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Margarethe von Trotta. Hannah Arendt

Era il 1962. In una via centrale di New York un taxi viene tamponato da un autocarro.
La donna che si trova all'interno del taxi è ferita. Sull'ambulanza la donna muove le gambe per capire se non ha subito gravi danni. Poi inizia a passare in rassegna la sua vita, anno dopo anno.

 

Ricorda la sua infanzia, la giovinezza trascorsa a Könisberg. L'università a Marburgo e a Heidelberg. Ricorda la fuga dalla Germania; l'esilio a Parigi dove ha incontrato suo marito; il campo di internamento per donne di Gurs; la fuga dall'Europa e l'arrivo in America. Ricorda che avrebbe dovuto scrivere un libro a cui teneva molto, troppo: un libro sul processo a un nazista.

 

Ricordava tutto. Ma qualcosa la turbava. Più tardi raccontò a un'amica che “per un attimo ebbi io stessa, nelle mie mani, il potere di decidere se volevo vivere o morire”.
La donna è Hannah Arendt. L'amica Mary McCarthy.  

 

 

 

 

Il film Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta che recentemente è uscito in Italia nelle sale (vergognosamente proiettato per soli due giorni) forse sarebbe potuto iniziare così. Avrebbe così, in una scena, raccontato tutta la vita della Arendt.  

 

Invece inizia con un vivace colloquio tra Hannah Arendt e Mary McCarthy intorno agli uomini.
Nulla di sentimentale e nulla di femminista: due donne, diverse per temperamento e provenienza, per cultura e sorte personale, condividono il mondo. E lo faranno intensamente fino alla fine.
Quale inizio più femminile di un dialogo vivo, fatto di gesti, sguardi, risate complici che tratteggia una semplicità molto umana: quella di Hannah Arendt.
Margarethe Von Trotta ha scelto di raccontare la vicenda umana, politica e intellettuale di una filosofa, di una donna che ha sfidato il secolo del male.

 

 

Era il 1961 quando la più importante filosofa europea che aveva prodotto Le origini del totalitarismo chiede al New Yorker di poter seguire a Gerusalemme il processo all'ufficiale nazista Adolf Eichmann (“un fantasma in una gabbia di vetro” sembrò ad Hannah, appena lo vide), responsabile della deportazione di milioni di ebrei nei campi di sterminio nazisti. Il suo reportage, che scatenò terribili controversi, portò alla stesura de La banalità del male.

 

Intensa e ottima resa cinematografica del viaggio a Gerusalemme e dell'incontro-scontro con Kurt Blumenfeld, l'amico sionista di sempre: “sei la mia famiglia” dice Arendt; “io non amo nessun popolo. Amo solo i miei amici”. Kurt rappresenta il legame con il mondo di prima, con il sionismo (Kurt e Hannah si sono conosciuti a Berlino, insieme sono cresciuti dentro l'orizzonte sionista e poi si sono separati: lui è “tornato” in Terra Santa e lei in America).

 

Anche Kurt, la sua vera e unica famiglia, condannerà Hannah perché la verità intorno al male “banale” di Eichmann che Hannah mette in luce non né pensabile, né conoscibile. Dunque inaccettabile.
Nel 1963, in America, l’Organizzazione degli ebrei emigrati dalla Germania attacca violentemente la filosofa tedesca. La accusa di aver travisato Eichmann, di averlo dipinto come un essere innocuo e bonario, un marito tenero e un padre amorevole. Per lei era un Hanswurst, un “buffone”. La Arendt definì “banale” il “male” in relazione a un tale crimine e a un colpevole come Eichmann.

 

“Era tale stupidità a risultare oltremodo scandalosa. Ed è questo che propriamente ho inteso dire quando parlai di banalità”, disse Hannah Arendt. Da quel momento tutto cambia. Cambia il rapporto con l'amico Hans Jonas: insieme avevano studiato all'università. Entrambi allievi di Martin Heidegger. Entrambi fuggiti a New York per sfuggire alle deportazioni. Una vita di studi, di scambi. Ma con il processo Eichmann tutto finisce. Anche Jonas, come Kurt non riescono a comprendere e dunque ad accettare la visione universale in cui Hannah si muove: l'uno rimane chiuso all'interno di una prospettiva filosofica ebraica, l'altro all'interno di quella sionistica del mondo e della vita. Von Trotta riesce nell'intento di raccontare parte del xx secolo: il “secolo tragico”, il “secolo delle idee assassine” come lo hanno definito rispettivamente Conquest e Todorov.

 

 

Von Trotta ci consegna dunque l'immagine di una donna che lotta per la verità: una verità scomoda, da molti pensata ma non detta. Il film restituisce il coraggio e la fedeltà a se stessa e alla proprie idee che caratterizzano la figura della filosofa tedesca: belle le immagini che raccontano la tenacia, il carattere duro, spigoloso, ironico e a tratti, certo arrogante di Hannah Arendt.
Ma come avrebbe potuto Von Trotta disegnare altrimenti la polemica, il quadro storico intorno a cui si muove il personaggio Arendt?

 

Von Trotta riesce in modo esemplare a rendere in immagini una delle cifre della vita activa arendtiana: la solitudine del pensiero (come le disse lo stesso Heidegger ai tempi dell'università quando era una delle sue migliori studentesse, “pensare è un'occupazione solitaria”).
E la Arendt ha vissuto appieno la solitudine del pensiero. Oggi pensare è davvero un privilegio per pochi e tener fede a se stessi, “lottando con pura coscienza contro un mondo nemico” (parole di Tucholsky), è davvero un'impresa epica.

 

Un film che rende in immagini, che trasmette il coraggio radicale di filosofi come Arendt è un compito arduo e in questo caso ben riuscito.
Ricordo che Hannah Arendt in occasione del compleanno di Karl Jaspers scrisse: “È vero solo ciò a cui siamo fedeli fino alla fine”.

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