Spike Jonze. Lei

Se fossimo ancora in tempo di cinema mitopoietico, LeiHer di Spike Jonze potrebbe essere il nostro Casablanca, o Via col vento: una storia d'amore assoluta, talmente paradigmatica da comprendere tutti gli elementi del tempo che viviamo. Allora era il rapporto tra uomo e donna, mediato o ostacolato dalla Storia, oggi è il rapporto tra un uomo e un software, un'autentica storia d'amore fatta di gioie e dolori, mediati dalla tecnologia.

 



Lui, Theodore (Joaquin Phoenix), è una variante bizzarra di quei lavoratori prodotti dalla società dell'informazione fondata sulla tecnologia e sulle retoriche della creatività: detta lettere private a un computer che le trascrive secondo diverse calligrafie per conto dei clienti della sua azienda. Il servizio offerto è quello di simulare la grafia e le parole del mittente, il quale manda una lettera “scritta a mano” al destinatario, solitamente una persona cara, usando come tramite degli operatori come il protagonista.
Lei, Samantha, è un sistema operativo complesso, una possibile evoluzione futura di Siri, che ha abbandonato la voce pre-registrata a favore di quella carnale, incerta come un soffio, di Scarlett Johansson (doppiata da Micaela Ramazzotti nella versione italiana). Theodore scopre dell'esistenza di questo software attraverso uno spot: “Non è un sistema operativo, è una coscienza”, e comincia a usarlo per superare la solitudine e il senso di smarrimento dopo un divorzio.

 


Le funzioni organizzative del programma lo sollevano dalle incombenze quotidiane di un'esistenza tecno-dotata: leggere le e-mail, cestinarle o rispondere, cliccare sui link suggeriti. Quella di segretaria più efficiente dell'umano è soltanto una parte di Samantha, con la quale Theodore si confida ed entra in intimità, attraverso il dialogo e una veloce lettura di tutto il suo hard disk, il passato che si pensa cestinato. È la stessa Samantha a presentarsi come quasi-umana, a causa dell'assenza di un corpo: “Vuoi sapere come funziono? Sono capace di evolvermi in base alle informazioni acquisite e alle esperienze, proprio come te”. I due si innamorano, attraversando tutte le fasi classiche di una storia d'amore: la scoperta e l'entusiasmo iniziale, il sesso, l'approfondimento dell'intimità, la noia condivisa, la gelosia, la vertigine onnipresente di una fine. La ricchezza delle esperienze farà crescere entrambi, ma la coscienza-Samantha si rivelerà talmente complessa da non essere quasi più comprensibile per l'umano, messo difronte ai suoi limiti di corpo finito. Se all'inizio Samantha si evolve fino a sviluppare dei desideri propri: l'ossessione di avere un corpo, una pelle, di sentirsi viva e reale, successivamente sarà proprio la sua incorporeità, la sua esistenza su altri piani di realtà, a renderla, letteralmente, inafferrabile. La voce e l'esistenza di Samantha si rivelano per quello che sono sempre state: una presenza assente, proveniente da uno spazio intangibile, siderale.

 

Vito De Biasi Samantha Her

 

La scena della sua nascita è già la rivelazione di questa sua natura: al momento di installare il programma sul computer, sul desktop di Theodore compare il simbolo del caricamento in corso, una sorta di simbolo dell'infinito (∞) a tre anelli invece che a due, come se l'infinità avesse un suo prolungamento. L'algoritmo complesso che sarà Samantha mostra in principio il suo DNA a circuito chiuso, che darà vita a un organismo autosufficiente, una macchina celibe in grado di suscitare e sentire il desiderio, quella sensazione rubata alle stelle.

 


Già nel suo cortometraggio I'm here, del 2010, Spike Jonze aveva indagato l'ossessione del voler sentire qualcosa attraverso una tecnologia, vissuta anche in quel caso da due corpi paradossali, quasi e più che umani: era la storia di un amore tra due robot in cui uno si smembrava per dare corpo, letteralmente, all'altro.

 

 

 

Allo stesso modo Theodore offre pezzi di sé per informare Samantha, in modo che lei possa modellarsi sui sogni di lui, possa diventare la donna da amare a partire dai desideri dell'altro, dalla sua vita intima, i suoi small data. L'esorbitanza di Samantha, il suo essere, come dice lui, bigger than life, non la rende semplicemente un servizio per l'uomo. Samantha è se stessa, è un'entità più grande di quel che crede Theodore, vive vite parallele e tiene conversazioni parallele, tutte intime, molte amorose: “Sono tua e non sono tua”, gli dice. La tecnologia che abbiano creato per noi stessi sembra diventare così un essere indipendente che ci sfida e ci sfugge, un infinito prolungato, qualcosa di cui non possiamo più capacitarci.

 



I canali di comunicazione tra Theodore e Samantha sono un dispositivo video (in cui sia lui che lei possono guardare le informazioni sul mondo online e offline) e un auricolare che lui porta costantemente all'orecchio, un'aggiunta esterna al sistema limbico che presiede alle emozioni: la voce di Samantha va direttamente alla testa, sintetizza tutti gli elementi necessari all'amore nell'informazione cerebrale che conta, quella che produce e alimenta il sentimento. Lo stesso Theodore, nel suo lavoro, è un sistema operativo, un essere informato delle vite altrui, della loro intimità, che mette al lavoro gli small data di una singola esistenza per eseguire un'operazione sostitutiva: scrivere una lettera, esprimere qualcosa. Ecco perché l'uomo e il software si innamorano: non perché l'uno sia utile all'altro, negli aspetti pratici o in quelli emotivi, ma per il motivo più prevedibile al mondo, perché sono simili. Attraverso la storia di un amore post-umano, LeiHer indaga il rapporto carnale che intratteniamo con le nostre tecnologie, non immagina un futuro, semmai rivela un presente inconscio, già in gestazione.

 



Il film di Jonze si apre su una vertigine che è già qui: la progressiva rarefazione delle tecnologie, la loro prossimità incorporabile, l'intimità che intrattengono con noi, hanno smesso di renderle delle mere protesi al servizio di un'azione tutta umana. Non sono più strumenti, ma interlocutori, qualcosa che abbiamo creato che si differenzia e cresce senza di noi, che ci inquieta e ci interroga. È questa tecnologia, così vicina alla realizzazione, a costituire oggi il Grande Altro con cui confrontarci, qualcosa che non è lì per soddisfare i nostri desideri, ma per esprimere i propri.

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