Montage of Heck: due o tre cose sui Nirvana

Qualche giorno fa è uscito nelle sale, per soli due giorni di proiezione, Kurt Cobain: Montage of Heck, film prodotto da Courtney Love, con il consenso della figlia Frances Bean, che propone una serie di materiali inediti: home-movies in Super 8, disegni, fumetti, nastri registrati…

 

Ma c’è ancora bisogno di parlare di Kurt Cobain? In fondo, sono tantissime le interpretazioni riguardanti l’enorme portata innovativa del gruppo di Seattle, e altrettante le trasfigurazioni del personaggio in mito generazionale. Pensando e ripensando poi a ciò che hanno rappresentato i Nirvana, il rischio è sempre quello di ritrovarsi in una terra popolata da chi è rimasto e da chi invece se ne è andato, dai patetici con gigantesche capigliature brizzolate e da chi avrà ventisette anni per sempre.

Sembra insomma che per parlare di Kurt Cobain sia necessario attingere alla propria esperienza personale, cercando di sistematizzare una geografia in cui tutti gli itinerari possibili portino alla creazione di un bene comune. Un compendio di memorie private che si traduce in realtà in un patrimonio collettivo, in un inventario di materiali comuni a cui tutti possono partecipare: storie di provincia, musicassette registrate male, negozi di dischi in fondo alla strada, Mtv in rotazione continua, walkman e autoradio.

Lasciando da parte gli autobiografismi, credo che molte delle persone che accompagnarono la mia adolescenza fossero influenzate da quella che Jonathan Lethem in L’estasi dell’influenza ha definito “cultura pop”: «Una copertura approssimativa per i più disparati entusiasmi: rock and roll, film, fumetti, fantascienza e letteratura noir», garantendo l’appropriazione di riti, totem e abitudini di una storia che non era propriamente la nostra. C’era chi scopriva Henry Rollins e chi sarebbe stato destinato a pensare ai Guns ‘N Roses come la band migliore di sempre.

 

Per quanto mi riguarda, invece, mentre i Fugazi cantavano Merchandise keeps us in line / Common sense says “it’s by design”, le t-shirt hanno avuto un ruolo fondamentale: Cobain nel 1992 indossava una maglietta dei Flipper poi, agli Mtv Music Awards, una di Daniel Johnston. Nomi rubati qua e là, nelle interviste e negli articoli di giornale: venivano prima i Black Flag o i Pixies?

In un primo momento a nessuno sembrava interessare, finché la pratica compulsiva di fare liste divenne una consuetudine normativa. Costruire archivi personali dava modo di rispondere alle spaventose domande, «chi sono? cosa voglio essere? dove voglio stare?», creando da un lato un incredibile senso d’appartenenza e dall’altro una maggiore consapevolezza di sé.

Tuttavia la cosa sorprendente era la terribile difficoltà di costruire una propria storia musicale: a differenza degli anni Ottanta, esistevano pochi negozi di dischi specializzati, le riviste musicali erano presenti solo nelle edicole delle grandi città e le stazioni radiofoniche indipendenti risultavano difficilissime da rintracciare; per comprare un disco era necessario ordinarlo via posta e farlo arrivare a casa dei nonni. E non era una cosa molto punk. Certo, c’era Mtv, in cui la selezione di video-clip in heavy-rotation permetteva di ascoltare Wannabe delle Spice Girls e subito dopo Smells Like Teen Spirit, dando luogo a una sorta di contenitore, un armadio pop-rock pieno zeppo di roba in cui si faceva fatica a contestualizzare e a discernere i modelli proposti.

 

Ciononostante, Kurt Cobain era un catalizzatore perfetto per il temperamento dei fruitori musicali ossessivi. Oltre all’attitudine nella scelta delle t-shirt, i Nirvana si erano specializzati nelle cover: rifacimenti di pezzi come Molly’s Lips dei Vaselines, Oh me/Lake of Fire/Plateau dei Meat Puppets o D-7 dei Wipers permettevano di arricchire ciascun archivio personale, estendendo gli spazi di una sottocultura.

Nel film di A.J. Schnack Kurt Cobain: About a Son, in cui vengono montate le venticinque ore di intervista rilasciate da Cobain ad Azerrad, il cantante di Aberdeen dichiara

ci fosse stato almeno un punk-rocker! Volevo sentirmi parte di qualcosa, ma non della media dei ragazzi, non con il ragazzo più popolare della scuola. Volevo essere popolare tra gli strambi, ma erano dei sub-strambi, strambi nella media. Non erano degli alternativi, erano semplicemente deformi. […] Ero totalmente immerso nella musica che non appena presi la chitarra ne divenni totalmente ossessionato. Volevo fare punk-rock da molto tempo, […] solo rumore, rumore fatto da tre accordi e urla. Sentivo che il punk-rock poteva essere questo.

 

 

Montage of Heck, il nastro casalingo inciso da Cobain a fine anni ’80 da cui prende nome il film, è innanzitutto una lista: un collage musicale privato che comprende – oltre alla musica – estratti di Star Wars e di Sesame Street. Sebbene abbia smesso di ascoltare i Nirvana dieci anni fa, non ho potuto far altro che sentirmi vicina a quel disagio, a quell’euforia, a quel bisogno di legittimazione che si ascolta nel nastro. Kurt Cobain è stato l’ultimo portavoce di uno spazio distinto e autonomo in cui la musica indipendente veniva ridotta alla sua essenza, prima che «diventasse sempre più la riserva degli strati privilegiati della gioventù bianca americana». Leggendo i suoi diari, in cui compaiono i conti, gli elenchi e le indicazioni da seguire durante le prove, sembra proprio che i Nirvana fossero riusciti a trovare il modo di inventarsi una carriera musicale combattendo contro ogni avversità e contando solamente sul loro spirito d’iniziativa. Contare sulle proprie forze – «Do It Yourself!» diceva qualcuno – non ha salvato Cobain, ma è stato uno straordinario pretesto per combattere il costante senso di inadeguatezza, di malinconia e dolore.

 

Angel left wing, right wing, broken wing.


Se il rock and roll si basa su un forte legame personale con le proprie band preferite, l’avvento di internet ha cambiato radicalmente il modello di fruizione della musica: la rete si è trasformata in «anarchivio, un caos praticamente innavigabile di detriti informativi e ricordi ciarpame» (Simon Reynolds, Retromania: Musica, cultura Pop e la nostra ossessione per il Passato) causando da una parte la museificazione del rock in cliché inamovibili e dall’altra la sua conseguente canonizzazione in un perpetuarsi di ostinati tributi.

Anche Cobain e i Nirvana sono andati incontro a un analogo destino: gli speciali sui canali musicali con Paola Maugeri, gli sfondi del desktop con le frasi celebri, i quesiti di Yahoo Answers («ma è più bravo Axl Rose o Kurt Cobain?»), la canzone di Brunori Sas, la maglietta di Nevermind indossata da Stefano Accorsi in 1992 e, non da ultimo, gli status su Facebook contro i Nirvana e tutto quello che hanno significato.

 

Kurt è diventato un Dio mancato, l’angelo custode di ogni adolescenza tormentata, il guardiano del lucchetto di tutti i diari segreti. Trasfigurato in un eroe generazionale maledetto tra sesso, droga rock and roll, ha perso il contatto con la maggior parte del pubblico che preferisce percorrere strade più alternative, sentieri più nascosti e sconosciuti alla cultura di massa.

 

Lost in the woods.

Grandma take me home!

Nirvana, Sliver.

 

Nel 2005 esce un film di Gus Van Sant che si chiama Last Days. Viene accolto come un’autobiografia non autorizzata di Kurt Cobain, anche se il protagonista ha un nome completamente diverso. Tuttavia c’è ben poco dei Nirvana: manca la musica, manca il processo d’invenzione, manca Courtney Love, mancano il denaro, la fama e la droga. A Blake (Michael Pitt) chiedono tutti qualcosa, come il tizio delle Pagine gialle che suona alla sua porta, il manager al telefono, i fan, chi vuole un aiuto per comporre una canzone. Il protagonista parla poco, ha gesti nervosi e soprattutto si trova in uno stato perenne di torpore farmacologico. Non ci importa molto dell’aderenza alla vita reale del musicista né tantomeno della carica simbolica del film; concentriamoci solo sulla prima sequenza: un ragazzo con i capelli lunghi cammina a passo svelto in un bosco, raggiunge una cascata, si toglie i vestiti e fa il bagno. Le immagini, sviscerate da ogni rapporto con il presente, private da qualsiasi connotazione spazio-temporale sembrano rimandare a qualcos’altro: mi torna in mente l’inizio de Il Ramo d’Oro. Nel primo capitolo, James Frazer racconta di una truce figura – un sacerdote e un re – che, in attesa di combattere con l’aspirante successore al trono, «si guardava continuamente d’attorno come se temesse a ogni istante di essere assalito da qualche nemico». «Il sospirar dei venti tra i rami, il fruscio delle foglie morte sotto i piedi, il lambire dell’acqua gelida contro la sponda» rimandano a un cupo paesaggio che Cobain conosceva molto bene.

 

Tutti quegli alberi. Gli alberi che impressionarono Dale Cooper quando arrivò a Twin Peaks. Gli alberi di Aberdeen, nient’altro che un paese di taglialegna e di «padroni infidi, pessimisti e ipocriti» (come recita Downer, l’ultima canzone di Bleach). In Un amore dell’altro mondo, Tommaso Pincio parla di questa città nello stato di Washington, a 60 km da Portland: «un cupo mondo del Nord Ovest fatto di paesaggi umidi e nebbiosi, di strade bagnate e fangose percorse da camion che trasportavano tronchi, di segherie che lanciavano i loro stridenti lamenti metallici, di alcolizzati che giravano con camicie di flanella a scacchettoni e giacconi da spaccalegna, di aspiranti ragazze pon-pon che si acconciavano i capelli in modi astrusi per farsi scopare da qualche bel ragazzo sportivo che le trasformasse in donne depresse o psicotiche o semplicemente umiliate dal sesso maschile. […] Aberdeen era una specie di Twin Peaks senza misteri». Lo scrittore romano ci riporta nel 1992, anno in cui da un lato il pubblico americano si era invaghito di Laura Palmer, «diventata un rimpianto prima di fingere di essere una persona reale», e dall’altro cominciava a essere ossessionato dalla vita dei sette estranei di The Real World; ci riporta a Kurt Cobain non attraverso la penna di un biografo, bensì raccontando la vita di Boda, l’amico immaginario a cui il cantante indirizza la lettera che anticipa il suo suicidio.

 

Sono state scritte centinaia di biografie su Kurt Cobain, migliaia di articoli e di servizi televisivi che si interrogano ancora sulla sua morte. L’abbiamo già detto: Montage of Heck è il primo documentario autorizzato dai famigliari. Brett Morgen vi si dedica per più di cinque anni: del resto come si fa a fare i conti con un avvenimento tanto disturbante e al tempo stesso “colpevole” di aver attirato un’attenzione morbosa e ossessiva? Morgen sceglie la via canonica del racconto cronologico e mostra l’infanzia e l’adolescenza del cantante arricchite dalle interviste con i genitori, con la sorella, con la prima fidanzata, con Krist Novoselic e con Courtney Love. Si misura con una storia già raccontata ma soprattutto con una storia in cui – lo sappiamo fin dall’inizio – il protagonista muore. Poco sembra importare dell’ascesa dei Nirvana: scarsi sono i riferimenti alla storia della band, Bleach e Incesticide passano inosservati come i primi tour e l’approdo a Mtv. I Nirvana diventano ancora una volta Kurt Cobain.

Come ogni tragedia che si rispetti, il protagonista è morto fin dall’inizio: sopravvive l’immagine di un bambino prodigio, un fastidioso e geniale iperattivo destinato a un’inequivocabile sciagura; dal momento che i motivi del suo suicidio ci sono in larga parte sconosciuti, il film ricorre a immagini mancate convertendo in una graphic novel animata quello che ci è rimasto solamente attraverso i diari e le registrazioni audio. Trasforma l’intimità in fumetto e la rende simile alle inserzioni cartoon di Mtv che andavano tanto negli stacchi pubblicitari degli anni Novanta.

 

Logo animato di Mtv, 1992

 

Chi era veramente Kurt Cobain? Probabilmente, nessuna di queste cose: non lo studente problematico pronto a entrare a scuola con un mitra in mano; non il ragazzino schizofrenico con degli attacchi nervosi; e nemmeno un Dio incarnato in una posa rock and roll.

Nei Diari confessava:

Mi conservo appositamente näif e sto alla larga dalle informazioni di questa terra perché è l’unico modo di evitare un atteggiamento cinico», dice di sentirsi minacciato dal ridicolo e di essere troppo cosciente della sincerità della sua voce. In un’intervista confessa di non aver mai smesso di provare dolore: se in un primo momento era la scoliosi, questa venne sostituita dopo poco tempo dal mal di stomaco. Insomma, stava proprio male e forse, davvero in questi casi «la verità biografica non esiste, e anche se esistesse, non sapremo che farcene.

Ma interessa davvero avere un resoconto oggettivo di tutto quello che passava per la testa a Cobain prima di ammazzarsi? Probabilmente è davvero impossibile parlarne senza prendere spunto dalla propria esperienza personale. Michel Houllebecq, nel suo ultimo Sottomissione, per descrivere il rapporto che lega il protagonista del libro a J.K. Huysmans, scrive:

Per tutti gli anni della mia triste giovinezza, Huysmans è stato per me un compagno, un amico fedele; non ho mai dubitato di lui, non sono mai stato tentato di abbandonarlo o di orientarmi verso un altro soggetto.

Forse questo è quello che è capitato con Cobain; è diventato parte integrante della nostra consapevolezza umana e musicale, un incredibile involucro dove lui si è perso e noi ci siamo ritrovati.

 

Se è impossibile narrare obiettivamente la storia dei Nirvana, allora dovremmo raccontare un’altra storia.

Ad esempio, la storia di un ragazzo che si è nascosto in un bosco perché si vergogna e ha paura.

Lasciate stare Cobain. Del resto, come aveva detto qualcun altro, è solo un fottuto essere umano.

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