre parti. Ciò che caratterizza il trittico di Caro Diario (dove, a scanso di conflitti d’interesse, confesso di aver girato una piccola parte) è la netta scansione tra le sue sezioni. La prima architettonica (scorci, facciate, aree), la seconda marina (appena appena istoriata dalle lievi divagazioni sui figli unici e sulla televisione), la terza organica (vera discesa negli inferi della malattia al ritmo di una slap-stick). Cultura e natura, il bianco degli intonaci romani e il blocco azzurro-puro delle Eolie, conducono così, in questo film dove molto si balla, verso un balletto nudamente corporale, con quel traumatico inserto da cinema-verità sulla "reale" malattia di Moretti. E qui l'autore, il capo fasciato da bende al modo di certe remote liturgie, scende dalla barella del laboratorio chemioterapico come da una barchetta che, varcati i flutti dell'Acheronte, fosse tornata indietro all'ultimo momento. La sequenza conclusiva è ancora consacrata all'acqua, ma finalmente solo all'acqua da bere.

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