Mia Hansen-Løve. Un amore di gioventù

Mia Hansen-Løve è una predestinata. Classe ottantuno, già a Cannes nel 2009 e nel 2011, attrice (e poi compagna) di Olivier Assayas, critico per i Cahiers du Cinéma, coccolata ed ecumenicamente considerata l’enfant prodige del cinema nazionale dalla critica francese tutta, la regista parigina ha conquistato nel giro di pochi anni una folta schiera di estimatori sia in patria che fuori. E Un amore di gioventù, suo attesissimo terzo film, ha confermato molte delle aspettative (e delle certezze) intorno al suo lavoro, ma anche rivelato quelli che sono i limiti e le pastoie da cui una regista come lei, con la sua storia, il suo curriculum, non sembra essere in grado di liberarsi. Ma andiamo con ordine.

 

 

Un amore di gioventù è il completamento di una trilogia, è il tassello finale di una riflessione che la Hansen-Løve ha costruito sul tema della perdita e lo strumento con il quale è giunta a completare una parabola estremamente raffinata sulla necessità e la caparbietà dei sentimenti e degli affetti nei momenti della vita più critici e complessi: l’abbandono di un genitore, la morte di un congiunto, l’ingresso nell’età adulta. In questo film l’autrice sceglie di parlare del primo amore, quello più viscerale, caparbio, ostinato, quello del quale si conserva il ricordo per sempre, e di utilizzarlo come metafora per ragionare sul ruolo implacabile e imprescindibile che nella vita rivestono le nostre scelte, il nostro rapportarci agli altri e a noi stessi. Per farlo sceglie una protagonista, la quindicenne Camille, e ne racconta l’esistenza da una prospettiva sotterranea, obliqua, quasi estranea.

 

 

Passaggi di tempo, peregrinazioni e stralci di quotidianità riempiono lo schermo ben più dei dialoghi, delle riflessioni e dei confronti tra i personaggi, non vi è nulla di ricercato, originale o particolarmente importante nella scrittura filmica: Camille viene lasciata da Sullivan, il suo primo grande amore, si angoscia e tenta di togliersi la vita ma poi, complice il tempo, supera la disperazione e conosce un altro uomo del quale riesce di nuovo ad innamorarsi, quando Sullivan torna nella sua vita, però, non può, nuovamente, fare a meno di lui. Quelli che colpiscono nell’esilità del racconto sono piuttosto che i risvolti del plot, il tono, lo stile e il modo assolutamente libero con cui la regista riesce a imbastire una storia fatta di silenzi, sguardi e sottili indugi sugli elementi formali e materiali presenti nella storia.

 

 

Rohmeriana fino al midollo per la spontaneità dell’incedere filmico, la scrittura dei personaggi e lo sviluppo narrativo, ma anche per l’affezione ai personaggi femminili e l’illustrazione intrisa di naturalismo del sesso e della componente erotica, la Hansen-Løve dimostra di conoscere a menadito tutto il grande passato del proprio cinema nazionale e, ciò che più conta, di sapere mescolare, ricreare e riproporre tali tipicità con attenta e appassionata concertazione. Un tipo di cinema, il suo, che prende le mosse dall’emblema del modernismo applicato alla settima arte, quella Nouvelle Vague, cioè, che non si è mai smesso, soprattutto in Francia, di richiamare alla memoria, di prendere ad esempio e di individuare in interpreti, epigoni e personalità autoriali successive sino ai nostri giorni. E non potrebbe essere altrimenti per una regista che si situa prepotentemente nel solco che dal già citato Rohmer (qualcuno tira in ballo anche Truffaut, ma quello per il momento sembra ancora lontano) arriva sino a Ozon e passa obbligatoriamente per Téchiné e, fatalmente, per Assayas. Un cinema che ha appreso, capito e saputo reinterpretare la lezione baziniana, che se ne è fatto carico e che pone l’accento su momenti di vita intessuti di realismo, di naturalezza e di un agire libero e istintivo.

 

 

Un amore di gioventù è un film che deve la sua natura sospesa e la sua essenza trasparente soprattutto alla capacità che ha di far leva su emozioni e sentimenti familiari per qualsiasi spettatore. Non solo per l’universalità della storia e delle sensazioni che essa descrive, ma anche per via della riconoscibilità che il confronto con le pellicole di un certo cinema o, meglio, di una certa idea di cinema, mette in atto. Momenti e situazioni che hanno il sapore del cliché, dello stereotipo e della reinterpretazione un po’ in stile retrò e che potrebbero far pensare a un’eccessiva presunzione da parte della regista, a una troppo marcata ricerca di autorialità se non addirittura a vezzi stilistici prettamente riferibili a un cinema tipicamente à la française. Riflessi di un’applicazione alla messinscena poco spontanea – al contrario del tono di cui si diceva – e figlia di una costruzione e di una ricerca che spinge lo stile sul pericoloso binario della maniera. Insomma una serie di limiti che, pur assolutamente presenti e facilmente individuabili, paiono rivestirsi di un carattere prettamente veniale e sembrano facilmente superabili. Anche se si auspica che già dal prossimo film, la giovane regista, possa far emergere una personalità più marcata e uno stile più guidato dall’istinto e, magari, un po’ meno da tutto quel sapere che il retroterra cinematografico di cui per tutta la vita si è nutrita, pur ricco di suggestione, continua a suggerirle.

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