Ridley Scott. The Counselor

Lo dice il Jefe, l’autorità messicana rassicurante e spaventosa alla quale si rivolge l’avvocato protagonista di The Counselor (l’avvocato, per l’appunto, visto che poi nel doppiaggio italiano il procuratore del titolo non viene mai citato) per salvare la moglie sequestrata: «quando il mondo cede il passo alle tenebre diventa sempre più difficile negare la consapevolezza che di fatto il mondo sei tu». Non c’è film, non c’è genere, che possa prescindere da questa frase, da questa consapevolezza: sono i personaggi le uniche realtà di un racconto, oltre la trama, oltre le concatenazioni di eventi, oltre la radice di un male che sta alla base di ogni noir. Sono i personaggi, fallibili, inutili, malvagi, innocenti, a cadere vittime della trama di cui sono i principali artefici.

 

 

Lo dice il Jefe, e lo scrive Cormac McCarthy, qui alla sua prima sceneggiatura per il cinema, pubblicata in Italia da Einaudi con la traduzione della sempre impeccabile Maurizia Balmelli: ed è puro stile lapidario alla McCarthy, in grado di dare la vita o impartire la morte come diceva Bellow, con miriade di temi e concetti che emergono ai lati di una trama al solito differita. Perché il racconto – le sue cause, le sue concatenazione, spesso anche i suoi eventi – in McCarthy si svolgono sempre altrove, mentre la scena non raccoglie altro che effetti collaterali.

 

 

McCarthy usa il genere come residuo di storie, lo disintossica in un certo senso (dagli obblighi narrativi, dai ricatti allo spettatore, dalle attese e dalla premonizioni di quest’ultimo), lasciando che siano i personaggi a portarne il peso, a gestire inermi gli eventi imperscrutabili, talvolta incomprensibili, di una realtà meccanica e indifferente. 


 

In tutto questo, Ridley Scott fa quello che non ti aspetti: azzera l’estetica contrastata, eccitata, tutta effetti e controluce del suo cinema (così come il pulp fuori tempo massimo di un’operazione simile come Le belve di Stone) e trova una purezza espressiva fatta di primi piani e montaggio alternato, lunghe sedute di dialoghi e una narrazione senza fronzoli. Il racconto non esiste, in questa classicità che supera il postmoderno; a contare è l’origine di una storia, le implicazioni su figure fragili e spaventate che credono di controllare il destino e finiscono umiliate.

 

 

«È una cosa che hai creato tu, né più né meno», dice ancora il Jefe all’avvocato che ha visto fallire il suo piano criminale, «e quando tu smetti di esistere il mondo fa lo stesso». L’apocalisse, al cinema, è  l’impossibilità di una trama che si infrange contro il male del mondo, l’illusione di un progetto individuale che nemmeno ha diritto di esistere, così insignificante, all’interno di un meccanismo infinitamente complesso, da non meritare di essere raccontata.

 

Sullo schermo, allora, compare non la costruzione di un racconto, ma il suo fallimento, la sua decapitazione, l’incontro inevitabile con un cavo d’acciaio in mezzo alla strada (e in McCarthy gli oggetti e la loro geometria, come la pistola ad aria compressa di Non è un paese per vecchi, hanno spesso un valore concettuale). L’azione, in The Counselor, è l’annientamento della trama, con buona pace del genere e delle sue strutture.

 

 

Il senso mortifero del cinema, la cupezza come indice di qualità (pensiamoci: più un racconto è cupo, più si nobilita; più si spende l’aggettivo «oscuro», come per il cavaliere di Nolan, più un film è da prendere sul serio), nascono e muoiono qui, nella volontà dei personaggi, senza che nulla sia da raccontare al di là di miseri desideri e ancor più misere paure; non c’è quasi azione, si diceva, al massimo lo stupore impotente di tante figure ammonitrici – amici, mediatori, autorità – che invece di agire mettono in guardia, pure loro senza parole (e in fondo cosa vuoi dire alla donna che davanti ai tuoi occhi si fotte il parabrezza di una Ferrari?) di fronte al perpetuarsi del male e ai suoi emissari.

 

 


In The Counselor c’è un ricco avvocato texano che si imbarca in un giro di droga tra Colombia, Messico e Stati Uniti, coinvolgendo un amico trafficante e un intermediario: quasi nulla, però, viene esplicitato o spiegato, come se nulla importasse veramente, dal momento che è già scritto che il piano debba fallire, che qualcuno tradisca, che qualcun altro paghi, che la concatenazione di eventi sia così complessa da non poter essere ricostruita. Il mondo del racconto finisce al di là della consapevolezza individuale, ma il mondo altrove prosegue ed esiste a prescindere da quella stessa consapevolezza, da quello stesso racconto.

 

 


C’è sì in The Counselor una figura malvagia che trama alla spalle dagli altri e ottiene ciò che vuole: ma più che un potere manipolatorio, questa figura famelica ha l’appetito di una fiera, la scaltrezza della bestia in cerca di cibo per sopravvivere. La trama non finisce certamente con lei, ricomincia anzi altrove, in altri mercati oltre gli Stati Uniti e il Messico, a Hong Kong ad esempio, con gli stessi soldi investiti in altre operazioni e gli stessi, vecchi, inutili desideri di ricchezza e piacere sessuale che con l’illusione di controllare il destino, non fanno altro che perpetuare l’incessante meccanismo di una tenebra che, indifferente a tutto, stringe, stringe e stringe fino a quando il sangue sprizza dappertutto.

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