Louisiana. Un film politico

Louisiana - The Other Side di Roberto Minervini ha prodotto una profonda spaccatura tra i tanti che ne hanno scritto e ancora ne scrivono, dopo la presentazione del film al Un Certain Regard di Cannes e la successiva uscita nelle sale italiane. C’è chi lo ha definito uno scioccante film di fiction travestito da documentario e chi ne ha invece colto l’ardita formula documentaria, inevitabilmente macchiata della soggettività inquieta del narratore, del suo furore politico, della sua angoscia per il futuro del Paese in cui vive, per il proprio futuro in quel Paese.

 

 

Su questo sito Pietro Bianchi, nell’interessante riflessione La Louisiana dall’altro lato della storia), ha sentito il bisogno di avvicinarsi a una di queste due posizioni, la seconda, per ribaltarne i termini e rimproverare a Minervini di non essersi saputo svincolare dagli stereotipi narrativi e di genere che vogliono il Sud degli Stati Uniti sempre e già dalla parte dei perdenti, dei ridondanti, degli irrecuperabili: una «divisione di classe» che pesca nella storia del paese, ma anche nel suo immaginario e innanzitutto nelle sue saghe letterarie, cinematografiche e teatrali, nella sua non solo economica dimidiazione originaria. È vero, la Louisiana di Minervini è uno stato in agonia, rappresentato senza soluzione di continuità da due gruppi umani altrettanto chiusi e mossi, ciascuno a suo modo, dalla paura.

 

Da un lato ci sono i tossici e gli alcolisti che ruotano attorno a Mark, l’elusivo angelo sterminatore che regala e si regala la pace (la dolce morte a venire) confezionando, spacciando, iniettando metanfetamina con gesti cauti e precisi, misericordiosi. Molti vivono in roulotte, sradicati e tuttavia inchiodati a quei pochi metri di terra, senza mestiere e senza lavoro. Il governo li ha usati e poi liquidati come vuoti a perdere oppure non si è accorto della loro esistenza. Qui le parole «diritti» e «doveri» sono cave come gusci. Loro però non si ribellano e non protestano, al più imprecano e abbaiano la loro desolazione, sedati dalle droghe, ma anche da una siderale assenza di prospettiva. Qui la speranza, che altro non è se non la capacità di immaginare e desiderare un cambiamento, è disattivata.


Dall’altro c’è un gruppo di paramilitari sul piede di guerra. Reduci, ma non veterani, forse agenti temporaneamente fuori servizio, contractor o altra diavoleria congegnata dal nuovo business privato che alimenta e importa/esporta conflitti, si preparano all’insurrezione armata, allo scontro finale con lo Stato. Anche qui la comunità si identifica in negativo: il movente dei suoi adepti è il malessere, la sensazione di non essere tutelati, protetti, garantiti. Le armi, il discorso delle armi, prendono il posto delle parole. Sono loro a verbalizzare la sfiducia che si è creata tra cittadini e Stato. Saltata la delega democratica, disinnescato il patto di rappresentanza che impegna gli eletti nei confronti degli elettori, non resta che l’azione diretta, l’assalto ai forni, all’ufficio delle tasse, al municipio. E l’America contemporanea è armata e – grazie alle molteplici guerre «democratiche» in corso – ben addestrata a usare le armi. La guerra, insegna la storia, è come l’acqua, l’aria, le polveri sottili: non resta dove la si combatte, trabocca, migra, rimane appiccicata a chi la conduce.

 

Oggi tuttavia miseria e degrado non sono appannaggio del profondo sud e rivolta e disincanto non rimano solo con marginalità. Cincinnati, Ferguson, Baltimora, Detroit insegnano, così come le sommosse antigovernative del 2013 in Texas e Nevada. Se il governo sceglie di non tutelare la classe media (bianca o nera che sia) e di combattere la povertà eliminando fisicamente i poveri (e la povertà americana non ha più colore), l’esito non può essere che questo. E quando the other side deflagra, l’America va in fiamme.

 

 

La guerra oggi, negli Stati Uniti, si combatte in casa, al sud come al nord, nelle città e nelle zone rurali, in mezzo ai bianchi come in mezzo ai neri, ai latini, ai tanti gruppi etnici per i quali il sogno americano è diventato un abbaglio. È una guerra sporca, che si combatte con armi proprie e improprie: da una parte le masse dei poveri e dei nuovi poveri, incattiviti, storditi, inebetiti dalla promessa di consumi che spesso si rivelano più letali della fame, coscienti che lassù non c’è nessun dio, presidente, partito politico disposto ad ascoltare la loro protesta o capace di rispondere alla loro richiesta di giustizia. Dall’altra un gruppo di potere sempre più astratto e invisibile, che opera al coperto di istituzioni governative esautorate, fragili, impotenti, costrette a fare rabbiosamente la guardia ai beni e agli interessi dei pochi.

 

 

Non è un caso forse che, a metterci la faccia e a fare da facciata alla nuova barbarie, sia un presidente africano-americano (un tema che, nel film di Minervini, torna e ritorna, lugubre come lo stridio di una civetta) e che si annunci la prima presidenza femminile.  Tutto cambia, perché nulla cambi: un nero alla Casa bianca, miraggio ingannevole come lo specchietto per le allodole dei cacciatori, autorizza efferatezze razziali e di classe come non se ne vedevano da anni. Nel gergo politico in uso promettere è mentire.

 

La macchina da presa di Minervini ce lo mostra da vicino, scegliendo di incollarsi ad alcune persone reali che la «scrittura» cinematografica trasforma in personaggi esemplari. Scrivere – con la penna o attraverso il montaggio filmico – non consiste forse nell’individuare una storia che esige di essere raccontata e nel trovare la voce giusta per farlo? Le parole tuttavia – e a maggior ragione le immagini – non sono mai trasparenti. Creano un proprio spazio, in cui gli eventi (narrati o esclusi dalla narrazione) entrano in risonanza con la loro carica di ambiguità e di mistero. Narrare non è mostrare e neppure evocare. È accogliere e fare spazio ai fatti, ma anche al silenzio, al non detto, all’imprevedibile. Ed è qui che cominciano il lavoro e il piacere del lettore e dello spettatore.

 

 

Minervini, scegliendo di indagare ancora una volta l’America nient’affatto marginale del de-sviluppo economico, sociale, politico in corso, compie un’operazione all’apparenza «fredda». Individuati due gruppi sociali antropologicamente singolari, ne conquista la fiducia al punto da sparirci dentro o dietro (la distanza è un elemento chiave del film) insieme alla sua minuscola troupe (sei persone in tutto) e relative attrezzature, li filma (e a volte non riesce a filmarli) senza creare nessun artificio, limitandosi a suscitare nei suoi personaggi il desiderio di scavare dentro di sé e di esporsi, e infine monta. Il colpo di genio registico sta nell’avere consentito alla realtà e all’esperienza di vita dei personaggi di entrare in rotta di collisione tra loro e con lo stesso film e il suo autore, trasformando quella che poteva essere una struttura diegetica a tesi (due parti autonome o giustapposte) in una narrazione compattamente unitaria. In Louisiana non ci sono un prima e un dopo, un dentro e un fuori, una comunità che ha scelto la lenta autodistruzione della droga e una comunità che ha optato per la rapida combustione del fuoco. The other side è un nastro di Möbius: dritto e rovescio sono un continuum, gli estremi coincidono. Polarizzarli avrebbe significato creare per davvero una fiction.

 

Il tema cardine del film è infatti la morte, quella che ci si dà prima che ce la diano gli altri, quella che si dà agli altri sperando di scampare alla propria, quella per cui siamo nati e quella del patto sociale su cui si regge la democrazia. E la riflessione di Minervini attraverso il prisma americano riguarda la paura e gli infiniti modi di declinarla – passività/aggressività, rassegnazione/eroismo, tenerezza/violenza, abbandono/difesa, intimità/distacco – ma anche la virilità, la sua messinscena, le leggi costrittive che la governano, l’incapacità di sottrarsi ad esse senza arrendersi al principio materno, non meno violento, esigente, mortifero.

 

«Prendersi cura», nel film come nell’America post 11/09 governata da un nero gentile che prometteva di conoscere il valore delle parole e non ha mai interpretato il ruolo di padre della nazione, è diventato sinonimo di «somministrare la morte». Sullo sfondo il corpo in decomposizione della «famiglia», invocata quasi per un riflesso automatico in nome del diritto «naturale» alla difesa: una favola che somiglia sinistramente a un luttuoso programma politico.

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