Paolo Sorrentino. This must be the place

Il cinema di Sorrentino si confronta da sempre con la solitudine dell’individuo di fronte all’impenetrabile palcoscenico della realtà. Come un soggetto impazzito, va continuamente alla ricerca dell’immagine artefatta, del movimento perfetto, dell’espressione consapevole di uno sguardo che basta a se stesso, che straborda da se stesso, affidandosi ad un eccesso visivo che vanifica quasi del tutto la parola. Ogni film di Sorrentino è mosso da un bisogno ineluttabile, forse capriccioso, di colmare un vuoto, di coprire una distanza data per irrecuperabile che separa i personaggi dal mondo dal quale si sono esiliati.

 

L’ex rock star Cheyenne protagonista di This Must Be the Place è il suo ennesimo eroe impassibile che assiste allo spettacolo del mondo senza decifrarne il movimento. Come la scenografia del numero live di David Byrne, il momento di maggior consapevolezza del film, se non dell’intero cinema del regista, la realtà per Sorrentino segue percorsi imprevisti e indipendenti dai suoi protagonisti, cantanti, eroi, freak che restano soli al centro della scena come punti di riferimento squilibrati in un universo privo di coordinate.

Il centro della scena è il posto giusto dove stare, ma la scena è fuori asse. Lo straordinario numero musicale rimanda a una simile performance dal vivo di un artista vicino per età e ispirazione a Byrne, Peter Gabriel, che in un tournée di qualche anno fa, al momento della canzone Downside Up, realizzava uno speculare ribaltamento di percezione: con un cavo d’acciaio legato alla schiena, Gabriel finiva per esibirsi a testa in giù, con i piedi che fluttuavano liberi nell’aria e la testa paonazza. La realtà stava ferma, mentre l’artista affrontava il mondo al contrario con un’alterità forse gratuita ma in fondo giocosa.

 

 

Il gioco di Sorrentino, invece – e purtroppo – di gratuito ha solo la propria aria funesta, il rituale non di un vivo ma di un sopravvissuto. I suoi film, e This Must Be the Place più di tutti gli altri, sono racconti dell’oltre vita, storie di individui che ridefiniscono la loro immagine, che si mettono in moto soprattutto emotivamente, talvolta anche fisicamente, per uscirne cambiati. Allo stesso modo l’autore si incarna nell’eroe, resta solo sulla scena con il proprio stile inconfondibile eppure al perenne inseguimento di una realtà avvicinabile solo con l’artificio e la costruzione. Nel caso specifico di quella americana; una realtà intrisa di immaginario, di mitologia, di linee orizzontali già viste, già filmate, già digerite, da ricalcare e riportare sulla propria pagina bianca.

A ripensarlo oggi, il tragitto di Sorrentino dalla metropoli alla provincia e infine al deserto riprende quello analogo del Wong Kar Wai di Un bacio romantico: anche in quel caso si assisteva a un confronto con la spazio americano fortemente desiderato, ricercato e inevitabile, ma in definitiva disinnescato dall’eccesso di visione, un grado zero dell’espressione attraverso il quale il talento si disperdeva nella terra dell’abbondanza cinematografica.

 

 

In This Must Be the Place Sorrentino ha troppa materia da omaggiare, rieditare, riattraversare, dal road movie ai Coen, dall’alienazione suburbana all’estetica indie (evidente nelle scelte musicali, con la battuta sugli Arcade Fire che rifanno i Talking Heads, ma la scelta di Riceboy Sleeps nella folla della metropoli), troppo cinema da macinare con il suo cinema, insomma, per non rischiare l’effetto di una stonata e inutile sovrapposizione di visioni.

Che ricerchi l’eccesso da scrollarsi di dosso è palesato dal trucco di Sean Penn, deriva punk di un Robert Smith qualsiasi; ma lo è altrettanto che la messinscena riveli un prevedibile e previsto rito di spoliazione (che per di più passa per l’inutile orpello – perché di questo si tratta, di un orpello narrativo – della caccia al criminale nazista). Quello che però funziona sul corpo di Sean Penn, causando uno shock mnemonico nel ritrovare l’icona della star (laddove al contrario nel finale delle Conseguenze dell’amore il volto di Servillo scompariva nel cemento), non succede per il cinema di Sorrentino, o meglio per il suo apparato visivo: fondato su un’estetica pop e iperrealista, il suo stile, oltre il confronto anche ironico con i propri modelli e sogni americani, se prevede anch’esso una spogliazione, rischia pericolosamente il baratro del nulla.

 

 

Oltre il cerone Sean Penn ha il potere di far desiderare il suo volto riconosciuto e finalmente riconoscibile, mentre non si capisce bene cosa celi al di là di se stessa la ricercata artificiosità dello sguardo di Sorrentino. Forse un ritorno a casa, forse ciò che Cheyenne realizza nel finale di This Must Be the Place: ma se lo scopo del viaggio è scoprire che la scena è il posto giusto dove stare, ma che in fondo l’unica scena che conti è quella domestica, allora non valeva la pena fare tutta quella strada e soprattutto macinare tutto quel cinema. Bastava un qualsiasi film di Hollywood alla tv.

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