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Leonardo di Costanzo. L’intervallo

Nella Biennale cinematografica, avara di premi per il cinema italiano, la rivelazione è arrivata da un piccolo film napoletano, collocato senza coraggio in una sezione minore, L’intervallo (2012) di Leonardo di Costanzo. Quasi sconosciuto al grande pubblico, Di Costanzo, napoletano (anzi ischitano), classe 1958, è stato fin ad ora apprezzato per una serie di documentari (‘A scuola, Prove di stato) che lo hanno fatto conoscere nel circuito dei festival internazionali, ma ancora non si era misurato con un film di finzione.

 

Scritto con Maurizio Braucci, valente scrittore e sceneggiatore napoletano, e Mariangela Barbanente, L’intervallo è una piccola storia che rispetta le unità aristoteliche di luogo, tempo e azione. Due adolescenti, Salvatore (Alessio Gallo) e Veronica (Francesca Riso), passano una giornata in un grande palazzo abbandonato (una scuola? un collegio?), mentre ogni tanto arriva qualche emissario dal mondo esterno che fa intuire come la ragazza abbia commesso qualche sgarro a un piccolo boss e il ragazzo, che di professione è venditore ambulante di limonate, deve farle da guardia. Lo scioglimento della vicenda arriva quando cala la notte: il camorrista parla con la ragazza, che ne ottiene il perdono, il ragazzo viene ricompensato con 50 euro e torna a casa dal padre al quale non dirà niente di quel che è successo. Non succede quasi nulla, in apparenza, ma lo spettatore è avvinto dai piccoli accadimenti della giornata: l’esplorazione del luogo e della natura circostante (un giardino selvatico, qualche animale), il variare delle condizioni atmosferiche e soprattutto il rapporto tra i due ragazzi, sospesi in un’età che passa dalla capacità di meraviglia dell’infanzia alla rassegnazione adulta verso il proprio destino.

 

La straordinaria bravura dei due ragazzi – il film è recitato nel dialetto del popolo e necessita di sottotitoli – che passano dalla diffidenza alla solidarietà, fa si che chi guarda si cali completamente nella vicenda e rifletta come  il piano di parità che si stabilisce tra di loro valga solo là dentro, nell’intervallo appunto. Veronica è già stata ferita dalla vita, mentre Salvatore, che vorrebbe diventare chef, ancora spera nelle sue modeste ambizioni.

 

Il filo sottile della storia è tenuto insieme da una sceneggiatura saldissima, dalla fotografia di Luca Bigazzi (che, nel finale, intinge i personaggi in una luce caravaggesca), dal montaggio empatico di Carlotta Cristiani, tutti al servizio di un regista che aveva l’urgenza di raccontare una storia e lo ha fatto nella pienezza dei suoi mezzi espressivi. Sullo sfondo c’è Napoli. Qualcuno potrebbe accusare il film di essere un’evasione dalla realtà, mentre, pur con pochi cenni, è implacabile nel farti comprendere come la camorra, “il sistema”, condizioni la vita di tutti quanti. Ma sarebbe sbagliato anche classificare l’opera nel filone aperto da Gomorra: L’intervallo, umanissima rappresentazione di quotidiana sopraffazione, psicologica prima di tutto, è dalla parte degli ultimi, memore della grande tradizione neorealista (italiana, iraniana, indiana...) che affratella chi sta dalla parte dell’uomo.

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