Quo Vado. L'importanza di partire a razzo

Tutti parlano di Checco Zalone in questi giorni (almeno quelli che non parlano di Colonia e della bomba coreana). Fino all’altro ieri tutti parlavano di Fabio Volo, e per la stessa ragione: fa vendere/vende in modo spropositato, falsa il mercato, fa bene/fa male al cinema/alla letteratura. La difesa, se fosse un vero processo, sarebbe incentrata sui medesimi punti: la gente vuole divertirsi, non possiamo sempre pensare ai problemi, possibile che solo i comici intercettino i gusti della maggioranza, che sappiano come intrattenere. L’arringa griderebbe in entrambi i casi alla truffa, perché è chiaro che se il prodotto lo distribuisci in quantità senza competizione poi competitor non ve ne siano (e se in tutti i cinema d’Italia almeno una sala dà Checco Zalone, così come sugli scaffali tanto di Feltrinelli che dei Simply prima ancora dei libri vedi il brand Fabio Volo, finisce che poi la gente s’incuriosisca e compri/veda). Infine c’è la giuria popolare che distribuisce ai registi/autori che non sono Checco Zalone e Fabio Volo le patenti di rosiconi perché non riescono ad accettare (pur volendolo, perseguendolo, essendosi preparati a questo da quando in italiano al liceo prendevano 10 e anzi da quando alle elementari erano gli unici a dire “se potessi”) il confinamento in una nicchia Potemkin, laddove i numeri sono per forza dalla parte delle masse che vogliono ridere, ridere, ridere e più non dimandare. Volo non lo leggerei nemmeno se me lo prescrivesse Sanguineti redivivo (cui pure piaceva, ad esempio, Ascanio Celestini: ma si capisce che è tutta un’altra storia, ovviamente). E però Checco Zalone una sera l’ho visto da Fabio Fazio: mi è parso un comico che non vuole apparire altro da quello che è, divertente (a tratti), piacione (sempre, come tutti i comici). Non mi ha irritato come Fabio Volo perché ha comunque cercato di fare qualcosa, cioè di prestare la propria faccia “simpatica alla gente” a uno sketch (quello del libro con le pagine bianche come blasone in sé di qualità), senza accontentarsi di mostrarla tutto tronfio e basta, come fa Volo tutte le volte. E poi il suo film nessuno lo confonde con ''il grande cinema'' (a differenza del libro di Volo, insignito dell’ormai celeberrimo ma non per questo meno strampalato paragone faziesco con le Lezioni americane), nessuno lo va a vedere pensando che sia Godard, ma per farsi le famose quattro risate distensive. E queste, pure se vuoi a tutti i costi inarcare il sopracciglio e costringerti a un contegno coerentemente (rispetto ai tuoi gusti dichiarati) highbrow, alla fine te le strappa. Il problema vero (per Checco più che per noi spettatori) è che più di tanto non ride nessuno: né i fan, né gli scettici (e quasi di più i secondi, ma per le battute meno divertenti nell'accezione comune).

 

Eppure non riesco a condannarlo (volendo indulgere alla modalità processo, che nella tivù anni Novanta – scopro di notte quando ne riesumano i programmi – era piuttosto in voga anche come supporto o sostituto della vera e propria critica cinematografica), non senza appello, in ogni caso. Il film ha una storia, una sceneggiatura, è scritto e dunque, in qualche modo, pensato. Ed è la stessa ragione che me lo fa giustapporre a Volo, in cui vedo un collettore di banalità e luoghi comuni da lettere al direttore. Il protagonista di Quo vado è un uomo cresciuto con l’ostinazione del posto fisso, a smontare la quale non basteranno né i trasferimenti punitivi né le buonuscite esponenziali.

 

Per niente banale l’inizio dell’enorme flash back in cui il film consiste, col bambino Checco a cui viene chiesto, come agli altri, cosa vuoi fare tu da grande e che risponde, a differenza dei classici alpinista o calciatore, “il posto fisso”. Perché accanirsi sulle battute non riuscite come è stato fatto in questi giorni dai detrattori, se ve ne sono altrettante indovinate? Certo, nessun colpo di genio, nessun guizzo, nessuna trovata memorabile di cui ridere per anni come la supercazzola o i venghi lei fantozziani, ma una comicità composta, da pantofole coi pupazzi invece che mutandoni e reggicalze: quella da bravi ragazzi in gita (in gita ma pur sempre bravi ragazzi, e bravi ragazzi però appena un po’ discoli in gita), o da quarantenni in libera uscita (in libera uscita ma pur sempre quarantenni o viceversa). E però c’è anche qualcosa di più, un’incarnazione del comico che direi classica e che si può riassumere in tre caratteristiche: 1. la maschera, peraltro tarata su una mimica essenziale, misurata, mai (troppo) sguaiata; 2. l’inflessione dialettale meridionale (il pugliese che fu a lungo appannaggio di Lino Banfi, ma qui liberato dalle immancabili sconcezze e dal turpiloquio obbligatorio); 3. il controcanto, ossia il caratteristico commento live a tutto ciò che accade intorno, che viene ridotto attraverso il bisbisdis di sottofondo, spesso incomprensibile, a motivo di caricatura o parodia. Lo fa lui, e ridi di qualunque cosa dica o bisbigli, lo fa un altro e l’effetto è di fastidio o di disagio. Forse potrebbe spingersi oltre le battute che farebbe e probabilmente ha sempre fatto a cena con la sua famiglia o con gli amici, ma poi perché dovrebbe, se è questo che vuole la gente? E veniamo, finalmente, alla questione cruciale del “cosa vuole la gente”. Vuole, abbiamo detto, innanzitutto passare una serata distensiva e farsi quattro risate. Il punto è se queste famose quattro risate riesce a farsele davvero oppure il marchio Zalone funziona (in questo come il claim “Fabio Volo”) a prescindere dall’esito e allora gli aspiranti alle quattro risate di prima possiamo incriminarli di eccesso di accondiscendenza o fascinazione, e quindi riconoscere che andrebbero a vedere pure una sequenza di sketch non montati, purché a firma Checco.

 

Il mio parere (maturato in seguito alla visione in un cinema popolare e caciarone del centro di Roma) è che a funzionare sia il marchio, non la comicità. Zalone ha le caratteristiche del comico, eppure non riesce a far ridere. Quelle poche risate che strappa sono legate al contesto, alla visione collettiva, al suo essere Checco Zalone. Non rideresti mai, diversamente, di uno che all’accusa di aver millantato di saper sparare risponde: “avevo detto che sparavo alle quaglie, non all’orso polare”. A sua discolpa (o almeno a mo’ di attenuante generica) va detto che il comico è da sempre arte impervia e assai soggetta agli umori di chi guarda. A differenza del tragico, che ha dei suoi motivi obbligati e universali (la morte, l’abbandono, la malattia), il comico dispone di differenti tipologie ma non di risorse così certe: il riso può essere suscitato, alla Bergson, da un’interruzione del corso comune degli eventi (un uomo cammina e a un certo punto cade) o alla Bachtin da una serie di ritrovati formali tra cui la parodia (che Zalone utilizza alla lettera come controcanto), eppure far ridere resta difficilissimo e la risata liberatoria può scattare non solo dall’immedesimazione e dalla compassione/compartecipazione ma anche e soprattutto dal sollievo e dalla percezione di una distanza. La risata più difficile resta comunque quella imprevista, che scaturisce da una situazione del tutto inedita e perciò inattesa (mentre il pathos è più spesso la conferma di ciò che sappiamo sulla vita, che è dolore, lutti e sofferenze): una volta guardavo un film con mio padre, ero bambina. I film che guardava mio padre erano di solito dei gialli e nei gialli, mi spiegava, il comico è importante, per non appesantire la visione e variare l’atmosfera. A un certo punto di questo film l’autista di un misterioso signore (non ne ricordo altro) viene invitato da costui a “partire a razzo”: la scena che segue me la ricordo attraverso gli occhi di mio padre, che ne rise fino alle lacrime. L’autista era sì, come da comanda, partito a razzo, ma non sapeva dove poi si sarebbe diretto, perché il signore non gliel’aveva indicato. Io guardavo mio padre ridere e ridevo anch’io e ancora se ci penso ne rido, e alla fine credo che la comicità per me sia rimasta quel partire a razzo, senza sapere dove andare.

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17 Gennaio 2016